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L’Intervento del sindaco Gnassi alla cerimonia del Sigismondo d’Oro 2016.

Buonasera a tutti e grazie per la vostra presenza.
Benvenuto, professor Massimo Ciavolella.
Benvenuti ai ragazzi dell’Associazione ‘Mare di Libri’, alle loro famiglie.
Ci si ritrova volentieri in questo sabato pre natalizio per rendere merito e ringraziare con il Sigismondo d’Oro coloro i quali davanti al bivio “possiamo vivere ogni cosa al peggio o al meglio”, hanno scelto la seconda opzione.

Il Sigismondo d’Oro è come una pietra miliare, che segna cioè un traguardo e una nuova partenza. E io credo che questa edizione dell’onorificenza civica riminese simboleggi perfettamente la metafora: un arrivo e uno slancio, un premio per quello che si è fatto, per quello che si sta facendo, un riconoscimento per quello che si farà. E non a caso, questo luogo oggi è pieno di ragazzi, non pubblico ma protagonisti di un Sigismondo d’Oro particolare. Un Sigismondo che è una ‘promessa per il futuro’.

Un grande allenatore di pallacanestro, scomparso alcuni anni fa, girava, anche se malato, gli Stati Uniti per tenere conferenze nelle scuole, che si aprivano tutte con questa semplice frase: ‘Ogni giorno, in ogni campo della vita, persone normali fanno cose straordinarie’. Non è una frase ad effetto, non è retorica, è la pura e semplice verità.
Non ci sono riflettori, ribalte, red carpet o altro nella vita quotidiana: c’è l’amore per le cose che si fanno, c’è senso di responsabilità, c’è dedizione, c’è passione, c’è fatica, c’è resistenza, c’è la convinzione che migliorandosi si migliora il mondo che ci circonda. E questo accade anche adesso, in tutte le città che sono in Terra, con i mezzi, le professioni, i gesti, gli slanci più diversi. Gesti e slanci che in queste ore salvano vite nella tragedia di Aleppo, in mezzo al mare tra l’Africa e noi, o danno un riparo a più di 600 profughi solo a Rimini.
Qui e ora, in questo luogo, in questa sala, la sintesi di questi gesti, di tutto questo fare con amore e fatica di un riminese professore e di tanti ragazzi, è metaforicamente la pagina di un libro. Quella che leggono, approfondiscono, interpretano e divulgano nei rispettivi campi, apparentemente così lontani ma così in realtà vicini, il professor Massimo Ciavolella e l’Associazione ‘Mare di Libri’.

Nei giorni scorsi ho detto che entrambi fanno lo stesso lavoro, assimilabile a quello dei monaci amanuensi che, nei secoli oscuri della storia dell’uomo, operavano esclusivamente per ricopiare e dunque tramandare i testi classici ai posteri. Consapevoli, dunque, che la cultura e la conoscenza non siano oggetti, ma dei presidi di civiltà, bastioni dove si poggia la speranza di futuro che ogni generazione una dopo l’altra pone avanti a sé. E’ un paragone, quello con i monaci, che merita un’integrazione. Per i nostri due Sigismondo d’Oro non si tratta infatti di una museificazione del sapere, di interpretare il ruolo di integerrimi custodi dell’ortodossia dello scrivere e del leggere. Ma semmai il contrario: custodire per aggiornare, divulgare per tenere aperto il canale tra passato e modernità, sicuri che il primo sia ganglio vitale per il meglio compiersi della seconda. Il futuro senza la conoscenza, il domani privo della consapevolezza delle proprie radici, è più fragile, esposto a innumerevoli venti e vuota tecnologia.

Prendo allora a prestito ciò che mette oggi a disposizione proprio la tecnologia ormai quotidiana per miliardi di persone. Nei filmati pubblicati su ‘Youtube’ c’è il Professor Ciavolella in giro per il mondo davanti a centinaia di studenti che prendono appunti sul Rinascimento italiano su smartphone, tablet, personal computer, immagino moltiplicandone la diffusione attraverso i canali social. E sui social ci sono i ragazzi del festival ‘Mare di Libri’ in immagini gioiose di loro per le vie e le piazze di una città raggrumata nel mese di giugno intorno ai libri e ai loro autori. Occupano la città, questi nostri ragazzi riminesi, con sorrisi e pagine. Li vedi con le magliette riempire sale, teatri, gestirli, animarli. Una di loro un giorno ha detto: ‘E’ stupendo stare qui, circondata da persone che amano la carta, che amano le parole’.

