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Lorenzo Vagnini, quando la passione fa volare dal Cattolica alla Serie B

A volte i sogni possono diventare realtà. Ma come diceva qualcuno, prima di volare bisogna imparare a camminare. E di strada Lorenzo Vagnini (classe 1986), da Cattolica,  ne ha fatta davvero parecchia. E solo con l’aiuto delle proprie gambe. Un ragazzo come tanti, viso pulito, con la passione per il calcio negli occhi e soprattutto nel cuore.

Lorenzo ha cominciato la sua carriera sportiva come giocatore della squadra della sua città, il Giovane Cattolica, riuscendo a conquistare, poi, da allenatore della squadra giallorossa (alla sua prima esperienza in panchina), una straordinaria promozione in Prima Categoria, a soli 27 anni, nella stagione 2013/14.

Un predestinato insomma; ma si sa, la potenza è nulla senza il controllo. Così il nostro Lorenzo ha deciso di formarsi in maniera più completa, laureandosi a pieni voti in Scienza Motorie all’Università di Urbino. Il duro lavoro e la perseveranzasono state ripagate quando, tre anni fa, è arrivata la chiamata di una squadra di calcio professionistica: L’Ascoli Picchio, che milita nel campionato di Serie B e che quest’anno ha raggiunto la salvezza. A Lorenzo è stato dato il compito di supervisionare l’area tecnica e quello ancora più importante di video e analista tattico.

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Chi è il video- analista tattico?

«Sono arrivato ad Ascoli con un incarico da collaboratore tecnico da campo e video analista tattico, quest’ultima figura adibita allo studio della performance di gioco della propria squadra e della squadra avversaria, attraverso la lettura di dati statistici in correlazione ad un supporto video; in ogni stagione passata ho cercato di portare un ulteriore valore aggiunto, ad oggi, con la collaborazione dell’intero staff tecnico, stiamo lavorando sull’utilizzo dei dispositivi Gps e quindi sull’analisi del carico esterno, sia in allenamento che in gara; inoltre, stiamo condividendo insieme un processo di ‘scouting’ per l’archiviazione e il reclutamento dei profili di maggior interesse in fase di mercato. Insomma, Società e tutti gli addetti ai lavori stanno procedendo su una strada comune per la crescita e il raggiungimento di un qualcosa di importante».

E’ sempre stato un appassionato di calcio?

«La passione per il calcio mi è stata trasmessa prima da mio padre e poi coltivata sin da bambino giocando presso le scuole calcio della mia città; ognuno aveva un proprio modello a cui ispirarsi, per me è sempre stato Javier Zanetti, un esempio fuori e dentro al rettangolo di gioco».

Secondo lei, qual è il ruolo più difficile? Mister o giocatore?

«Devo essere sincero, non ho mai giocato ad alti livelli, ma negli anni ho capito che sotto l’aspetto comunicativo e relazionale non esistono sostanziali differenze di categoria. In un allenatore ritengo quindi di rilevante importanza le competenze di gestione delle risorse umane, di tutte le componenti di squadra, a partire dal giardiniere fino all’atleta; da giocatore difficilmente si riesce a percepire tale responsabilità finché non la si prova».

Da mister ha anche centrato una promozione con la squadra della sua città. Che esperienza è stata?

«Sì, con la Giovane Cattolica, nella stagione 2013/2014, abbiamo conquistato insieme la promozione dalla Seconda alla Prima categoria; per me un bellissimo ricordo oltre che un obiettivo raggiunto a 27 anni e alla prima esperienza; non è la categoria che fa il professionista ma viceversa ed io e i ragazzi abbiamo dato il massimo per raggiungere tale traguardo. Ad oggi continuo a seguirli, tifo per loro e gli faccio un grande in bocca al lupo per tutto».

Oltre al rettangolo verde e al lavoro sul campo ha trovato anche il tempo per laurearsi. E’ stato impegnativo far combaciare tutto?

