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Ma Rimini non merita una porta d’ingresso come il cavalcavia della Marecchiese

Da quando il cavalcavia dell’Adriatica è stato costruito – se non ricordo male negli anni ’90 – non sono mai cessati i lavori di abbellimento e messa in sicurezza della sottostante strada, la via Marecchiese, che in questi mesi pre-elettorali è nuovamente sul banco degli imputati, tra chi la vorrebbe potenziare e chi la vorrebbe semplicemente migliorare.

A differenza di quanto avvenuto in Francia e nel Regno Unito, dove il paesaggio ha una tradizione molto più fondata e ricca di buone pratiche, nel Bel Paese il tema dell’infrastruttura urbana non è mai decollata al punto di meritarsi la dignità di architettura di paesaggio. Le pratiche che la prassi urbanistica mettono in campo per la tutela delle visuali territoriali, la VIA e/o la VAS (Valutazione di impatto ambientale e la Valutazione ambientale strategica), sono povere di riferimenti sotto il profilo estetico e storico, e in massima parte non danno indicazioni sulla scelta dei materiali e le conseguenti ricadute progettuali.

L’utilizzo di prefabbricati pesanti in calcestruzzo per la realizzazione di questi ponti urbani e peri-urbani sicuramente non è appropriato. La leggerezza che si potrebbe ottenere attraverso l’uso di strutture differenti, più trasparenti, con profili e colori che meglio si adattano alla fragilità del paesaggio periferico, già compromesso dalle violenze architettoniche del secondo dopoguerra, andrebbe a sicuro beneficio dei contesti di insediamento. Anziché un progetto di ricucitura mediante un progetto dedicato, queste massicce infrastrutture tendono a creare fratture maggiori, a infrangere prospettive tra il “dentro” e il “fuori”, a interrompere visivamente quel delicato rapporto di volumi e colori che metteva in relazione l’interno della città con le vie consolari che da essa uscivano.

Può un cavalcavia in calcestruzzo prefabbricato assurgere a ruolo di nuova porta cittadina?
Certamente no, ma allora qual è l’origine di queste scelte, così radicali e così devastanti? Le nostre commissioni sul paesaggio comunali e le nostre soprintendenze sono così impegnate a sfornare giudizi sui rapporti tra nuovi edifici e contesti sedimentati, a sentenziare a volte anche in maniera un po’ bigotta l’appropriatezza degli interventi rispetto all’esistente, che quando arriva sui loro tavoli un ponte di tali dimensioni e di tali fattezze ne derubricano il tema a questione viabilistica, su cui nulla osta.

In questa logica però, non si spiega il perché di questi continui abbellimenti al nostro cavalcavia della Marecchiese. Perché queste sculture, perché l’aggiunta di verde la cui chioma ha lo scopo di dissimulare le sagome mostruose che dietro si nascondono? Excusatio non petita, accusatio manifesta, dicevano gli antichi!

Visti gli interventi che l’Amministrazione riminese ha messo in piedi negli ultimi 10 anni – con tanta abilità e maestria che le vanno certamente riconosciuti – addirittura con demolizioni e ricostruzioni su opere appena realizzate (per esempio sul “lungomare più bello del mondo”, a Marina centro, i cantieri sono aperti ancora in questi giorni), perché non ripensare anche agli errori del passato?

Una super struttura in calcestruzzo inserita in un contesto urbano è promotrice di degrado ambientale e architettonico, oltre a creare segregazione tra un “dentro” e un “fuori”, non più accettabile ai giorni nostri. Bisogna avere il coraggio di ripensare anche le aree marginali e semi-marginali della città, è una questione di giustizia urbana, non più rimandabile. La delicatezza che si mostra verso il centro storico e le vie alla moda è giunto il momento di pretenderla anche altrove, perché la città di qualità è una esigenza di tutti, senza cittadini di serie A e B, ricordando anche le vecchie modalità con cui si redigevano i piani regolatori.

La pandemia, le cupe prospettive che ancora i cambiamenti climatici proiettano sul nostro futuro, devono portarci a riequilibrare gli interventi tra città, periferie e aree interne, perché una via d’uscita la si deve trovare insieme coinvolgendo tutto il territorio in cui vivono le comunità locali, e non sperequando tra luoghi su cui investire più risorse ed altri abbandonati al loro destino, salvo farli diventare luoghi di rifugio quando ci resta comodo.

Alessandro Bianchi

Politecnico di Milano, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani DAStU 

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