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LO SFOGO DELLA GUIDA TURISTICA: TUTTO IL MONDO AMA FELLINI MA RIMINI LO SNOBBA

Ogni giovedì, con ritrovo al Tempio Malatestiano alle 21:00, la guida turistica Cristian Savioli propone una passeggiata per la Rimini felliniana: il centro storico così come l’ha conosciuto il grande regista, i suoi luoghi, i personaggi, la poesia. Un’occasione per riscoprire una Rimini d’altri tempi, che andiamo a conoscere meglio proprio con il suo ideatore.

Cristian, da dove nasce quest’iniziativa, diversa rispetto alle passeggiate per la Rimini romana o quella dei Malatesta?
«Io, in quanto guida, cerco sempre di trovare nuove strade al di là delle solite visite guidate: alcuni anni fa mi sono detto: “perché non provare qualcosa di diverso”? Allora ho pensato a Fellini. Sono stato in Messico nel 2000 e ho conosciuto un ragazzo di New York che, quando gli ho detto che ero di Rimini, mi ha guardato con gli occhi lucidi, solo per il fatto che fossi della stessa città di Fellini: è stata per me una sorpresa imprevedibile. Ho deciso allora di fare una visita guidata per la Rimini di Fellini, anche per far capire come era la città negli anni Venti e Trenta, com’era diversa rispetto ad oggi. Ho deciso di ripercorrere i luoghi felliniani, quelli in cui ha vissuto e quelli che ha ricostruito in Amarcord».

I turisti stranieri sono interessati alla figura di Fellini?
«Due anni fa mi è capitato di fare visite guidate con l’interprete, per turisti russi e slovacchi. Soprattutto i russi sono innamoratissimi sia di Fellini che di Tonino Guerra. Alcune ragazze, che avranno avuto circa 25 anni, mi chiedevano dove fosse il museo dedicato a Fellini; purtroppo ho dovuto dire che era in elaborazione, e già ci rimanevano male per questa cosa. Conoscevano Mastroianni e volevano vedere le foto di scena; io non ho potuto far altro che indicare loro il Grand Hotel… lì ci sono foto da vedere. I riminesi sono sempre un pochino duri da questo punto di vista: tuttora si sente qualcuno che dice: “ma sì… Fellini… cosa ha fatto in fondo per Rimini”? Molti non si rendono conto che, con Amarcord ma non solo, ha fatto in modo che Rimini fosse conosciuta in tutto il mondo. Lo stesso Woody Allen, ogni volta che lo intervistano, dice che il film che gli ha dato più ispirazione è stato Amarcord.».

Fellini_plaque,_Via_VenetoPer comprendere fino in fondo un autore non basta conoscere tutte le sue opere, occorre anche toccare con mano il suo quotidiano, la sua terra, le sue radici: c’è una componente fisica nella memoria che spesso non consideriamo. In che modo questi luoghi possono raccontare Fellini?
«Uno che vuole approfondire la figura di Fellini deve conoscere i riminesi. Ci sono alcune cose tipiche di noi romagnoli, alcune sono anche luoghi comuni, che Fellini aveva dentro di sé. Al di là dei luoghi fisici (“lì è nato”, “quella è la casa di Amarcord”, “qui abitava un suo amico”), in realtà, forse, per arrivare proprio al nervo di Fellini bisogna conoscere dei riminesi. Visto che alcuni personaggi dei suoi film erano, come si dice a Rimini, proprio dei pataca, io mi voglio mettere proprio dentro questo gruppo di pataca».

A proposito di pataca e romagnoli, pensa che quello di Amarcord sia un mondo perso per sempre, anche nel ricordo? Quanto è diversa la Rimini di oggi da quella di allora?
«Non la vedo per nulla facile. Il mondo è effettivamente cambiato tantissimo. I ritmi che si hanno nella vita quotidiana sono spaventosi rispetto a quelli che c’erano 100 anni fa. Però, come dicevo prima, alcune cose che abbiamo dentro, il nostro modo di rapportarci col mondo che ci circonda, in fin dei conti ce le portiamo ancora dietro. Sono valori che hanno forse radici talmente profonde… poi non so se a lungo andare, con tutti questi cambiamenti, alla fine anche le radici profonde si indeboliranno. Mi rendo conto che alcune cose, nonostante la città e “la frenesia della vita moderna”, resistono. Anche se io sono solitamente ottimista, in questo senso a volte mi demoralizzo un pochino. Però, ad esempio, basta che uno dal centro storico si infila un attimo nel Borgo San Giuliano o in angoli poco noti agli stessi riminesi come gli altri tre Borghi, o Via Santa Chiara e la Castlaza, ed ecco già che le atmosfere cambiano. Quando faccio delle visite guidate, le persone mi dicono che non sembra neanche di essere in pieno centro, sembra un altro mondo. Senza per forza andare in montagna o in campagna, dove ovviamente i ritmi sono più umani e tranquilli, in giro c’è ancora qualche angolino dove si respira aria d’altri tempi».