«Io credo si debba parlare comunque di un piacevole impegno; i sacrifici fatti negli anni, dallo studio agli stage con società professionistiche, sono parte di un percorso che mi hanno ad oggi portato a lavorare per uno dei Club più importanti per tradizione e storia, l’Ascoli Picchio. L’ essenza della vita è per me quello di prefissarsi un obbiettivo concreto e perseguirlo con motivazione e una costante formazione, senza porsi dei limiti, con la consapevolezza di poter raggiungere ciò che più si desidera».

Poi, come spesso accade in questi casi, quando ci si da da fare e si crede in quello che si fa, arriva la chiamata di una società professionistica e tutto cambia, non è vero?

«E’ stata un’emozione unica. Tre anni fa, la volontà di emergere mi ha sicuramente reso in quel momento una persona adatta al progetto dell’Ascoli Picchio, tanto da essere contattato dall’allenatore di allora e dal preparatore Andrea Arpili, a quest’ultima persona devo un sincero ringraziamento, condividiamo tuttora insieme l’esperienza presso tale club; nel tempo ho avuto poi modo di confermarmi nonostante i cambi alla guida tecnica, questo per me è un motivo di grande orgoglio e un vero attestato di stima da parte della Società».

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Dalla piccola Cattolica ad Ascoli, quanto è stato grande il salto?

«Con tutto il rispetto, immagina il passaggio da uno stadio come il Calbi di Cattolica al Cino Lillo del Duca. La prima volta non si scorda mai, derby di Coppa tra Ascoli e Ancona finita 5-3 per noi, intorno una cornice di circa 8 mila spettatori, roba da togliere il fiato. I tifosi ascolani si distinguono non solo per entusiasmo ma anche per la loro solidarietà. Infatti, durante i periodi del terremoto e delle abbondanti nevicate di quest’anno, il popolo piceno ha mostrato il proprio carattere nell’affrontare le avversità e soprattutto nel rimboccarsi le maniche per ripartire».

Guardando a quello che ha raggiunto lei, possiamo dire che se si lavora sodo, in Italia, per i giovani c’è ancora posto?

«Indubbiamente, sia per un motivo di competenze che di etica verso se stessi; il mio desiderio è sempre stato quello di aiutare e divenire un esempio per tutte quelle persone che come me condividono la passione per questo sport. La condivisione e l’umiltà di pensare che ci sia sempre qualcosa da imparare sono gli ingredienti necessari per un costante miglioramento. Quando si lavora con entusiasmo otteniamo fisiologicamente dei risultati e ad ogni possibile fallimento la nostra voglia di reagire dovrà moltiplicarsi in modo esponenziale».

Come sono stati questi ultimi tre anni ad Ascoli?

«La soddisfazione che ho avuto in questi anni ad Ascoli si riassume nel rapporto che ho creato e che vorrei continuare ad accrescere con le figure che compongono questa Società; ogni stagione che passa viene rinforzato il mio senso di appartenenza verso il territorio e la quotidianità ascolana. Nel piceno ho scoperto una seconda famiglia, dai magazzinieri a Teo, Emiliano e tutto lo staff medico, lo staff tecnico e chi lavora dietro le quinte, ovvero tutte quelle figure che operano presso gli uffici della Sede. Invece, da un punto di vista professionale, mi appaga il fatto di potermi confrontare con diversi tecnici e allenatori, ognuno con le proprie caratteristiche, sia tecniche che gestionali. Poter interagire anche solo con alcune delle persone che hanno fatto o che potrebbero fare la storia del calcio è per me motivo di grande stimolo».

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Per quanto riguarda il suo futuro, dove si vede il prossimo anno? Continuerà su questa strada o proverà a ritornare ad allenare?

«Lavorare come parte attiva allo svolgimento degli allenamenti è per me una componente essenziale per potermi esprimere e sentirmi valorizzato. Se la Società lo riterrà opportuno sarei ben felice di poter proseguire il mio rapporto con l’Ascoli Picchio, ad oggi non ho alcun motivo per scegliere diversamente. Credo e desidero in un futuro, non tanto lontano, di poter raggiungere la massima categoria insieme a questo club, potendo così anch’io un giorno mettere un mattoncino nella storia del calcio e per questi colori».

Nicola Luccarelli

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