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Ma davvero crediamo di poter vivere un Natale normale?

Il Natale ci sbatte in faccia la cruda realtà. L’ avvento? Uno schiaffo che fa male, un’attesa piena di angosce che ci coglie impreparati anche dopo 7 mesi di emergenza sanitaria. “Bisogna salvare il Natale” predicano in tanti. Riaprire a Natale, non si sa come e dove. Trovare una exit strategy per imbandire tavole, cene e cenoni fosse anche – come ha ventilato il Presidente del Veneto Luca Zaia – sedendosi a tavola dopo aver ottenuto un pass speciale, ovvero l’esito negativo dei tamponi fai da te. Riaprire i negozi e tutto il resto? Una polemica scontata, da fine novembre a gennaio l’economia gira parecchio e non è di certo una notizia. Ma l’impressione è che la battaglia per salvare il Natale a poco più di un mese dalla vigilia sembra coinvolgere gli animi e creare apprensione più di quella andata in scena per salvare l’estate. Eppure l’epidemia corre veloce, i morti sono parecchi e dietro ogni morto c’è un lutto che coinvolge persone, intere famiglie o cerchie di amici.

Viene lecito chiedersi se nell’inconscio, più che salvare il Natale, non si voglia salvare l’idea stessa di preservarne la sacralità conviviale. Le festività da sempre sono sinonimo di ricongiungimento, di convivialità. Ma forse più che di perdere queste occasioni – che ci mancheranno – abbiamo paura di accettare il significante di un Natale senza cenoni, un capodanno senza fuochi d’artificio e tutto il resto. Il significante ovvero il suo messaggio estetico, la sua simbologia. Il significato del Natale è sempre lo stesso –e gli uomini di fede lo sanno bene – ma il significante no. E quale è il significante del Natale 2020? Che siamo in emergenza, che ci piaccia o meno. Abbiamo paura che certe mancanze finiscano per ricordarcelo a tutte le ore, che passeremo in compagnia dell’album dei ricordi dei Natali passati. Abbiamo paura di riscoprirci incapaci di accettare una realtà che il Natale si limiterà a spiattellarci in faccia senza nemmeno troppa arroganza non lasciando scampo a nessuno. Una dura realtà con cui avremmo dovuto imparare da tempo a fare i conti, piuttosto che procrastinarne l’accettazione.

Abbiamo bevuto il bicchiere mezzo pieno nascondendo nel cassetto quello mezzo vuoto. Andare in vacanza in estate – per i fortunati che ci sono riusciti – era stata – quella sì – una conquista, un’isola di approdo momentanea per riposarsi nel bel mezzo di un lungo viaggio navigando in un mare in tempesta. E invece avevamo scambiato quell’isola per un porto sicuro e definitivo.

Ma le vere domande sono banali. Banalità che proprio perché scontate vanno per paradosso enfatizzate, ricordata. Davvero qualcuno vuole convincere il suo prossimo che il venturo Natale possa essere normale? Basteranno i negozi aperti? I ristoranti e i pub a orario ridotto? Non credete che anche tutto questo non finiscano per ricordarci, quotidianamente, che i tempi son duri e difficili? Ci sono pochi dubbi che l’esito sia questo. In una maniera pericolosa e inconscia che non chiamandoci a guardare in faccia la gravità della situazione rinvierà ancora una volta la resa dei conti. E poi, davvero, avremo voglia di passeggiare lungo un corso affollato pieno di sorrisi che tradiscono solo paura e tensione, fare finta di nulla, prima di cercare il primo dispenser utile per igienizzarci le mani o pulirci gli occhiali appannati per la mascherina ben calcata sul viso? E magari smartphone alla mano con l’aggiornamento delle 18 su contagiati, morti e quindi lutti. C’è poco da dire, c’è ben poco da salvare. Che ci piaccia o meno.

Chi scrive appartiene a una generazione – quella dei nati negli anni ottanta – che ha vissuto un’infanzia all’insegna del mito dell’invincibilità e che poi, più di ogni altra, ha pagato un caro prezzo per il fatto di essere stata condannata a disilludersi con una crisi economica che ci ha investito quando ci eravamo affacciati nel mondo del lavoro e della sua ricerca continua. Ma quel mito appartiene a molte tutte le generazioni contemporanee pseudo occidentali, o perlomeno, sicuramente italiane. Le disgrazie erano quelle immortalate e relegate al passato nei libri di storia e quelle presenti venivano trasmesse in onda sui telegiornali che abbiamo sempre visto con lo spirito del viandante sul mare, ritratto nel dipinto di Caspar David Friedrich, che osserva una tempesta come se fosse un puro spettacolo. Ora è il nostro momento e nulla potrà risparmiarci il dovere di affrontarlo a viso aperto. Neppure un Natale “normale” come lo chiamano in tanti.

A proposito, forse è bene ricordare, per questo Natale, il mito del sol invictus, in forma sintetica, forse imprecisa ma efficace. Le ore di luce, come è noto, si accorciano in autunno giorno dopo giorno. Fino ad arrivare al Natale. Da quel momento in poi le ore di luce iniziano ad aumentare. Ciò che apprezziamo in estate germoglia dunque all’inizio del periodo più freddo e buio. Potrebbe essere un messaggio di speranza, nell’attesa, questo auguriamocelo, di poter vivere un Natale normale. Nel 2021, si spera.

 

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