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La sinistra come può salvarsi mettendo in crisi se stessa?

E adesso che il terremoto ha raggiunto anche la politica e i partiti, dove, come e con chi prenderà le mosse l’uscita dalle faglie?

Sarà la frettolosa idea che vanno formandosi minoranze invaghite delle loro rivalse, ciascuna lucrando sulle sopravvenute debolezze delle maggioranze? E a quale dimensione del consenso potrà aspirare la comparsa di una sinistra che, per salvarsi, mette in crisi se stessa?

Ci si chiede se la destra avrebbe mai pensato di poter ricevere un dono così gratuito da una minoranza decisa a rivendicare il diritto di influire sugli indirizzi del partito, cui addebita di tradire la propria vocazione, ma il popolo della sinistra come avrebbe accettato il rischio di veder minacciato un organismo affrancatosi dalle sue concrezioni ideologiche e deciso a ricomporre, nel Partito Democratico, un centro-sinistra riconducibile all’ispirazione di un “Ulivo” nato e presto dissolto da un aspro clima politico, economico, sociale?

Quale sarebbe stato il giudizio, oggi, sulla crisi prodotta in un partito volto a fronteggiare una vasta e rovinosa inquietudine internazionale, esplosa soprattutto nei Paesi con le economie più deboli? E una sinistra ancora alle prese con quella realtà – e vede indebolire se stessa nella sua minacciata unione – a quali condizioni potrebbe risolvere la questione unitaria, con le spinte ormai radicalmente contrarie alla dialettica interna del partito?

Nel rispetto per le intelligenze, le passioni, gli interessi della minoranza, si stenta a credere che avrebbe potuto raggiungere effetti meno espliciti se confrontati a ciò che la Storia, in materia, aveva già abbondantemente addebitato alle “dinamiche” prodotte a sinistra dalle sue cicliche insofferenze.
Questo tempo, per giunta, esige la consapevolezza che l’origine primaria dei suoi problemi galleggia in una realtà “amministrata” da otto persone che dispongono della stessa ricchezza di metà della popolazione più povera del mondo; e finisce per lasciare alla finanza, in luogo della politica, le fonti di un’equità “tecnicamente estranea alla crescita globalizzata”.

Un’antropologica natura della TV invade intere generazioni giovanili, suscitando interessi estranei alla primaria educazione civile, e generando psicologie, costumi, linguaggi, privazioni. Non a caso lo Svimez annuncia che entro i prossimi dieci anni i giovani del Sud si vedranno precluse le speranze di avere un lavoro stabile; e tralascio l’impoverimento di una normalità a lungo prodotta dalle cosiddette “debolezze sociali”, cioè le iniquità che alimentano i disincanti, le ripulse, le rese.

Al netto del risveglio – che ha misurato la sua efficacia in una ritrovata vocazione riformista – penso altresì a un europeo di media cultura democratica che non colga gravi scivolamenti nella difesa degli argini democratici; che in alcuni Paesi del vecchio Continente, cioè, non veda crescere gravi alleanze di segno nazionalista e populistico.

E’ in atto una sorta di vicariato democratico rispetto al totem dell’efficienza e a un malinteso senso della sovranità; in qualche nazione dell’Est europeo si tende a comprimere le Corti Supreme, che in ogni moderna civiltà costituzionale rappresentano un presidio di libertà e di tutela dei diritti dei cittadini. In altre, come la Federazione Russa, o la Turchia di Erdogan, la democrazia è solo apparente; la libertà di stampa, un diritto che serve a rafforzare tutti gli altri, in questi e altri Paesi viene platealmente soffocata.

Da noi, credo che nessuno ignori l’estrema delicatezza di questa inquietante precarietà. La frattura della scissione, al di là del visibile disagio che provoca, non può non apparire anche il sottile affievolimento di una realtà che tocca l’acme della crisi quando non trova gli strumenti per comporre ciò che pare irreparabile.

Nessuno, è vero, va perduto per strada e i politici più avveduti non a caso difendono il sostegno al Governo, d’altronde più laborioso di quanto non sembri o non si creda. E gioverebbe persino alla durezza dello schema critico della frattura minoritaria se fossero riconosciute anche le più ardue e riuscite iniziative dell’ex presidente del Consiglio.

In un partito che porta nel logo l’aggettivo “democratico”, tra quelli definiti grandi e dunque osservano i criteri e praticano le norme del libero confronto, sarebbe paradossale se non si riuscisse a concepire una franca, responsabile risposta al dilagare degli eccessi che accompagnano la sconcertante verbosità di un evento che richiede severità e misura.

Il Paese deve poter trarre il senso di una battaglia messa a disposizione di una comunità da rianimare all’insegna di ogni possibile, e figuriamoci se non anche fondamentale, stabilità fermamente richiamata dal presidente Mattarella. Potrebbe essere un tempo favorevole per un Paese con le sue difficoltà e le sue risorse se nel rovescio di PD e DP si fosse colto un reciproco soprassalto per non rendere più difficile l’ubiquità dei principi, la difesa delle regole, il groviglio degli interessi.

Abbiamo più di un buon motivo per non dimenticare uomini che nelle congiunture drammatiche sono stati alle prese con le dure spine senza dover tagliare le siepi. Le drastiche separazioni – in politica come in psicologia – procurano sempre una sofferenza; e se prevale la saggezza di non far crescere le spine, forse vale ancora la pena d’immaginare che nel DP, il logo pressoché capovolto – se l’acronimo resisterà ai calabresi – possa ancora intendersi non un bene comune mutilato, ma quell’accento venuto meno all’unità.

Ho capito, e non per una debolezza romagnola, la frase di Vasco Errani“ma il PD era un progetto più grande”, che pareva gridasse addirittura contro se stesso mentre se ne andava con le spine addosso, leale e fiducioso.

E infine c’è chi si chiede se una scissione è per sempre: o non possa darsi, diciamo, il caso che non solo al suo interno agisca la possibilità di suscitare una riflessione e un proposito volti a concepire una più stabile sinistra. Questo interessa al nostro Paese e alla democrazia. Perché la parola “democratico”, o “progressista”, a sinistra, non richiama altri aggettivi e altri impossessamenti. Garanti, con la Repubblica e il Parlamento, la libertà e il popolo.

Sergio Zavoli

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