Persone che amano le parole. Parole che amano radici e futuro. Così ci ritorna Dante, sul potere magico e misterioso che può esercitare un libro, con il canto dedicato all’innamoramento tra Paolo e Francesca, la nostra Francesca da Rimini: ‘Galeotto fu’l libro e chi lo scrisse.’. E si può chiudere oggi il cerchio pensando alla lettera di un giovane libraio, trovata proprio sul web, che spiega ‘I libri sono ponti ostinati: uniscono, creano legami’. E lo sono perché si prendono, i libri, il tempo necessario a consentire approfondimenti che servono alla vita a spiegarne la complessità, in una società che si nutre pressoché esclusivamente di immagini, di frammenti, di titoli ad effetto, al massimo didascalie.
“E’ stupendo stare qui tra persone che amano le parole…”. E’ una frase da scolpire, da tenersi dentro, una frase che induce a una riflessione, apparentemente semplice, ma profonda, intensa. La velocità e l’immediatezza di comunicare consentita dalla tecnologia permette alle parole di viaggiare in tempo reale, miliardi di parole, ogni istante nel mondo col web, con fb, instagram e whatsApp.

Col web si abbattono muri e barriere, si espandono conoscenze, relazioni. Ma stiamo assistendo anche all’opposto: si alzano muri e barriere, si distruggono relazioni, percorsi e persone.
Le parole che viaggiano immediate possono portare un sorriso istantaneo accompagnato da un selfie, o un insulto feroce accompagnato, magari subito dopo, da un atto violento.
Viviamo il tempo di un cambio d’epoca che ancora ci attraversa. Non una crisi economica, ma un cambio di schemi, di identità, di paradigmi sociali, culturali, economici.

Ci sono almeno tre grandi fenomeni:
– il primo; il più grande flusso di migranti dal dopoguerra
– il secondo; il terrorismo da radicalismo religioso e le guerre.
– il terzo; una rivoluzione tecnologica che ad oggi stenta a rompere una relazione tra aumento della produzione e diminuzione dei posti di lavoro. Nuove povertà locali insieme a miserie che vengono da lontano.
Si può rispondere a tutto questo con l’istinto dettato dalla paura, con il richiamo a muri e barriere; alla difesa dagli altri o all’attacco verso chiunque altro. Ciò spesso è accompagnato dall’individuazione di un nemico o di un responsabile di ogni male. Un responsabile che viene da lontano o magari vive a fianco a te e può essere una città vicina (quanti i campanili….). Un responsabile o un nemico che può essere una forza politica diversa dalla tua, un soggetto imprenditoriale o sociale, un ordine professionale, un giornale o un media, un’istituzione dello Stato e, spesso, un’amministrazione pubblica. Tutto veloce grazie al web.

Scriveva l’altro giorno Massimo Gramellini “le condizioni sociali ed economiche, come negli Anni Venti del secolo scorso, stanno di nuovo trasformando l’Italia nella culla delle rivolte di un popolo cupamente arrabbiato e facilmente manipolabile dagli avventurieri bramosi di farsi regime. Forcolandia. La differenza rispetto al passato è che stavolta sappiamo. Perciò non avremo scuse.”

Per Rimini oggi far tesoro di questo monito e della frase di quella ragazza ‘E’ stupendo stare tra persone che amano le parole’ in questo momento così duro, significa capire come le parole contro il nemico o il responsabile di turno, non risolvono i problemi. Quelle parole servono per costruirsi un protagonismo, un ruolo, una visibilità temporanea e di parte. Non e mai un progetto per tutti.
Le persone che amano le parole e i libri che creano riflessioni e legami, aiutano, al contrario, a trovare le coordinate di un progetto per una città, per un paese. Aiutano a provare a uscirne insieme, individuando senso e progetto dell’agire.
E’ quello che deve/dovrebbe fare la politica, tornando al significato vero delle parola: creare connessioni, relazioni per sviluppare un progetto e una direzione di marcia. Un progetto forte di connessioni e non insulti, un progetto di vita di comunità che possa permettere la traversata e l’approdo ad una meta di città cambiata, nel nostro caso di una Rimini più moderna, più sostenibile, con più opportunità di lavoro e comunità.
Il governo di una città, da questo punto di vista, è la pagina di un volume, di un libro che, come il futuro, non è ancora scritto. Un libro che deve prendersi il suo tempo per sviluppare la trama e consentire ai personaggi di realizzarla.

