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Ma chi crede nell’aldilà vuole i tormenti dell’aldiqua?

“Elena ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso. Domattina, in Italia, andrò ad autodenunciarmi”, ha dichiarato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, che l’1 agosto l’aveva accompagnata in Svizzera. Rischia ai sensi art. 580 c,p, da 5 a 12 anni, “per aver agevolato l’altrui determinazione al suicidio”.

Il grande Regista Mario Monicelli, novantacinquenne malato terminale, avrebbe meritato di togliersi la vita alla maniera dei filosofi antichi, conversando tranquillamente con gli amici, come Socrate, come Seneca e non spiaccicato a suolo dopo un volo dal quarto piano di un Ospedale dal quale temeva di essere fatto “prigioniero” come il povero Welby… Che alla fine ha avuto almeno la fortuna di imbattersi in un medico laico che dopo aver rischiato da sei a quindici anni per omicidio del consenziente (art.579 c.p.) per avergli staccato il ventilatore che lo teneva in vita, è stato assolto per l’esimente dell’esercizio di un dovere. Quello di rispettare il diritto del malato a rifiutare una terapia. Un importante precedente giurisprudenziale che ha destato molte proteste negli ambienti rigidamente cattolici. Ma forse Papa Francesco sarebbe stato d’accordo con quel medico e non avrebbe rifiutato a Welby i funerali religiosi come purtroppo è avvenuto.

Probabilmente coloro che, a causa delle loro credenze religiose non vogliono a tutti i costi farti morire, hanno, sotto sotto, una gran paura del loro “dopo” e lo “proiettano” (Freud insegna!) sugli altri… Magari sono talmente caritatevoli da volerti evitare la fine riservata ai suicidi nella Divina Commedia, prima ridotti ad Albero Vivente con le Arpie che li torturano nutrendosi delle loro foglie e poi, dopo il Giudizio Universale, impiccati in eterno agli stessi rami. Un vero film horror! Non stupisce come ha recentemente confermato Veronesi in una intervista, che i più intrepidi di fronte alla morte siano proprio quelli che non credono all’aldilà, ai suoi terrori, alle sue espiazioni…

Interessante esaminare l’evoluzione del costume attraverso il cinema. Si è cominciato con i western dove non appena il cavallo si azzoppa il cow-boy lo fa subito fuori con un colpo di pistola per non farlo soffrire. In questi casi sarebbe d’accordo anche il cavallo. Che purtroppo, avendo gli zoccoli, non può spararsi da solo. Si è proseguito con John Wayne, che in un vecchio film di Ford lascia la propria pistola accanto al compagno ferito che sta morendo nel deserto. Nei film più recenti l’eutanasia viene invece praticata in maniera esplicita e gli spettatori dimostrano un senso critico assai più sviluppato di una volta. Quando il tenente Mel Gibson spara in testa al soldato sbudellato che lo implora, uno dalla platea, ha gridato: “Finalmente un uomo trattato come un cavallo!”.
Anche questo, forse, è un segno dei tempi che cambiano.

Giuliano Bonizzato

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