Home > Politica > LEGALIZZARE PER EDUCARE

LEGALIZZARE PER EDUCARE

Sono un ragazzo di vent’anni, e proprio per questo sento di dover dire la mia sulla proposta di legalizzazione della cannabis, dopo il recente sondaggio di Chiamamicittà. L’uso di marijuana è un aspetto innegabile del mondo giovanile, di fronte al quale non possiamo più far finta di niente: uno dei principi fondamentali della democrazia è, infatti, dare forma a realtà esistenti.

Premessa alla premessa: fumare cannabis fa male e vi invito a non farlo, come del resto vi invito a non fumare tabacco e a non bere alcol in eccesso – cause, queste ultime due, che pur essendo legali provocano un immenso numero di morti, a differenza della marijuana, che è invece illegale.

Premessa: ora che l’uso di cannabis è illegale, circa la metà dei miei coetanei ne ha fatto uso, almeno una volta. Non vedo come la situazione possa peggiorare con la sua legalizzazione; credo invece che la situazione possa solo migliorare – come Colorado e Portogallo che hanno visto diminuire l’uso di cannabis dopo averla liberalizzata e depenalizzata. Ma passiamo ora dalle considerazioni di un ragazzo senza alcuna autorità, se non quella di non averne alcuna, a quelle che potrebbero diventare delle certezze, una volta legalizzato l’uso della cannabis in Italia:

  • Verrebbe, quantomeno, sottratto alla mafia il monopolio su traffico e spaccio di marijuana. Chi obietta a questo punto citando le parole di Borsellino – contrario, trenta anni fa, alla legalizzazione delle droghe leggere – commette più di un errore: innanzi tutto non dà ascolto alle ragioni di chi vorrebbe legalizzarla, che mai si è sognato di sconfiggere così, come per magia, la mafia; in secondo luogo non presta attenzione alle attuali proposte dalla Direzione Nazionale Antimafia che, oltre ad appoggiare la legalizzazione, evidenzia come la produzione di cannabis finanzi perfino il terrorismo; ultimo ma non ultimo, non si accorge che il mondo di Borsellino era altro rispetto a quello d’oggi, che è in fondo il problema dei problemi.
  • Chi oggi fa uso abituale di cannabis – e che quindi ne ha fatto uso in passato e continuerà a farne in futuro, con o senza la legalizzazione, perché, diciamocelo chiaramente, il proibizionismo ha fallito – non troverà più nella sua “canna” additivi chimici (spesso più dannosi della stessa marijuana), ma troverà un prodotto controllato e garantito dallo Stato, e non dalla mafia.
  • Legalizzare vuol dire regolamentare: chi comprerà cannabis non potrà comprarne più di una certa quantità per volta; non potrà tenerne in casa più di una certo peso; i rivenditori autorizzati potrebbero essere confinati in determinate aree, e non vedremo più spacciare illegalmente alla luce del sole, magari in pieno centro storico, come avviene a Bologna, città in cui studio.
  • Legalizzare vorrebbe dire tassare, e combattere l’evasione: se venisse applicata alla cannabis la stessa imposta del tabacco, si calcola che lo Stato potrebbe incassare dai 6 ai 8.7 miliardi. Soldi che potrebbero essere spesi, in parte, proprio per sensibilizzare la popolazione riguardo l’uso di marijuana, con divulgazioni scientifiche volte ad una corretta conoscenza degli effetti provocati dalla cannabis. Non è una contraddizione: basta vedere i risultati ottenuti, in questo modo, proprio dalla lotta al tabagismo.
  • Legalizzare vorrebbe dire creare nuovo lavoro in un settore in crisi come quello agricolo: secondo uno studio della Coldiretti, in Italia, la sola coltivazione a scopo terapeutico potrebbe generare un business da 1.4 miliardi all’anno, e oltre 10.000 nuovi posti di lavoro.

Cosa impedisce ad un ampio strato della società di cogliere tutti questi vantaggi (che come ho cercato di spiegare brevemente non sono solo fiscali)? Cosa porta una certa politica ad essere così ciecamente retrograda, reazionaria e proibizionista? Il fatto di ignorare totalmente la materia in questione, e non averne alcuna esperienza; la malsana equazione che pone sullo stesso piano un tossicodipendente (una minoranza assoluta), e chi fa uso sporadico di cannabis (la stragrande maggioranza dei consumatori): che è come dire che chi sia preso una sbronza, almeno una volta nella sua vita, sia un alcolizzato.
Intendiamoci: se una persona ha avuto la fortuna, specie in passato, di non entrare affatto in contatto – anche solo indirettamente – con il mondo delle droghe leggere, sono felice per lui. Oggi, per quella che è la mia breve esperienza, ciò non è più possibile. Occorre quindi informarsi scientificamente, conoscere davvero l’argomento, e agire di conseguenza. Il proibizionismo non ha ottenuto alcun risultato, bisogna trovare allora un nuovo modo per contrastare l’uso della cannabis: so che a molti potrà suonare come una contraddizione, ma la soluzione potrebbe essere proprio la sua legalizzazione.

Perché, come diceva un personaggio di Salò o le 120 giornate di Sodoma, film ambientato in uno dei regimi più proibizionisti della storia: «In una società in cui tutto è proibito, si può fare tutto: in una società dove è permesso qualcosa, si può fare solo quel qualcosa».

Scroll Up