Pochi mesi fa i cittadini di Rimini hanno votato per rinnovare amministrazione e consiglio comunale. La scelta è stata quella di confermare la fiducia non tanto alla persona o alle persone ma alla continuità di un programma di rinnovamento e di modernizzazione della città che, per esprimersi al meglio, ha solo bisogno del suo completamento nei tempi previsti. Certo ci sono i professionisti della ‘campagna elettorale permanente’, che cercano improbabili rivincite in un’eterna critica urlata; ma ci sono anche punti di vista diversi e critiche legittime che vanno rispettate. Ma al di là di ogni considerazione, chi sei mesi fa ha preso la matita per esprimere la sua preferenza lo ha fatto per un’unica ragione: la condivisione di un progetto di cambiamento per Rimini. E’ inutile girarci attorno: fare o non fare è la discriminante prima che determina la credibilità. E fare con un senso, determina fiducia e consenso.

Non ho mai pensato che l’assenso per chi amministra provenga dalla simpatia. Le scelte radicali dei primi anni, il ‘carattere’ che ci siamo imposti per difenderle, sono convinto, sarebbero state bocciate da tanti e sopraffatte dalle parole di critica se non avessero avuto il tempo di essere protette prima, per fiorire poi negli ultimi anni.

Le scelte anticemento, il sistema fognario, la mobilità, i motori culturali, la progettazione della cucitura delle periferie, meccanismi severi di trasparenza e legalità, il nuovo welfare non più solo assistenziale, l’equilibrio di bilancio e la riduzione del debito, sono stati contrassegnati da anni di tensione, sacrifici per i cittadini, ma anche rabbia e insulti; poi ciò che era stato seminato ha cominciato a fiorire, grazie a una parola: il progetto, l’ idea di città. E tengo a ribadire che la speranza per Rimini, la resistenza ad anni perfino drammatici, si gioca sulla forza della sua visione, del suo progetto di città. Non altro. Ma non è poco.

Sul medio e lungo periodo il progetto vince sempre e costruisce per un’intera città; sul breve, sull’immediato prevale l’insulto, il disfattismo, la mera critica, la ribalta temporanea per gli interessi di qualche parte.
In Italia sta vincendo purtroppo da troppo tempo il breve periodo. Tutto si prova, si critica, si consuma e si brucia nel brevissimo tempo. Per questo penso oggi, almeno a Rimini, abbiamo l’obbligo, il dovere morale di finire quanto iniziato: la riconversione del modello di sviluppo, dentro cui tutti abbiamo vissuto, che ha caratterizzato gli ultimi 70 anni. E’ questa la missione esclusiva consegnata dai riminesi il 5 giugno 2016. Il fulcro del progetto è derivato dal lavoro comunitario, collegiale e condiviso del Piano Strategico (persone in connessione, in relazione) e il governo amministrativo della città, non da un solo sindaco o da una sola giunta. Oggi il completare il progetto e ampliarlo, innovarlo, risiede nella possibilità di creare inediti link, coinvolgere persone, imprese, parti sociali motivate nel credere a nuove opportunità e non solo a difendere certezze che, per amaro che sia, non esistono più. Una città connessa: connessa tra quartieri, connessa a se stessa e alla propria storia. Una città aperta, perché l’orizzonte di Rimini non può finire al Marecchia e al Marano. Non è la sua storia, non sarà il suo futuro.

