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L’ex dispensario di Rimini ceduto ai privati, i ricordi di chi visse nel simbolo di un flagello dimenticato

Ci sono passate intere generazioni di bambini riminesi ed era il presidio contro il flagello più temuto: la tubercolosi. Ora l’ex dispensario, di fronte allo stadio di Rimini, è stato ceduto dall’Ausl della Romagna ad una impresa privata. Dopo numerosi tentativi, andati a vuoto, di vendere l’edificio e relativa area non più utilizzata da parte dell’Ausl, ora si è giunti ad una svolta.

La cessione è avvenuta grazie ad una procedura di appalto per il completamento interno piani 5° – Area Ostetrica e Volumi Tecnici”, finanziati con parte di Fondi Statali/ Regionali (euro 4.381.150,00 quota Stato, euro 218.850,00 quota Regione E.R.) e parte con la cessione dell’ex dispensario, quale corrispettivo d’appalto lavori (importo euro 1.600.000,00). L’appalto è stato aggiudicato al consorzio C.A.I.E.C di Cesena.

Successivamente il consorzio ha indicato all’Ausl le imprese a cui intestare il fabbricato di fronte allo stadio. I proprietari finali sono Società Idrotermica di Rimini, S.B. Elettroimpianti di San Clemente, Idronica di Serravalle RSM.

Si conclude un lungo percorso per la riqualificazione dell’area. E’ da oltre 10 anni che l’Ausl chiedeva delle destinazioni urbanistiche compatibili con il mercato (residenziale) e l’eliminazione del vincolo di utilizzo di una parte dell’area (1.600 mq) per funzioni pubbliche, difficilmente utilizzabili da parte dell’Ausl in quanto isolate rispetto ai poli sanitari funzionali.

Oggi l’area ha una destinazione residenziale con la possibilità di realizzare circa 1.400 mq di appartamenti.

La mortalità per tubercolosi delle province italiane nel 1927

La tubercolosi, “il mal sottile”, a fine Ottocento provocava in Italia più di 60 mila morti all’anno. Per alcune sue forme, come la meningite tubercolare, la mortalità era del 100%.La scienza si era perciò mobilitata in tutto il mondo contro questa autentica strage.  Il batterio della TBC era stato individuato da Robert Koch nel 1882. Le nuove armi a disposizione dei medici furono i raggi x, che almeno potevano aiutare la diagnosi precoce. Per organizzarla su scala di massa, nacquero le reti dei dispensari, mentre per la cura dei malati c’erano i sanatori, di solito dislocati in località di mare e soprattutto di montagna dove c’era “l’aria buona”, cioè minor rischio di contratte malattie respiratorie. Solo dagli anni ’40 in poi arrivarono farmaci sempre più efficaci, dall’aspirina alla streptomicina.

I  dispensari antitubercolari furono propagandati e proposti nel nostro paese a partire dal 1904. Il primo a iniziare la sua la sua attività fu quello di Roma, donazione della Regina Margherita. A Bologna nel marzo 1914 la locale Associazione contro la tubercolosi aprì il primo dispensario antitubercolare della Regione. Da allora si fecero notevoli passi in avanti nell’organizzazione dell’assistenza sanitaria per i malati con TBC, affiancandosi, seppure in ritardo, a Germania, Inghilterra, Danimarca, Olanda e Francia. I ceti sociali più deboli ed emarginati, a causa di povertà, denutrizione e forzata coabitazione, continuarono però a restare pressoché indifesi. Anche lo stesso monitoraggio della malattia era arretrato: si ebbe in Italia solo a partire dal 1933, per scoprire che in quell’anno i nuovi ammalati erano stati 70.000, 1,72 casi per 1.000 abitante. Per questi motivi la tubercolosi in Italia era destinata, ancora negli anni Quaranta e Cinquanta,  a costituire, seppure in calo, un’importantissima causa di mortalità.

Nonostante Gianni Porcellini, nella foto che pubblichiamo, classifichi il dispensario di Rimini fra le realizzazioni dell’“arte fascista”, le memorie di chi ci ha vissuto per anni sono un po’ diverse. Racconta infatti Rosita Cicchetti: «Andai ad abitare al dispensario nel 1949, quando avevo 11 anni. Mio padre Bruno, che tutti però chiamavano Mario, anzi “Mario e’ znin” o “Mario e’ vardon” per via della camicia verde che indossava sempre, era autista della Croce Verde e gli fu proposto di fare il custode al dispensario. Invece della paga gli diedero un piccolo appartamento dove abitare. Quando arrivai l’edificio mi parve nuovo, anzi nemmeno del tutto completato, quindi non credo sia stato costruito prima della guerra. Apparteneva alla Provincia di Forlì».

E la signora Rosita prosegue: «Il lavoro più pesante era di tenere in ordine quel grande giardino, che adesso è in malora. Mio babbo ovviamente non interveniva nelle attività sanitarie, ma io le ricordo benissimo. Tutti i bambini di Rimini del circondario sono passati di lì. Facevano la radiografia e li testavano con la prova “Mantoux”, una specie di piccola iniezione. Se la “Mattoux” era positiva facevano la prova dell’espettorato; i test dell’espettorato venivano poi bruciati lì sul posto».

«Il simbolo internazionale della lotta alla TBC era la croce di Lorena, quella con due bracci. Ricordo quando a lavori terminati vennero per montare le croci sugli ingressi, ma poi sorse un problema. La proprietaria del terreno agricolo che stava di fronte all’ingresso principale si lamentò di quella croce. Era una nobildonna e non voleva che quel simbolo apparisse vicino alla sua proprietà. La tubercolosi faceva tanta paura che i malati venivano da molti emarginati e il simbolo della malattia era diventato quasi un marchio d’infamia. E poi ormai si ammalavano solo i poveri. Insomma, tanto fece la signora, che alla fine quella croce fu tolta, ne restò solo una dall’altra parte».

«Restai ad abitare al dispensario finché non mi sposai, nel 1964. – conclude Rosita Cicchetti – I miei genitori continuarono a vivere lì fino alla morte di mio padre, nel 1971. Dopo di lui non ci furono altri custodi e di lì a poco per fortuna non ci fu bisogno nemmeno del dispensario».

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