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Ma la sconfitta della Fondazione Carim inizia 15 anni fa

Il salvataggio della Carim da parte dei francesi di Cariparma rappresenta una sconfitta per la Fondazione Carim e il suo tentativo di guidare, negli ultimi vent’anni, i destini della più grande banca del nostro territorio.

Si dirà che sulla vicenda della Banca abbia pesato molto la crisi del mattone e quella economica più in generale. E’ una difesa che sconta una certa debolezza, perché le ragioni di questa sconfitta nascono da scelte compiute almeno 15 anni fa quando la Fondazione preferì mantenere il controllo sull’Istituto di credito piuttosto che procedere alla sua dismissione.

Per comprendere appieno il perimetro nel quale questi fatti accadono occorre accennare alla storia delle Casse di Risparmio nel nostro Paese. Questo tipo di Enti nascono attorno alla metà dell’800 con lo scopo di erogare il credito perseguendo obiettivi sociali e non semplicemente il lucro. Alcune di esse lo fanno così bene che assumono rilevanza nazionale (Cariplo su tutte, come esempio). La cosiddetta “governance”, però, nel corso del tempo diventa troppo influenzata dalla politica rendendo queste Casse poco appetibili per gli investitori internazionali. Perciò, nel 1990, viene emanata la Legge Amato che scorpora la proprietà, che rimane in capo alle Fondazioni e che hanno organi legati alla politica e alle istituzioni, dalla gestione delle banche. L’obiettivo dichiarato, anche da successivi interventi normativi, è quello di arrivare presto alla dismissione delle partecipazioni di controllo nelle banche scorporate.

In questo contesto, mentre le Fondazioni di Forlì e Ravenna scelgono la strada di privatizzare in tutto (Forlì) o in parte (Ravenna), quella di Rimini sceglie convintamente di mantenere il controllo dell’Istituto di Credito per realizzare una sorta di “banca del territorio” che diventi motore di sviluppo per l’economia locale.

La sconfitta nasce, quindi, dalla scelta di allora. Giudicare oggi se fu sbagliata o meno potrebbe apparire semplicistico. Con il senno del poi, si sa, nemmeno Adamo ed Eva avrebbero mangiato la mela. In questa vicenda, però, il senno del poi c’entra relativamente: è sufficiente un’analisi dei dati storici per comprendere che, anche se non fossimo inciampati in mezzo a una crisi economica mondiale, forse sarebbe stato meglio scegliere la via della dismissione della partecipazione.

In prima battuta si può evidenziare quanto si è perso in termini di valore del patrimonio dell’ente. Il fondo di dotazione iniziale nel 2001 (cioè il valore contabile assegnato alla partecipazione nella banca) di Forlì era pari a 85 milioni di euro, mentre quello di Rimini era di 122 milioni di euro. Per cui la Cassa di Rimini aveva un valore superiore del 42,50% a quella di Forlì. Ciò vuol dire che, ai multipli di allora e tenendo conto di quanto pagato da Banca Intesa, la Carim valeva, agli inizi degli anni 2000, circa 600 milioni di euro. Si può ammettere che questo sia un esercizio troppo teorico. Ciò che non è teorico è, però, l’incremento subito dal fondo di dotazione delle due Fondazioni dal 2001 al 2016. La Fondazione forlivese ha visto un incremento patrimoniale pari a 212 milioni mentre quella riminese ha visto un decremento pari ad euro 88 milioni. Si può concludere, quindi, che mantenere la “riminesità” della banca è costata alla Fondazione la non banale cifra di 88 milioni di euro.

In seconda battuta è interessante indagare quanto è costata alla collettività la scelta di mantenere il controllo della Carim. Qui entra in gioco il concetto di “banca del territorio” che, dal punto di vista economico, è un assurdo: le banche dovrebbero prestare i soldi sulla base di un ritorno economico certo o presunto e non sul fatto che la sede della banca è vicina fisicamente all’imprenditore, oppure il cliente conosce personalmente il direttore di banca. Esistono per legge, al contrario, le “Fondazioni del territorio” che nascono proprio con lo scopo di redistribuire alla collettività le risorse che arrivano dalla gestione della partecipazione bancaria. Si è ribaltato, quindi, il concetto: si è scelto la centralità territoriale della Banca a scapito di quella della Fondazione e non il contrario.

