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La Valconca degli orefici: dal medioevo ai gioiellieri di Riccione e Cattolica

Gino Valeriani: “L’oro nella valle. Arti e mestieri in Valconca” – Digitalprint.

Gino Valeriani, dall’alto dei suoi quasi ottant’anni, prosegue instancabile le sue ricerche sui più vari aspetti della Valconca. E in questo nuovo volume, all’interno di due racconti, prova a descriverci la nascita e l’attività degli artigiani orafi nella Vallata.

Il libro è introdotto da alcune annotazioni storiche sugli orefici a Rimini nel Quattrocento di Oreste Delucca:Le ricerche d’archivio ne hanno censiti 91, a riprova di un’economia cittadina piuttosto articolata, dove c’è spazio anche per oggetti voluttuari o comunque non di esigenza vitale, dove tuttavia hanno un ruolo non secondario le committenze di carattere religioso”.

“Gli orefici, per numero di addetti, si collocano al quindicesimo posto su un totale di 201 mestieri documentati in città. La loro professione è regolata da una specifica rubrica dello statuto comunale. Essa dispone che chi lavora oro e argento in proprio o per conto altrui, deve utilizzare oro di 16 carati oppure argento da bolognini, e non di minor lega, senza effettuare mescolanze con altri metalli o praticare altre frodi”.

Ben diversa è la situazione nell’entroterra, dove, come dice Valeriani, “sul Monte dello Scudo”, passata la peste e la carestia “il Barone e i nobili sono tornati a danzare, a cantare e, come sempre, a gioire”. Ma la vita della massa dei contadini è ben diversa: “I contadini hanno imparato da secoli a ‘gestire’ fatica, sacrificio, angherie”.

In questa favola medievale che Valeriani scrive, Flavio il menestrello, il protagonista del racconto, ci porta a conoscere i vari ambienti di questa società medievale: la vita nei villaggi, i monaci dell’abbazia, la carovana dei nomadi (“Esperti artigiani avevano offerto i loro servigi e competenze per la ferratura degli animali da tiro, per fabbricare utensili in legno, per riparare caldai”).

Ma anche situazioni che in quei tempi si ripetevano: il ritorno della peste, l’arrivo della carestia, la presenza di maghi e streghe, l’assedio, la conquista e la distruzione del castello nella guerra fra principi, la razzia dei Barbareschi nei villaggi della costa. Flavio viene catturato da loro e portato al di là del mare dove conosce genti diverse. Ma la sua arte musicale gli consente di avvicinarsi, e diventarne amico, al Califfo che gli narra delle sue peregrinazioni nei paesi dell’Oriente.

Poi riesce a tornare verso casa grazie ad una carovana di nomadi slavi che risalgono l’Adriatico. Ed è in questi lunghi mesi di viaggio che Ilic, artigiano nomade, “insegna al giovane i primi segreti della lavorazione dei metalli anche di quelli in oro e argento”. Al suo rientro, “nel paese sul mare dove è stato rapito dai pirati”, un amico presenta Flavio “al proprietario di una bottega che lavora oro ed altri materiali, il quale ha bisogno di aiuto per soddisfare i suoi clienti”.

Nel secondo racconto Valeriani ci porta invece nella Vallata nella seconda metà dell’Ottocento: “Dal 1880 si ha notizia di una famiglia che operava nel Monte dello Scudo col nome Bartorelli”. Si, quei Bartorelli, ovvero quelli delle Gioiellerie Bartorelli di Riccione, di Cattolica, di Forte dei Marmi, di Milano, di Pesaro, di Milano Marittima, di Cortina. Come scrive Valeriani: “Da oltre 135 anni la famiglia Bartorelli definisce lo stile italiano nel mondo della gioielleria, traendo ispirazione dalla bellezza senza tempo delle gemme, traducendole in linguaggio contemporaneo grazie all’avanguardia delle sue scelte estetiche”.

“L’oreficeria dei genitori di Piero e Luciano – tornando al racconto di Valeriani – è al centro del paese e orecchini, collanine riflettono contro il vetro bagliori colorati. Nonno Bartorelli è ben conosciuto per la professionalità nella lavorazione dell’oro. Agli inizi ha fatto la ‘gavetta’ girando per tanti mercati poi, ‘offrendo garanzia’, piano piano gli affari hanno incominciato a girare”.

“Negli anni del dopoguerra i due ragazzi imparano molti segreti dell’arte orafa. Il nonno non frequenta più il mercato di Rimini ormai saturo e si rivolge a quelli di Riccione e Cattolica. Nel 1948 il nonno divide i beni fra Piero e Luciano: Piero apre un importante negozio di oreficeria a Cattolica, Luciano, qualche anno più tardi a Riccione”.

Valeriani aveva già scoperto queste lontane origini dei Bartorelli a Montescudo molti decenni fa. Nel 1990, allora insegnante nella locale Scuola Media e animatore del gruppo di ricerca storica ‘Iacobucci’ sulla civiltà contadina, assieme al Comune di Montescudo aveva organizzato nella scuola una mostra dal titolo “L’oro nella valle – arti e mestieri”, in omaggio ad un gruppo di orefici di Montescudo fra cui spiccavano i nomi delle famiglie Bartorelli e Magnanelli.

Chiude il racconto di Valeriani la seguente considerazione: “L’orafo dei nostri tempi giovanili doveva imparare tutto dalla pratica – noi dal nonno – per sviluppare e svelare quelle capacità artistiche difficilmente trasferibili e che fanno diverso un orafo dall’altro. L’oreficeria antica era solo arte. Oggi una parte è scienza, il resto arte”.

Oggi gli orefici, in senso lato, in Vallata sono rimasti: sono sparsi fra San Giovanni in Marignano e Morciano. Sono produttori, commercianti, agenti di vendita. Sono una realtà piccola, rispetto ad altri distretti dell’oro, come Arezzo, Valenza, Vicenza, ma importanti nel piccolo mondo industriale riminese. Molti di loro li ho conosciuti e frequentati molti decenni fa, in un altro momento della mia vita. Li ricordo con affetto e nostalgia di un tempo ormai passato per me. Ma sono convinto che meriterebbero anche loro un “cantore” delle loro esperienze perché la produzione orafa, prima che un business, è soprattutto creazione di oggetti d’arte. Certamente costosi, ma obbligatoriamente belli.

Paolo Zaghini

(nell’immagine in apertura, la bottega dell’orafo in una miniatura del “De spherae” (1480-1490). Modena, Biblioteca Estense)

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