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Le coop bianche nella Romagna rossa

Elio Pezzi: “Probi Pionieri dell’Emilia-Romagna. Confcooperative Emilia-Romagna. Una storia di cinquant’anni, 1968-2018” – Homeless Book.

Il libro di Elio Pezzi è importante perché ricostruisce, dando voce ai protagonisti, la storia del movimento cooperativo “bianco” in una regione “rossa”, ma economicamente importante nel quadro nazionale. E dove, sia in Legacoop che in Confcooperative che in AGCI, sono partite le spinte verso gli organismi nazionali per una collaborazione fra le tre centrali cooperative che ha portato nel gennaio 2011 alla costituzione dell’Alleanza delle Cooperative Italiane (in Emilia-Romagna la firma della nascita del coordinamento è avvenuto il 7 giugno 2013 a Bologna).

Scrive Pezzi: “L’Alleanza con le sue 39.000 imprese associate rappresenta oltre il 90% della realtà cooperativa italiana per quanto riguarda i soci – oltre 12 milioni -, gli occupati – oltre 1.150.000 persone -, ed il fatturato complessivo realizzato, superiore a 140 miliardi di euro. Si tratta di numeri importanti che consentono alla cooperazione di incidere sul Pil per circa l’8%. A ciò va aggiunta la raccolta – superiore ai 157 miliardi – delle oltre 200 banche di credito cooperativo”.

“Abbiamo iniziato a parlare dell’unificazione del movimento cooperativo  – ricorda Franco Chiusoli, ex Presidente di Confcooperative Emilia-Romagna – almeno quarant’anni fa. Oggi c’è l’Alleanza Cooperative Italiane. Avremmo dovuto muoverci più velocemente, anche perché quel che si è raggiunto ora non mi pare più sufficiente. Non è sufficiente che si sia trovata un’unità che porta ad avere un unico interlocutore cooperativo nelle sedi istituzionali. Questa, intendiamoci, è una grande e buona cosa, ma rispetto ai cooperatori impegnati ogni giorno nella vita economica e sociale delle loro cooperative, mi chiedo che senso abbia questa unità, se non si traduce in un’identica unità organizzativa. Il rapporto politica-cooperazione – con i rivolgimenti che ci sono stati nella politica italiana – non è più così drammatico come lo era quando ho cominciato. Allora c’erano la cooperazione ‘bianca’, la cooperazione ‘rossa’, la cooperazione ‘verde’: la divisione era profonda ed aveva radici importanti. Oggi non è più così”.

Sono partito dai capitoli conclusivi del libro, quelli che l’Autore ha chiamato “Verso il 2030”. Ma come scrive Francesco Milza, attuale Presidente di Confcooperative Emilia-Romagna, nella presentazione “uomini e donne la cui memoria oggi è indispensabile per guardare al futuro della cooperazione, avendo ben chiare le radici da cui nasce il nostro albero in continua crescita”.

E per ricostruire questa storia l’Autore è ricorso alla memoria di 39 protagonisti che da Piacenza a Rimini hanno fondato o concorso a fondare le principali imprese cooperative, le Unioni provinciali e la stessa Confcooperative Emilia-Romagna. Dopo la nascita e la rinascita delle prime cooperative alla fine della guerra, la nascita delle Unioni territoriali fra il 1946 e il 1949, l’avvio dei consorzi di settore a livello provinciale, interprovinciale e regionale (tra il 1949 e il 1971), nel 1968 nasce l’Unione Regionale Emiliano-Romagnola della Cooperazione di cui si parla in questo libro edito in occasione del 50° anniversario della sua fondazione.

Nella lunga storia delle varie realtà in Regione, mi soffermo sulla storia riminese (nel capitolo 10 del libro). L’Unione di Rimini nasce ufficialmente il 29 ottobre 1983, l’ultima nata in casa Confcooperative quale associazione autonoma. Fatto curioso è che l’Unione di Forlì era nata a Rimini il 10 luglio 1949. I suoi dirigenti provenivano dalla Coltivatori Diretti, dalle Acli e dalla CISL e il suo primo presidente fu il democristiano riminese Giuseppe Babbi.