A ogni modo, la scelta di controllare Banca Carim ha pagato in termini di utilità sociale per il territorio riminese? I dati dicono di no. Nel periodo 2001-2015 le erogazioni della Fondazione forlivese sono state superiori di ben 75 milioni rispetto a quelle della Fondazione di Rimini. In valore assoluto, la Fondazione Carim ha erogato sul territorio circa 45 milioni di euro mentre quella di Forlì circa 124 milioni di euro. La Fondazione di Ravenna, invece, che ha fatto una scelta diversa optando per la privatizzazione della quota di maggioranza, suddividendola fra circa 30.000 azionisti, nello stesso periodo ha erogato la somma di 94,5 milioni di euro, anche questa ben al di sopra rispetto a quella riminese.

Ciò in ragione di un fatto molto semplice: mentre a Forlì sono riusciti ad impiegare il denaro, ricevuto per la cessione della partecipazione nella Banca, in investimenti diversificati e remunerativi, quella di Rimini ha tratto le sue risorse unicamente dall’utile derivante dal controllo di Banca Carim che, nel corso degli anni, per le note vicissitudini, è venuto sempre più scemando fino ad annullarsi.

In calce a tutto ciò non rimangono che due considerazioni finali.

La prima è sulla ingloriosa fine del concetto di “banca del territorio”. Al di là delle vicende che riguardano la Carim e che qui si è narrato, tutte le banche legate al territorio di appartenenza governate dalle relative Fondazioni sono finite miseramente. Tra le tante: Cassa di Risparmio di San Miniato, Cassa di Risparmio di Ferrara, quella di Cesena, quella di Chieti, Banca Marche, Banca Tercas, più svariate banche popolari e di credito cooperativo (non controllate da Fondazioni ma comunque con una forte vocazione territoriale) che hanno visto operazioni di accorpamento per evitare fallimenti. Le motivazioni di questa morìa possono essere le più disparate: dall’assenza di competenze gestionali ai conflitti di interesse fra amministratori degli enti creditizi e i clienti, dall’eccessivo nanismo rispetto a colossi del credito finanche una certa incapacità di comprendere l’andamento dell’economia nazionale e mondiale. Al contrario scoppiano di salute, invece, come anche qui abbiamo dimostrato, quelle Fondazioni che in tempi più favorevoli hanno proceduto alla vendita della partecipazione.

La seconda considerazione riguarda, invece, la fine della rilevanza della Fondazione Carim sul nostro territorio come motore di sviluppo economico e sociale. Non dimentichiamo che l’Università a Rimini è frutto dell’investimento dell’ente di Palazzo Buonadrata che n’è stato principale motore culturale e finanziario. Poi si è avuto l’impegno nel restauro del Tempio Malatestiano e in Castel Sismondo la cui gestione ha visto il realizzarsi di mostre culturali di pregevole fattura e di altrettanto meritevole impatto sul sistema economico. Con la crisi dell’ente tutto ciò verrà meno, come verrà meno anche la realizzazione dell’Auditorium per la Musica nell’area della vecchia fiera, disegnato da Mario Botta e i cui fondi sono stati letteralmente bruciati, assieme a quelli previsti per il fossato di Castel Sismondo, nella ricapitalizzazione successiva alla fine del commissariamento. La città, quindi, dovrà fare a meno di questo importante attore perché nei prossimi anni la Fondazione Carim, che controllerà solo il 2,5% della Banca, avrà risorse per garantire la sua sopravvivenza e, forse, la semplice conservazione del patrimonio accumulato in questi anni.

Giovanni Benaglia

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