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LIBRI SOTTO L’OMBRELLONE – Cuore di tenebra

Questa quinta lettura consigliata sotto l’ombrellone è pensata come contrappasso al fine settimana che Rimini – e in genere tutte le città di mare – vive durante il periodo estivo. Il Ferragosto.

Uno spartiacque vacanziero. Il giorno più luminoso dell’estate in spiaggia in riva al mare. A Rimini la tradizione ferragostana vuole la città sommersa da festanti gavettoni d’acqua. Quasi a celebrare una festa del mare, un rito di ringraziamento. In questa giornata di ultimo tripudio di luce e di sole, il libro suggerito è il capolavoro di Joseph Conrad – Cuore di tenebra.

Libro che chiude il secolo diciannovesimo e per la portata del racconto apre le porte al ‘900, non solo letterario ma sociale. Lo scrittore è un polacco naturalizzato britannico che scrive le sue opere nella terza lingua d’apprendimento, dopo quella madre polacca e francese, diventando uno dei massimi esponenti della letteratura in lingua inglese. Già questa è una metafora della babele linguistica che il secolo scorso avrebbe vissuta a causa di una lenta e progressiva globalizzazione del mondo.

E questa storia racconta di un viaggio sul fiume Congo, nell’ombelico del continente africano, alla ricerca di un commerciante d’avorio – di nome Kurtz – emblema dell’imperialismo e della potenza colonizzatrice della vecchia Europa nei confronti – ma non solo – della nera Africa.

Ma dove batte il cuore di tenebra che dà il titolo alla storia? Conrad traccia ed espone magistralmente dei fatti e dei caratteri in cui si comprende che il mistero oscuro della vita, la violenza che in essa si annida, il senso di civiltà che noi bianchi occidentali pensiamo di avere costruito e persino di poter esportare nel mondo, va rimessa tutta in discussione.

Conrad non ci consegna solo un romanzo ma una lunga sequenza di interrogativi, quasi profetizzando la forbice novecentesca tra progresso e sviluppo. Il primo visto come l’affrancamento dell’umanità dalle condizioni di minorità legate a miseria e ignoranza, il secondo – ahimè – come una crescita insensata non avente più come finalità il benessere ma il cinico e arido accumulo di ricchezza e di potere da parte del vecchio mondo europeo e anglosassone a scapito di quello che sarà definito poi – come terzo (e quarto) mondo.

La trama del libro è una metafora della vita, una sorta di pionierismo esistenziale navigando sulle anse di un fiume cupo e misterioso alla ricerca di una origine, di una sorgente non di acqua ma di risposte all’insensatezza di questo sfruttamento di risorse di altri popoli, sottomessi alla potenza espansiva dell’impero coloniale. Un viaggio di trivellamento della superficie sopra la quale sembrano scorrere placide esistenze per andare alla ricerca non dell’oro e del suo sberluccichìo ma di una tenebra densa molto di più di quella delle notti africane. La tenebra dell’universo all’interno del quale la luminosità delle stelle è data da una luce perennemente in fuga da noi.

Marlow è il capo dell’equipaggio che compie questa navigazione nel cuore del mistero, quel luogo dove Kurtz non è solo il procacciatore di avorio per consentire alla compagnia di commercio di ottenere lauti guadagni nella madrepatria, ma un coagulo di leggende che fioriscono intorno a quella sua permanenza a contatto con la primitività e il tribalismo africani.

La lettura di questo romanzo richiede uno sforzo particolare: quello di non essere condizionati dal celeberrimo film di Francis Ford Coppola – Apocalypse Now. Film uscito ottant’anni dopo al libro di Conrad (nel 1979), al quale il regista si è liberamente ispirato, per raccontare un’altra storia, traslando il setting degli avvenimenti dal cuore dell’Africa a quello del Vietnam, e trasformando Kurtz in un colonnello dell’esercito americano che diserta dal suo ruolo militare per crearsi un impero personale. Luogo sacro e ancestrale in cui violenza e cannibalismo sono il fondamento di questa comunità ai confini estremi dell’umano.

Lo sforzo di non associare il volto di Kurtz a quello inquietantissimo e allo stesso tempo soave di Marlon Brando, la cui testa rasata a zero – che emerge dal profondo della tenebra – sembra essere il volto stesso di chi ha visto la morte negli occhi e nei quali vi è rimasta impigliata.

La lettura di Cuore di tenebra è un viaggio al cuore dell’umano e di cosa persiste di umanità quando questa è messa a confronto con la spietatezza e la ferocia dello spolpamento di risorse che creano sempre più ricchezza per gli sfruttatori e sempre più povertà e miseria tra gli sfruttati. È un lento avvicinamento a questo uomo che incarna l’avamposto di tutti i conquistadores del mondo. È l’anticipazione del volto che assumerà il Capitale nel secolo scorso e soprattutto nell’abbrivo del terzo millennio. È la storia di Marlow che s’improvvisa esploratore non tanto di un continente ma di Kurtz, il simbolo del continente da cui Marlow stesso proviene.

Marlow vuole portare nel cuore della tenebra la luce della verità. Almeno ci prova: “Voi sapete come io odi e detesti la menzogna, come mi sia insopportabile: non perché io sia più schietto degli altri mortali, ma semplicemente perché la menzogna mi atterrisce”.

Ma si sa che ogni esperienza mette a nudo le convinzioni e i precetti morali che albergano nei nostri pensieri. E Marlow farà esperienza di incontro con Kurtz e sarà addirittura il testimone unico delle ultime parole pronunciate da questa creatura la cui definizione di uomo risulta al limite del significato che uomo può assumere. “Sussurrando gridò a non so quale immagine, a non so quale visione – due volte gridò, con un grido che era poco più di un sospiro: L’orrore! L’orrore”.

Queste parole sembrano incarnare il culmine del grido che si leverà per tutto il Novecento, in particolare del picco rappresentato dagli orrori – appunto – della seconda guerra mondiale. “Sussurrando gridò”. Dentro al flebile bisbiglio di un movimento di labbra è racchiuso il grido di dolore che sembra essere la voce del nostro pianeta intero.

La quintessenza dell’umanità ferita dalla sua stessa ingordigia e ansia di dominio degli uni sugli altri e tutti insieme contro la natura. Marlow raccoglierà queste ultime parole e dovrà decidere se consegnarle alla donna che ha sempre amato Kurtz ma che era all’oscuro della tenebra che lo aveva avvolto. E l’uomo ‘atterrito dalla menzogna’ dovrà affrontare gli occhi e le parole di questa donna che aveva continuato a immaginare il suo uomo lontano: “‘E chi non diventava suo amico dopo averlo udito parlare anche solo una volta?’ – stava dicendo lei. – ‘Attirava gli uomini per quello che c’era di meglio in loro’. Mi fissò intensamente. ‘È il dono dei grandi’, proseguì, e il suono sommesso della sua voce pareva giungermi accompagnato da tutti quegli altri suoni, colmi di mistero, di desolazione e di angoscia che mi era toccato di udire – il gorgoglio del fiume, il fruscio degli alberi agitati dal vento, il mormorio di folle selvagge, il fievole echeggiare di parole incomprensibili gridate da lontano, il sussurro di una voce che parlava di là dalla soglia di una tenebra eterna. ‘Ma voi lo avete udito! Voi sapete!’, gridò lei”.

La risposta di Marlow – colui che sa – è consegnata all’ultima pagina del libro, alla quale giungerete se sarete sopravvissuti ai gavettoni e ai festeggiamenti nel cuore di luce che ogni Ferragosto accende sulla spiaggia di Rimini.

Paolo Vachino

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