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La via dei Molini è quella strada, in forte pendenza, che collega la via Bastioni Meridionali alla via Venerucci, nella zona delle Maestre Pie, vicino alla via dei Calegari o Pelacani (di cui s’è detto la volta scorsa). Particolare abbastanza raro a Rimini, ha mantenuto fino a oggi il nome e il significato antico, anche se il contesto, dalla metà del Novecento, è del tutto cambiato.

Il monastero delle Umiliate accanto alla Fossa Pàtara nel 1660

Il monastero delle Umiliate e la fossa Pàtara nel 1660

I molini (o mulini) ad acqua – oggi parleremo di questi – erano le macchine idrauliche più importanti del Medioevo. Il loro meccanismo era noto fin dall’età romana, ma a quel tempo si usava raramente, perché c’era abbondanza di schiavi per azionare le macine. In età medievale i molini progressivamente si affermano, non solo per la fine sistema schiavistico, ma anche per la crescente produzione di grano, richiesta da un tipo di alimentazione basato sempre più sui cereali.
Il primo molino documentato in città è quello dei Canonici, noto dall’anno 996 e situato presso la cattedrale di S. Colomba. A distanza di un ventennio, le fonti d’archivio citano il canale dei molini che, partendo dalla chiusa di Ponte Verucchio, fiancheggia il Marecchia, servendo numerosi apparati molitorii, fino a quello posto appena fuori le antiche mura cittadine e denominato “il molino del Comune”, che dapprima si aggiunge a quello dei Canonici, poi lo sostituirà.
Alla metà del Trecento, con la costruzione della cinta medievale che gradualmente va ad ampliare quella romana, il molino del Comune viene a trovarsi fra i due muri, sulla strada dei bastioni, ricevendo l’acqua dal suddetto canale, che nel tratto urbano era stato immesso entro il letto della vecchia fossa naturale chiamata Pàtara o Ausella (le cui acque nel frattempo erano state deviate nell’Ausa).
Nel Quattrocento, il molino del Comune è la principale struttura che fornisce farina alla città. I documenti dichiarano che l’edificio possiede due impianti di macinazione, che successivamente diventeranno tre, come può intuirsi dalla Mappa Napoleonica del 1811 la quale evidenzia tre condotti di caduta delle acque.

I tre canali che fanno presumere altrettante macine nella mappa napoleonica del 1811

I tre condotti che fanno presumere altrettante macine nel Molino del Comune, nella mappa napoleonica del 1811

Il canale, o fossa Pàtara, entra in città dalla porta S. Andrea, quindi piega a destra lungo i bastioni giungendo al molino da posizione elevata, per consentire alle acque di precipitare con forza sulle pale facendole ruotare; e la via dei Molini, con la sua pendenza, di fatto segue l’andamento altimetrico delle apparecchiature che le stanno a fianco.
Il nome “dei Molini”, al plurale, è dovuto verosimilmente al fatto che, pur se contenuti in un unico edificio, gli apparati molitorii erano più di uno. E forse anche al fatto che il fabbricato ospitava un’altra struttura azionata dall’acqua al pari dei molini: la gualchiera. Si trattava di un meccanismo dotato di magli che – con una azione ritmica e prolungata – battevano i tessuti grezzi, provvedendo alla loro follatura, destinata ad infeltrirli ed a renderli più compatti e resistenti. Per non togliere l’acqua necessaria alla macinazione del grano, la gualchiera veniva fatta funzionare un solo giorno alla settimana.

La fossa Pàtara in una vecchia fotografia

La fossa Pàtara in una vecchia fotografia

Appena sotto il molino del Comune esisteva un’altra gualchiera, appartenente alle suore Umiliate. L’Ordine degli Umiliati era stato introdotto a Rimini fin dal 1261 per rilanciare l’arte della lana, di cui erano specialisti. Nato nell’Alessandrino alla fine del XII secolo e subito fiorente nella pianura padana, Lombardia in testa, era uno dei numerosi movimenti laicali sorti in quel periodo di forte fermento religioso. Anche gli Umiliati invocavano il ritorno a una fede più austera, condannavano soprattutto il lusso nell’abbigliamento e chiedevano norme “suntuarie” per limitarlo; il che fu effettivamente decretato un po’ ovunque soprattutto dal Trecento in poi. Come i Francescani e i Guglielmiti, gli Umiliati vennero inizialmente sospettati di eresia, finché Innocenzo III concesse anche a loro una “regola”. Da quel momento la loro espansione fu travolgente e le loro manifatture tessiili – dette domus – accumularono tali guadagni da finanziare una rilevante attività bancaria.

L'emblema degli Umiliati in un manoscritto estense

L’emblema degli Umiliati in un manoscritto estense

Nella domus di Rimini nel tempo si era aggiunto l’Ordine femminile che, ad un dato momento, era rimasto il solo a presidiare il monastero, ubicato tra il muro vecchio della città e la fossa Pàtara. Accanto al monastero, le suore Umiliate possedevano anch’esse una gualchiera che serviva appunto a trattare i tessiti prodotti dai loro telai. La si raggiungeva mediante uno stradello corrispondente al vialetto che dal fondo di via dei Molini oggi porta al cancello da cui si entra nel cortile delle Maestre Pie; ed era chiamato infatti la “via delle Umiliate”.

Via Molini oggi

Via delle Umiliate oggi

Dopo avere provveduto all’opificio delle suore, l’acqua della fossa veniva deviata in parte verso le mura per alimentare una terza gualchiera posta fuori città; il grosso della corrente proseguiva però all’interno del centro storico; serviva conciapelle e tintorie, passava dietro al Tempio malatestiano e più in basso, poco lontano dall’odierna via Castelfidardo, alimentava un altro molino da grano, posseduto nel Quattrocento dalla famiglia Diotallevi. In un’area a quel tempo disabitata, a cavallo della fossa, sorgeva infatti un complesso che, oltre al molino, comprendeva anche una ulteriore gualchiera, una tintoria, un opificio per arrotare e brunire le armi, nonché una fabbrica di carta.
Oreste Delucca

 

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