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“Lionel”: a Cattolica va in scena il matrimonio fra danza e circo

“Lionel. Come un elefante in una cristalleria”. È questo il titolo della performance di danza e circo con radici nell’estetica dello sport che verrà rappresentata, questa sera, sul palco del Salone Snaporaz di Cattolica (inizio ore 21.15). Protagonisti di questa opera sono la ballerina trentenne portoghese Teresa Norohna Feio  e il circense Francesco Sgrò (classe ’79), da Torino. Dopo aver instaurato un rapporto di fiducia, condivisione ed un interscambio artistico, dirigendo e coreografando insieme spettacoli di circo e danza contemporanea, hanno deciso di approfondire e sviluppare questa modalità di lavoro in una creazione che li coinvolge come autori ed interpreti. La performance è la prima creazione del collettivo Fabbrica C, associazione creata da Teresa, Francesco e altri tre artisti nel 2016, per sostenere e diffondere la ricerca in campo artistico. Proviamo a chiedere ai due performer come è nato il loro matrimonio sul palco.

Teresa, da quanto fai la ballerina?

«Ho iniziato danza classica quando avevo 6 anni e non ho più smesso. Ho frequentato la scuola di danza del conservatorio nazionale a Lisbona, dove sono nata e cresciuta. Nonostante abbia praticato tanto questo tipo di disciplina, le punte non sono mai state il mio forte. A 17 anni sono partita per l’Olanda per proseguire gli studi in danza presso il Teatro Fontys dansacademie. Nel 2010 mi sono laureata e ho girovagato fra Olanda, Belgio e Londra per un paio d’anni. Lavoravo e studiavo con maestri della scena contemporanea del centro Europa, fino a quando ho deciso di stabilirmi a Torino. Oggi le ‘punte’ sono ormai lontanissime, mi piace la diversità di stili e di linguaggi artistici, dalla visual art al circo contemporaneo».

Francesco, quando è nato, invece, il tuo amore per il circo?

«Il mio avvicinamento alle arti performative è stato molto complesso. Ho cominciato con il Conservatorio, seguendo più tardi corsi di teatro, dove ho conosciuto Giuseppe Porcu. Insieme a lui ho partecipato alla mia prima convention di giocoleria e in quegli anni abbiamo fondato la scuola di circo ‘Fuma che’nduma’, a Cuneo. Mi sono formato come artista di circo nel 2006, alla Scuola di Circo Flic di Torino, e ho seguito tanti stage di danza contemporanea in Europa. Ho fondato insieme a altri artisti di circo il ‘Collettivo 320 chili’, con cui abbiamo vinto il Premio Equilibrio – Auditorium Parco della Musica 2010 a Roma, con lo spettacolo ‘Ai Migranti.’
Inoltre, sono un artista associato di Sosta Palmizi, con cui ho implementato le mie conoscenze sulla danza e sulla messa in scena. L’interesse per la musica e la danza sono sempre stati presenti nel mio percorso, ma comprendo che il circo è un’arte che adora e ‘ruba’ da tanti altri campi artistici. E’ affascinante far parte della prima generazione di artisti di circo contemporaneo in Italia».

Quando è nato il vostro sodalizio artistico?

«Noi ci siamo conosciuti ad un festival di danza in Spagna. Sono passati nove anni dal nostro primo incontro. Eravamo curiosi e arrivavamo da formazioni radicalmente diverse. Con gli anni abbiamo accompagnato i lavori l’uno del altro. Abbiamo collaborato come sguardo esterno, consiglieri drammaturgici e di movimento. Balliamo insieme per il collettivo 320 Chili e lavoriamo insieme in diverse scuole di circo. A un certo punto abbiamo sentito la necessità di metterci in gioco, noi due, in scena».

Lionel, “Come un elefante in una cristalleria” è lo spettacolo che porterete allo Snaporaz di Cattolica. Di che cosa si tratta?

«Lionel è il risultato dell’incontro tra due artisti apparentemente distanti, che si cercano nel tentativo di creare una performance insolita. Ci piace dichiarare che non è una storia, ma contiene molteplici narrative. Il suo linguaggio è astratto ma estremamente emotivo, sensuale e ludico. Lionel non è una disciplina, ma non è neanche multidisciplinare, perché si serve delle azioni prima che a quelle azioni venga dato un nome. Questo spettacolo può essere guardato come un evento in costante divenire, che non si conclude mai, ma che si trova sempre nel precipizio di un abisso, dove questi due artisti cercano di capirsi. È un trio poetico tra un uomo, una donna ed una palla. Giocare a palla è un’azione che appartiene a quasi tutte le culture popolari. In occidente, qualsiasi persona grande o piccola riconosce i giochi e ne conserva la memoria. Questa è la premessa da cui siamo partiti per creare una serie di strutture e nuove regole di gioco, che ci permettano come artisti di giocare e come pubblico di identificarci. Questo show si sviluppa frammentariamente, avendo come oggetto principale la palla. È lei stessa un performer incostante e aleatoria, che presenta una qualità particolare: quella di produrre illimitate immagini metaforiche e poetiche al di sopra della sua qualità più comune, ovvero di dare gioia a chi gioca. La palla è l’elemento catalizzatore di tutte le azioni dei corpi in scena».

Avete in serbo qualche altro progetto? Vi rivedremo ancora insieme sul palco?

«Sì, debutteremo con il secondo spettacolo di Fabbrica C. ‘I minuetti’, al Festival Dinamico di Reggio Emilia, tra il 7 e 9 settembre. Questo è il primo show collettivo, saremo sei performers in scena tra circo, danza e video art. Proveremo a comprendere fisicamente e psicologicamente il Tempo, la sua presenza e inesistenza, sarà una bella avventura».

Nicola Luccarelli

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