Ricorda Armando Foschi: “Babbi è stato un cooperatore, un padre della cooperazione a Rimini. Grazie alla sua opera sorsero le cantine sociali di Rimini e Morciano, la Centrale del latte, il macello di Poggio Berni e tante altre ancora”. Nei primi anni ’70 le cooperative aderenti a Confcooperative Forlì (dalle 18 che erano nel 1961) erano salite a 95: 36 agricole, 23 di abitazione, 13 edificatrici, 8 di produzione e lavoro, 2 di consumo, 3 di distribuzione, 6 culturali e del tempo libero, una di garanzia.

Primo Presidente della nuova Unione di Rimini nel 1983 fu eletto Armando Foschi con Roberto Brolli direttore e Mario Gentilini segretario. Ma in realtà Rimini era già autonoma da una decina di anni, da quando le cooperative riminesi si erano dotate di una propria sede, dando vita alla Unione Circondariale delle Cooperative di Rimini.

Ancora Foschi: “Ero contadino a Coriano quando abbiamo costituito nel 1950 una cooperativa per i servizi agricoli. Questo mio impegno nella cooperativa è stato possibile perché ho avuto un grande maestro, un sacerdote, don Ferruccio Zamagni, parroco di Sant’Andrea in Besanigo. Lui, pur con la mia poca cultura, mi ha inserito e fatto capire la necessità dell’associazionismo, dello stare insieme, del contare di più vivendo i valori sociali cristiani. In queste zone c’era la Chiesa e c’era la CGIL. Una volta era così, c’era contrapposizione politica”.

L’altro protagonista della cooperazione “bianca” riminese fu Mario Gentilini, per moltissimi anni Presidente delle ACLI. Furono le ACLI che nei primi anni ’60 si impegnarono per la nascita di strutture cooperative nel riminese. Nel suo ricordo scrive: “Le prime cooperative sono nate dai lavoratori del Credito Romagnolo, della Cassa di Risparmio, ma anche dai militari e loro familiari della base Nato di Miramare”, che dava allora lavoro a duemila persone. “Noi delle Acli gestivamo gli spacci aziendali all’interno di queste strutture, militari e del credito. Gli spacci aziendali nascono lì, così come nascono lì le cooperative per l’edilizia residenziale”.

Altre testimonianze riminesi sono quelle di Renzo Cipriani, uno dei fondatori della Cooperativa Ferrovieri; di Mario Magnani, socio fondatore e promotore della Cooperativa CTS (Cooperativa Trasporti Santarcangelo); di Massimo Coccia, che sarà presidente dal 1993.

Nell’intervento di Giancarlo Mazzucca, ex direttore de Il Resto del Carlino, viene detto: “L’Emilia-Romagna di quegli anni [anni ‘70] era una realtà unica nel panorama industriale italiano. Era la famosa ‘Via Emilia’ del piccolo e bello, quella della grande esperienza di piccole imprese che riuscivano a crescere, a prosperare e, soprattutto, ad imporre il ‘Made in Italy’ fuori dai confini italiani. L’Emilia-Romagna era però caratterizzata da un’altra peculiarità: c’era infatti lo sviluppo delle imprese cooperative. Il mondo della cooperazione, se all’inizio era soltanto ‘rosso’, perché molto legato al Pci e al suo schieramento politico, si diffuse poi in altri ambiti e settori, superando la ‘etichetta’ politica. Fu soprattutto il mondo delle cooperative ‘bianche’ a svilupparsi in modo sorprendente ed interessante”.

Una storia locale e regionale del mondo cooperativo emiliano-romagnolo che assume valenza nazionale, anche in prospettiva delle sfide future dopo un decennio di crisi profonda dell’economia italiana.

Paolo Zaghini

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