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Ma che figli somari abbiamo: basta guardare gli zaini

Che somari, i nostri figli. Sì, asini, tutti, e non guardate ai voti sulla pagella. Anche quelli bravi sono somari, anzi, forse lo sono più degli altri. Perché il carico di libri che ogni mattina i ragazzi dalla quarta elementare in su devono issarsi sulla schiena è più degno di un animale da soma che di un essere umano, per di più ancora in crescita.

La questione è annosa, come rappresentante di classe me la sono sentita sottoporre dai genitori, e ora torna alla ribalta dopo l’incidente occorso a un ragazzino di prima media (stessa età e stessa scuola di mio figlio, centro storico), sbilanciato sulla bicicletta da uno zaino strapieno e caduto a terra, per fortuna senza gravi conseguenze.

Ma al suo angelo custode, che gli ha risparmiato lesioni gravi e ha fatto in modo che non passassero automezzi proprio in quel punto e in quel momento, ora girano parecchio le scatole. E pure ai suoi celesti colleghi, che tutti i giorni devono esercitare un controllo supplementare sui ragazzini perché quella zavorra sconsideratamente accumulata sulle loro spalle dall’insipienza degli adulti non si traduca in malesseri e infortuni.

Il padre del piccolo incidentato, Francesco Barone, rappresentante d’istituto, aveva da poco espresso su Facebook i suoi timori riguardo al peso eccessivo degli zaini, rilevando come il problema, già sollevato nelle assemblee scolastiche, non aveva trovato risposta.

Sempre così, almeno da un decennio, anche a livello nazionale: i genitori si lamentano, ne parlano i giornali, la tivù, i pediatri lanciano l’allarme, i presidi allargano le braccia. E il risultato non cambia: giovanissime schiene curve, faccine tese, equilibrio precario sulle biciclette, affanno nel salire le scale, proteste sui mezzi pubblici dove i piccoli Atlanti, oltre a soffrire in proprio, diventano molesti anche per chi si trova a tiro del mostruoso carico.

Passare al trolley è un’ottima soluzione solo per chi abita al pianterreno esattamente di fronte a una scuola senza scale – caso più unico che raro. Vista l’indisponibilità delle scuole ad affrontare seriamente la questione, molti genitori vorrebbero alleggerire d’ufficio lo zaino dei figli, obbligandoli a lasciare a casa parte dei libri. Ma i ragazzi si rifiutano, per paura di venire sgridati dagli insegnanti e beccarsi una nota.

E continuano a vedere solo nei telefilm stranieri quegli oggetti leggendari chiamati armadietti, che all’estero sono la norma. Da noi ci sono nella palestra più pulciosa e nel più scrauso stabilimento balneare e perfino negli asili, dove servono a riporre al massimo un peluche e un bavaglino. Ma continuano a latitare dove sarebbero sommamente utili: nelle scuole.

Non possono permettersi gli armadietti? Okay, ma allora i docenti organizzino la programmazione in modo da evitare che i ragazzi debbano portarsi sulla schiena intere biblioteche e insegnino ai ragazzi a coordinarsi a gruppi in modo da provvedere a turno i libri previsti quel giorno. Deve succedere il fattaccio perché le scuole si decidano a trovare una soluzione più razionale? O, visti i chiari di luna, il loro obiettivo è creare una generazione già abituata ad abbassare la schiena?

O forse solo un ritorno alla ataviche origini, visto che il romagnolo burdèll vuol dire sia “bambino” che “mulo”.

Lia Celi

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