Sulla pianificazione strategica anticiclica per un nuovo modello di sviluppo, forti di un pensiero forte, siamo riusciti a captare risorse o siamo in lizza per accedervi per una cifra superiore a 100 milioni di euro, a partire da questi giorni. Non ce li ha regalati né ce li regalerà nessuno. Li stiamo conquistando con un pensiero di città e con i fatti. Il contrario di qualsiasi narrazione. Già oggi a Rimini ci sono programmi di riqualificazione radicale di Rimini che riguardano la mobilità (i fondi per lo sviluppo e la coesione, 32 milioni) sulla cultura (il progetto museo Fellini, 9) il recupero di aree decentrate (il bando per la riqualificazione delle periferie e di Rimini Nord, 18); il nuovo lungomare (prima 3 poi altri 15 milioni insieme ad altre risorse private); risorse per il sistema fognario. Sono progetti che hanno innescato un circuito virtuoso, diventando terreno di semina anche per altre operazioni coraggiose, internazionali e innovative, che spezzano cerchi provinciali per dare più opportunità alla città. Penso ad esempio all’accordo tra le fiere di Rimini e di Vicenza per costituire un nuovo grande player nazionale e soprattutto internazionale in ambito fieristico e congressuale, primi in Italia insieme a Milano; oppure al rinnovato interesse di investitori per il recupero del patrimonio privato di ex colonie marittime, Murri e Novarese, bruscamente interrotto dalle crisi economica che ha messo in ginocchio imprese di rango nazionale; oppure, e non è un fatto esclusivamente simbolico, l’apertura della fabbrica di nuovi lavori, laboratorio aperto, negli spazi del museo, dando la possibilità concreta a centinaia di giovani e a decine di start up di mettere a punto le proprie idee e avere risorse per nuova occupazione. Un esempio di “promessa di futuro” di cui parlavo in apertura. Lavoro, lavoro, lavoro, creando, inventando opportunità, occasioni, condizioni favorevoli, alle quali tutti, sulla base di idee, merito, innovazione, qualità possano accedervi.

La sfida, ora, si chiama Parco del Mare con 350 imprese coinvolte e 150 manifestazioni di interesse. Stiamo lavorando al progetto preliminare di parte pubblica per il tratto piazzale Boscovich-Kennedy e lungomare Spadazzi.
Dal primo step di lavoro degli uffici emerge un quadro che ha dell’incredibile, pensando a chi scommetteva sul fallimento. Circa il 75% delle proposte pervenute possono essere considerate strategiche e attuabili, cioè in linea con una riqualificazione verde e sostenibile. Entro febbraio comincerà la procedura di relazione negoziazione con la componente privata che ha presentato le sue proposte. Credo che questo possa significare rilevare un movimento di città, un dinamismo verso un progetto comune che è il contrario della disarticolazione che alimenta progetti singoli e spesso purtroppo solo speculazione e avvilimento di luoghi pubblici. Entro il 2019 ci sono le condizioni per vedere i primi nuovi lungomare.

Ma non è facile. Non è facile amministrare una città. La fase generale è di quelle debordanti, in cui la sensazione diffusa è quella del malessere, dello sgretolamento di qualunque certezza, della crisi morale di intere Nazioni. Lo scenario è in bilico. Precario. Prendo le parole dell’Anci, di colleghi di ogni parte politica. I Comuni sono indifesi ed esposti più di ogni altro livello istituzionale e amministrativo a ondate di emozioni incontrollate che comunque determinano effetti mai visti prima. Il peso e le responsabilità in capo agli amministratori pubblici, agli uffici e ai sindaci sono del tutto sproporzionate rispetto alla certezze delle norme e ai problemi a cui rispondere. Io credo che serva un grande senso di responsabilità civile e civica di un’intera comunità. Non va posto sulle spalle di un solo ente, di una sola persona la qualità del governo e delle sfide di un paese, di una città, di uno Stato. La scelta di Rimini di intraprendere la via di grandi sfide in una visione strategica condivisa, va oggi assolutamente rafforzata.

Oggi paradossalmente serve più spinta e tenuta di quella avuta all’avvio della scommessa del cambiamento. Se era una scommessa persino incosciente, oggi tutti dobbiamo essere consapevoli che portare a casa il cambiamento è impresa più dura dell’averlo avviato.
Con questo compito comincia il secondo tempo per l’Amministrazione comunale. E, simbolicamente, anche questo secondo tempo riconduce alle pagine di un libro in cui la trama ha bisogno di spazio e tempo per spiegare e spiegarsi e arrivare in fondo.

Ho cominciato questo intervento citando l’espressione ‘possiamo vivere ogni cosa al peggio o al meglio’. Dico esplicitamente che questa Amministrazione comunale non interromperà per alcuna ragione i suoi programmi per il rinnovamento della città. Certo, sarà necessario affinarli, ricercare ulteriori connessioni e consenso su di essi. Ma, provando a vivere al meglio, considerato il mandato consegnatoci dai cittadini di Rimini, il meglio è e sarà proseguire nel cambiamento, cercato nella qualità ambientale, culturale, del muoversi, dell’educazione, dello stare assieme sostenendo chi non ce la fa. E nei prossimi anni la trama di questo nuovo capitolo avrà come protagonista il rinnovamento generale e complessivo. Nei prossimi anni Rimini sarà diversa. Ancora e più di oggi. Migliore. Non una promessa, è un destino, da conquistare con il lavoro, ma inevitabile.