Solo ai grandissimi è riservato il privilegio di entrar a far parte della lingua. Qual è, per lei, il significato dell’aggettivo “felliniano”?
«Eh, questa è una bella domanda… è difficile dirlo in due parole. Secondo me il significato vero è un qualcosa che sconfina tra realtà e sogno, quando fai difficoltà a distinguerli; quelle atmosfere, quei modi di essere che non riesci a capire se sono reali o sono inventati. Un po’ poi com’era Fellini stesso: non riuscivi mai a capire, quando parlava, se quello che diceva era reale oppure no; lui lo diceva convintamente, come fosse parte della sua vita, ma in realtà tante cose che raccontava erano magari pezzi di vita di alcuni suoi amici di scuola, di cui lui si era appropriato. C’è sempre il dubbio che si tratti di realtà, fantasia, sogno… il fascino che ha esercitato è legato proprio a questo suo aspetto. E proprio per questo, d’altra parte, molti riminesi non capiscono i suoi film. Secondo me non bisogna sforzarsi tanto a cercare un significato, un po’ come quando guardi un quadro astratto: è inutile che cerchi una figura umana; dovremmo semmai badare di più alle sensazioni che si prova di fronte a un dipinto del genere o a un film di Fellini; effettivamente alcuni sono un po’ più ostici, ma sono sempre delle opere d’arte.».

Federico_Fellini_parco_RiminiQual è il suo film preferito di Fellini, che lega magari a qualche preciso ricordo?
«Non si era capito? Il mio preferito è Amarcord, ogni tanto ho la necessità fisica di rivederlo. Ovviamente i ritmi non sono quelli che vanno di moda oggi, con sparatorie e continui colpi di scena: è un altro ritmo. Non a caso io mi ritrovo sempre, quando alla alla fine la Gradisca se va, commosso e con la pelle d’oca, mentre invece mia moglie e i miei figli si sono addormentati e ronfano (ride, ndr). Ma possibile che solo io apprezzi certe cose? Alcuni film sono più ostici da comprendere, ma Amarcord è più immediato; Mi viene in mente La voce della luna, con Benigni e Paolo Villaggio… quelli là insomma sono un pochino più duri. Sarà che sin da piccolo mio babbo me lo faceva vedere, per cui sono molto legato a quel film. Poi quando sento le musiche di Nino Rota, allora mi sciolgo proprio. Tra l’altro, quando è morto Fellini, ricordo che con alcuni amici eravamo andati alla camera ardente e c’era come sottofondo quella musica… mi è sempre rimasta, insomma».

In una società dominata dalla tecnocrazia come la nostra, quanto pensa sia importante preservare, all’interno del nostro quotidiano, quella dimensione onirica tipica dell’opera felliniana?
«Secondo me è fondamentale, se vogliamo continuare a ritenerci umani. Non solo bisogna continuare a coltivare la dimensione del sogno, ma anche proprio i sogni della nostra vita. Non bisogna lasciarci travolgere eccessivamente dalla tecnologia, che è utile ma… ad esempio, il telefono dal quale ti sto parlando, nel mio caso, è di quelli antichi che carico una volta a settimana, e se lo tiro contro il muro si rovina il muro (ride ancora, ndr). Faccio questo esempio perché oggi tutti hanno, bene o male, lo smartphone. In certi casi io andrei un attimino lento, senza lasciarci travolgere; non è che bisogna rifiutarla come si faceva nell’Ottocento, in cui andavano a distruggere le macchine. Però lasciarci pervadere in maniera eccessiva dalla tecnologia porta via in fretta quell’umanità, quelle radici… le logora più velocemente; io, invece, queste radici me le voglio far logorare lentamente, anzi se potessi mantenerle sarei ancora più contento. La tecnologia è utilissima, ma occorre utilizzarla con la testa… occorre una via di mezzo».

Edoardo Bassetti

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