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Lia Celi e le dodici sporche donnine: “Ragazze perdute? Hanno dominato le loro epoche”

Signore della notte, cocotte, lucciole, scarlet ladies, meretrici, filles de joie, cortigiane, escort. Ma anche poetesse, letterate, spadaccine, amanti, filosofe, self made women. Sono loro le protagoniste del nuovo libro di Lia Celi dal titolo “Quella sporca donnina”, che esce oggi per la casa editrice Utet.

Giornalista e scrittrice satirica, Lia Celi, originaria di Parma ma riminese d’adozione, arriva a questa pubblicazione dopo “Caterina la magnifica. Vita straordinaria di una geniale innovatrice”, “Casanova per giovani italiani” e “Le due vite di Lucrezia Borgia. La cattiva ragazza che andò in Paradiso”.

La copertina di “Quella sporca donnina”

Ma com’è nata l’idea di questo libro? «È stata la prima volta nella mia carriera che il titolo è nato prima del libro – racconta l’autrice –, due anni fa, in un contesto decisamente poco piccante: mi ero appena svegliata dall’anestesia dopo un intervento chirurgico. Allora era solo un gioco di parole sul titolo di un film famoso e molto “macho”, “Quella sporca dozzina”, ma mi ha messo allegria e ho pensato che se ci riusciva con me in quella situazione, forse avrebbe fatto lo stesso effetto anche sugli altri. Quindi era il titolo perfetto per un libro. Il tema mi è venuto naturale. La “sporca dozzina” del film di Aldrich era composta di galeotti ingaggiati per una missione di guerra, la mia è fatta di dodici “donnine allegre” che in varie epoche storiche hanno fatto dell’amore un’arte, un’ispirazione e pure una florida carriera».

Come hai scelto le dodici protagoniste? Ognuna rappresenta quello che viene definito “il mestiere più antico del mondo” nelle diverse epoche? «Sì, ma l’obiettivo del libro non è fare una storia della prostituzione, ci sono libri ben più dotti sull’argomento. Volevo raccontare dodici storie di donne fortissime che hanno saputo essere protagoniste della loro epoca e della loro società pur esercitando una professione che in teoria le escludeva. Non le solite biografie di “ragazze ribelli” ad uso della gioventù, tutte artiste, scienziate, sante o rivoluzionarie. Come se la grandezza femminile dovesse essere sempre legata al genio o a particolari qualità morali. Le protagoniste del mio libro erano donne normali. Senza sangue blu, spesso orfane, autodidatte, non brillavano nemmeno per bellezza. Harriette Wilson, la squillo più pagata della Reggenza inglese, era una brunetta senza niente di particolare. La Paiva, la regina delle cortigiane dell’epoca di Napoleone III, nelle foto appare addirittura brutta. Eppure gli uomini si rovinavano per loro. Perché erano brave a letto, sì, ma sapevano anche emozionarli su altri piani, erano avventurose, divertenti, sfidanti, a differenza delle mogli, chiuse in casa, prive di cultura, inchiodate dalle maternità».

In questo testo, che già dal titolo si apre con la tua inconfondibile ironia, vuoi porre l’accento sulla loro libertà? «Difficile parlare di libertà nelle società del passato, dove nessuno era libero come intendiamo oggi, non certo le donne, ma nemmeno gli uomini. Però è curioso che nel Novecento le femministe abbiano lottato per dare a tutte le donne diritti che nell’Ottocento avevano solo alcune grandi prostitute, come la Paiva, Cora Pearl o Blanche d’Antigny: scegliersi il partner, vestire come si vuole, truccarsi, avere o non avere figli. Più che la libertà, volevo glorificare il loro coraggio. Sono donne invincibili, che non si arrendono davanti alle difficoltà, hanno progetti e li realizzano. Il progetto può essere scrivere un libro di poesie ammirato dai dotti, come per Veronica Franco, oppure creare il bordello più chic del West, come per Pearl De Vere, ma la determinazione è la stessa».

Nella presentazione del libro si legge che queste dodici storie sono “stranamente vicine a noi, nelle aspirazioni e nei desideri”. Perché? «Perché tutte davanti a loro hanno grandi difficoltà, a cominciare da quelle economiche, e devono ingegnarsi per mantenere se stesse e la propria famiglia: una situazione che molti di noi, uomini e donne, conoscono bene. Devono tenersi buoni i potenti e confrontarsi con i prepotenti. Amano che si parli e si sparli di loro, proprio come le influencer di oggi. E ancora oggi, detto brutalmente, una ragazza guadagna di più come escort che come commessa o barista, come ai tempi della signora Warren, la maîtresse descritta da George Bernard Shaw in una commedia che cent’anni fa faceva scandalo perché diceva verità scomode e tuttora valide».

C’è anche qualche personaggio romagnolo? «No, le “donnine” romagnole più universalmente famose sono quelle immaginate da Fellini: la Gradisca, la Volpina, la Saraghina. Icone, fantasmi, non donne reali. Ma Veronica Franco, cortigiana veneziana, visse un’esperienza da Gradisca: anche lei ebbe una notte con un principe, il futuro Enrico III re di Francia. Perché Veronica era una vera e propria attrazione della città, come San Marco o il ponte di Rialto. E com’era la Gradisca nella Rimini di “Amarcord”».

Irene Gulminelli

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