Una nuova pagina potremo già sfogliarla esattamente tra un anno, quando ci ritroveremo ancora in questa sede per il Sigismondo d’Oro 2017. Nei prossimi 12 mesi Rimini cambierà volto, come mai visivamente è accaduto in parecchi decenni. Anas, Autostrade e Demanio statale permettendo, la parte sotto e sopra la Statale 16 vedranno cantieri e opere per essere collegate (Padulli, ss San Marino e Montescudo). Aprirà la Casa del Cinema nel palazzo del Cinema Fulgor, la prima parte di piazza Malatesta sarà riqualificata, così come realizzata la piazza sull’acqua al Ponte di Tiberio, la ricostruzione di questo teatro sarà al termine, aprirà i battenti il metrò di costa, il piano di rifacimento delle fogne entrerà nella fase conclusiva.

E’ avviata la seconda fase di consolidamento dell’Università. Si modificherà il paesaggio di Rimini, ritorneranno i luoghi con le loro funzioni originali. Curioso, stimolante e non necessariamente una coincidenza che tutto ciò avvenga in un anno in cui celebreremo il 600esimo anniversario della nascita di Sigismondo Pandolfo Malatesta e il decimo dal’inaugurazione della Casa del Chirurgo. Potremo riavere il privilegio di potere guardare ogni giorno quello che la storia e i nostri errori ci hanno impedito di ammirare nell’ultimo secolo almeno. Abbattendo i muri e tutte le paure che le barriere si portano dietro, potremo dimostrare all’Italia che con la cultura e con i grandi contenitori culturali, anche a Rimini si crea lavoro e comunità.

Tra qualche giorno il Comune consegnerà all’amministrazione di Ferrovie la proposta per un protocollo di intesa per recuperare quel pezzo di Rimini che rappresenta da oltre un secolo il ‘checkpoint charlie’ tra il mare e il centro: l’area della stazione.

Si lavorerà per una piattaforma logistica, dove si incroceranno parcheggi, la mobilità su gomma, su ferro, su bici, il metrò di costa. La proposta è un recupero all’opposto dello spot, del francobollo, della cementificazione. Mettendo lì funzioni legate alle relazioni, alla cultura, ai servizi ai cittadini, all’incontro, ad una nuova riqualificazione sociale. Una proposta che vorrà insediare in quell’area degradata l’idea di una ‘città della città’. L’opposto del fenomeno attuale cosiddetto di gentrificazione che spinge nelle periferie e fuori dalle città i suoi abitanti.

Lascio ora la parola ai nostri Sigismondo d’Oro 2016. Li ringrazio ancora una volta perché Massimo Ciavolella è anche un esempio di riminese che non dimentica la sua città e anzi, nel suo lavoro all’estero, cerca e concretizza le connessioni che lo portano a sviluppare joint venture educative e scolastiche tra gli Stati Uniti, Los Angeles e Rimini; e perché l’associazione ‘Mare di Libri’ è anche un fantastico esempio di organizzazione democratica in cui “produttore” e ‘cliente’ coincidono, essendo gli stessi ragazzi gli ideatori e gli animatori del Festival dedicato alla letteratura per giovani.
Non c’è dubbio che, con questa edizione, comincia un secondo tempo anche per questa onorificenza civica, non più premio alla carriera ma anche un significativo impegno per il futuro individuale e collettivo.
Infine, consentitemi di aggiungere un sincero ringraziamento alla comunità riminese, a tutti voi, i cittadini, le imprese, le associazioni, le parti sociali ed economiche, le autorità civili, militari e religiose per l’impegno investito nel 2016 a favore della collettività. Un particolare grazie alle forze dell’ordine tutte per il lavoro e l’impegno costante per questa città così particolare.

Un pensiero affettuoso anche verso chi ci ha lasciato.
Vorrei da ultimo ricambiare con un abbraccio profondo i tanti riminesi, persone normali, che nel silenzio e senza i riflettori addosso, fanno quotidianamente con amore e lavorano con passione. Fanno per sé, per gli altri, per la città. In altre parole un grazie a tutti quei riminesi, persone straordinariamente normali che scrivono quelle pagine di libro che rendono il romanzo di Rimini unico, vero e appunto straordinario.
Grazie e buone feste.

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