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Lidiana FabbriMulìghi [Briciole] – Il Ponte Vecchio.

Il quarto libro di Lidiana Fabbri in 10 anni (il primo fu “S’un fil ad vent” del 2007). Con una crescita continua delle sue capacità espressive e di utilizzazione del dialetto. Una delle poche donne entrate nel club dei poeti dialettali romagnoli.

Guardando l’elenco pubblicato online da “La Ludla”, il periodico dell’Associazione ravennate “Istituto Friedrich Schürr”, le donne sono veramente poche (ma Lidiana c’è). Le riminesi (in senso di territorio provinciale) però non arrivano a le dita di una mano: Giuliana Rocchi (1922-1996), Annalisa Teodorani (classe 1978) e Lidiana Fabbri (classe 1951).

La bella introduzione di Davide Pioggia, “Una lingua in viaggio”, ricostruisce il percorso di vita di Lidiana: nasce a Cerasolo di Coriano, nel 1962 con la famiglia si trasferisce a Rimini, prima nel Borgo Sant’Andrea e poi nel Borgo San Giuliano, ed infine a Gaiofana dove vive ancora oggi.

Questi incontri con realtà diverse, anche linguistiche, fanno sì che “la lingua perennemente mutevole di Lidiana Fabbri potrà sembrare una sorta di ibrido deteriore, ma anche in questo si coglie un aspetto del carattere di Lidiana, che è inclusivo non esclusivo, e si lascia attraversare da ogni esperienza prendendone ciò che la può arricchire”.

57 i testi poetici che ci propone in questo nuovo volume, dove i segnali della sua maturità poetica si possono cogliere facilmente rispetto ai testi d’esordio. Ha ragione Pioggia quando dice che “Lidiana a volte, pur con la sua timidezza e il suo garbo, sa anche graffiare”. E questo lo si nota soprattutto quando affronta questioni inerenti l’emancipazione femminile: pur senza estremismi la sua ironia è graffiante e colpisce nel segno.

Prima lór / i fèva l’amór. / Prima. / Pó lór i s è cavè i ócc. / E dì, / ch’u n èra pàs / una màsa ad tèmp / chi avéva mèss só chésa insèn. / Adés i è instizìd!
(Prima loro / erano innamoratissimi. / Prima. / Poi loro vennero alle mani. / E dire, / che non era trascorso / molto tempo / da quando avevano deciso di vivere insieme. / Ora sono stizziti!)

Ma Lidiana, in questa sua nuova maturità, “è capace di fare i conti col tempo che passa anche amaramente, e di utilizzare la memoria, senza sprofondare nella nostalgia e senza ricorrere a banali manierismi”.

Misiria. A l’ò cnusùda / quand a sèra znìna. / A n savìva cum ch’la s ciamèva / cla sgnóra sècca e stìla / cumè una stlòuncia. / U i èra sla tevla e’ pèn, / una mèza tàza ad làt, / la pulènta te’ caldìr, / e’ brùd per al fèsti. / Lia sal su risadìni / la tulìva in zir / quand la ròba te’ piàt / la fnìva prèst. / Ades i dis ch’la è artórna / la misiria. / Mè an so in pansìr: / a so stè vèzza / a fè rinsìda / sa quell ch’u i èra / dèntra la cardènza!
(Miseria. L’ho conosciuta / da piccola. / Non sapevo il nome / di quella signora magra e filiforme / come un fuscello. / C’era il pane sulla tavola / mezza tazza di latte / la polenta nel caldaio / il brodo per le feste. / Lei con quelle risatine ironiche / pareva prendesse in giro / quando il cibo / finiva presto. / Ora dicono che sia ritornata / la signora miseria. / Non mi preoccupo / sono stata abituata / a dosare il cibo / che c’è nella credenza!)

“Il contrasto fra il mondo contadino e quello urbano, e il mutamento epocale che ha trasformato una civiltà contadina in un paese del terziario avanzato, è solo uno dei temi che ispirano Lidiana”. I segni della sua appartenenza ad un mondo contadino oggi scomparso del resto Lidiana non li ha mai negati.

La Tnàcia. A so dèntra ste mònd, / a i stagh a fadìga: / a n mi pòs scrulè / a n mi pòs mòv cumè ch’a vói. / A m sìnt / cumè dèntra una tnàcia / s’l’ovva ch’la bòll. / E mé / a pést i pìd / a pést i pìd …
(Il tino. Sono dentro a questo mondo, / ci sto a fatica: / ho poco spazio / non posso muovermi come vorrei. / Mi sento / come dentro un tino / col mosto che bolle. / E io / pesto i piedi / pesto i piedi …)

Se c’è un tema da cui Lidiana è lontana è la politica. Eppure questo testo sembra quanto mai attuale, dedicato al travaglio di tanti militanti del PD di Renzi.

La bandìra. Tla tèsta idèi ròssi cumè e’ fùgh, / cumè e’ sàngui, / cumè e’ vèin t un bicìr. / Adés li n è pió isé: / agli è dvènti sé o nà acquadéccia. / Per furtuna che Gustìn / u s né andè prima ad ste fàt / e u n à vést gnìnt. / E’ saréa mòrt ad crepacòr / a véda i fiùl di su amìgh / ad cla vòlta. / E ènca quéi ad chésa sua / i à cambié e’ culor dla bandìra.
(La bandiera. Nella mente idee rosse come il fuoco, / come sangue, / come vino nel bicchiere. / Ora non è più così: / sono si e no vinello. / Per fortuna Augusto / ci ha lasciati prima di questo cambiamento / e non ha visto nulla. / Sarebbe morto di crepacuore / vedendo i figli dei suoi amici / di allora. / E anche le persone a lui vicine, della propria casa, / hanno cambiato il colore della bandiera.)

Chiudo ancora con una annotazione di Pioggia: “Lidiana è capace di fare i conti col tempo che passa anche amaramente, di cogliere i drammi e le pene del vivere e dunque di utilizzare la memoria senza sprofondare nella nostalgia. Mulighi è ampiamente pervasa da queste atmosfere, rese con particolare ricchezza di sentimento, di fantasia e di linguaggio”. Perfetto, condivido.

Paolo Zaghini

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