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Ma un matrimonio più leggero non ci farà male

Tutte le medaglie hanno un rovescio, e se la faccia principale è sgradevole, quella sottostante può essere un vero e proprio sollievo. Prendiamo una delle restrizioni in programma nel nuovo decreto anti-Covid allo studio della Presidenza del Consiglio, e cioè i matrimoni per pochi intimi, dieci o quindici.

Un tetto dovrebbe essere accolto con viva e vibrante soddisfazione da tutte le persone di buon senso, eccettuate figure professionali come il Boss delle cerimonie e affini. Gli sposalizi, con annesso banchetto, sono una delle occasioni sociali di cui ci si lamenta di più, già mesi prima che accadano, quando bisogna cercare un regalo di nozze che coniughi bella figura con prezzo basso o, se c’è una lista di nozze, correre per primi in negozio per comprare gli articoli meno cari, il pelapatate o lo snocciolaciliegie, e si dedicano i fine settimana a setacciare gli outlet in cerca di un abito da cerimonia con scarpe abbinate.

Si dice alla commessa “devo andare a un matrimonio” in tono sempre leggermente sconsolato, traduzione “mi tocca sprecare un sacco di soldi per indumenti e calzature che non vedrò l’ora di togliermi”, e l’amicizia o la parentela con lo sposo o la sposa diventa una nemesi, perché più forte è il legame, più è doveroso spendere nel regalo (possibilmente originale) e nella propria toilette.

Se poi sei donna le scarpe sono un vero rebus, perché non solo devono essere eleganti e intonarsi all’abito, ma devono poter affrontare il pavimento della chiesa ma anche il parcheggio ghiaioso di un ristorante in campagna, il giardino fangoso dello stesso ristorante, dov’è stato allestito il pranzo, ma anche le assi di legno della pista da ballo.  Insomma, la scarpa ideale da matrimonio è un ibrido fra la decolleté col tacco 12 e l’anfibio da marine.

Tante spese e grattacapi per partecipare a un evento che il giorno dopo l’invitato rievocherà con viso tirato e sconvolto che manco un reduce dal bombardamento di Montecassino. “Alle cinque di pomeriggio eravamo ancora ai primi”, dirà il sopravvissuto, in tono sepolcrale. E perché tanta lentezza? Perché c’erano quattrocento invitati da servire, trecento dei quali stavano ancora facendo la fila al buffet degli antipasti, dove i primi cinquanta avevano già spazzolato tutte le fritture nella prima mezz’ora.

Questo non ha impedito a tutti e quattrocento di arrivare brilli e satolli al taglio della torta, verso mezzanotte, e di fare le ore piccole sulla pista col repertorio della cover band che spaziava da Al Bano a Bocelli. Dallo scorso marzo la pandemia, che ci ha inflitto tante grandi tragedie, ci ha risparmiato, e ci risparmierà ancora per un po’, queste piccole ordalie.

Sagre dello spreco che lasciano felici (forse) solo gli sposi, con l’amaro in bocca (cattiva digestione?) gli invitati, ed esausti e più poveri tutti quanti. Fino a nuovo ordine i matrimoni saranno leggeri, meno costosi, meno faraonici, meno esibizionisti. Chi verrà invitato saprà di essere davvero importante e imprescindibile, non la comparsa di una scena di massa. Last but not least, ci saranno fritture a sufficienza per tutti, anzi, si potrà pure fare il bis. Qualunque genitore saggio con figli fidanzati li obbligherebbe programmare il matrimonio nei prossimi mesi.

Lia Celi

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