Linus, Riccione e l’illusione di essere indispensabili
19 Aprile 2026 / Maurizio Melucci
Linus, Riccione e l’illusione di essere indispensabili
C’è qualcosa di profondamente commovente – e insieme involontariamente comico – nel modo in cui Linus racconta la fine della sua lunga storia con Riccione. Quarant’anni d’amore, parole cariche di nostalgia, un filo di risentimento… e poi quella stoccata finale: “ancora un anno e questa giunta sarà finita”. Come dire: il tempo sistema tutto, soprattutto quando non gira più a proprio favore.
Ora, mettiamola così: quando finisce una relazione, succede. Anche le più longeve. Anche quelle che sembravano eterne. Si chiama fisiologia delle cose. Vale per le coppie, per i direttori artistici, per i palinsesti radiofonici e – sorpresa – anche per le collaborazioni tra comuni e personaggi dello spettacolo.
Quello che invece stona è il tono da amante tradito che però, nel frattempo, dà lezioni di politica locale. Perché una cosa è dire “mi dispiace, non condivido la scelta”. Legittimo. Un’altra è trasformare una decisione amministrativa in una questione quasi personale, con tanto di previsione sulla durata della giunta. Come se il voto dei cittadini fosse un dettaglio accessorio rispetto al palinsesto estivo.
Il punto, banalmente, è un altro: Riccione non è proprietà privata di nessuno. Non lo è mai stata. Né di Linus, né di chi oggi governa, né di chi governerà domani. Le amministrazioni cambiano, gli eventi cambiano, perfino i gusti del pubblico cambiano. È il mercato, direbbe qualcuno. E anche la democrazia.
E poi c’è il dato più spietato, quello che non si presta a romanticismi: dal punto di vista turistico non è successo nulla. Nessun crollo, nessuna fuga di massa, nessun segnale che senza quella storica collaborazione la città sia improvvisamente diventata invisibile. Le spiagge sono rimaste piene, gli alberghi hanno lavorato, la stagione è andata avanti. Insomma, il mondo non si è fermato.
Forse è proprio questo che fa più male. Non la fine della storia, ma la scoperta che era meno indispensabile di quanto si pensasse.
E allora sì, Linus ha ragione su una cosa: tutto passa. Passano le giunte, passano i programmi radio, passano le stagioni e anche i protagonisti. È una regola piuttosto democratica, in fondo.
Vale per tutti.

Linus, conduttore radiofonico e storico radio Deejay
Balneari, governo assente e tempi che slittano: verso lo scontro con l’Europa
Il tavolo tecnico al Ministero delle Infrastrutture sulle concessioni balneari che si è riunito venerdì 17 aprile, doveva dare risposte operative. Ha invece certificato un’assenza pesante: quella della politica. Riunione totalmente inutile. Infatti nessuno ha commentato l’incontro.
All’incontro mancavano, infatti, i vertici del dicastero guidato da Matteo Salvini. Nessun ministro, nessun sottosegretario. Un segnale chiaro e difficilmente giustificabile, soprattutto su un dossier che rischia uno scontro diretto con la Commissione europea. Più che un tavolo decisionale, è sembrata una riunione svuotata di significato. Uno sgarbo istituzionale evidente verso gli enti locali.
Intanto il nodo vero resta quello degli indennizzi. Bruxelles è stata esplicita: si riconoscono solo gli investimenti non ammortizzati degli ultimi anni. Andare oltre significa violare le regole della concorrenza.
I tempi, però, si allungano. Il confronto è già partito in ritardo e la scadenza del 30 giugno 2027 si avvicina. Il rischio di una nuova procedura d’infrazione è concreto.
Nel frattempo, i Comuni non sono affatto obbligati ad aspettare il bando-tipo. Possono procedere subito, applicando le norme già esistenti. Alcuni lo stanno facendo: Pietra Ligure ha già messo a gara 41 concessioni.
Chi continua a promettere lo stop ai bandi, come Bruno Galli – che ha aderito al movimento politico del generale Roberto Vannacci – alimenta un’illusione pericolosa. Perché in caso di infrazione europea, le concessioni non si salvano: decadono.
Il tempo delle ambiguità è finito. O si decide, o si subisce.

Case popolari, Marcello accusa ma dimentica il governo
Ho letto due volte la nota del consigliere Nicola Marcello. Non per scrupolo, ma perché sembrava mancasse un pezzo. E infatti manca: lo Stato.
Marcello denuncia che a Rimini ci sono poche case popolari. Vero. Le oltre 3.400 domande lo confermano. Ma si guarda bene dal dire che da quattro anni il governo che sostiene non ha messo risorse vere per costruirne di nuove. I famosi 100mila alloggi? Annunci. I fondi non ci sono. E senza soldi, le case non si fanno.
Poi ci sono i numeri usati a effetto: 134 alloggi ERP liberi su circa 2.400. Tradotto: poco più del 5%. Fisiologico, tra turn over e manutenzioni. Ma presentato come emergenza fa più scena. Peccato che altrove, come a Ferrara governata dal centrodestra, gli alloggi non utilizzati siano centinaia su numeri simili. Lì però il problema non esiste.
Infine la soluzione: spingere i privati ad affittare. Come se fosse una leva comunale. Come se non fosse un problema nazionale fatto di paura della morosità, tempi biblici degli sfratti e norme incerte. La cedolare secca c’è già. Non ha risolto nulla.
Il punto è semplice: si denuncia un problema reale evitando accuratamente di indicarne le cause vere. Così è facile fare opposizione. Più difficile sarebbe ammettere che senza un piano nazionale sulla casa e senza investimenti pubblici, le graduatorie continueranno ad allungarsi. E le note stampa a girare a vuoto.

Nicola Marcello di FdI
Maurizio Melucci