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MAR: “Romagna autonoma, tempi lunghi ma non ci arrenderemo mai”

Il MAR, Movimento per l’Autonomia della Romagna, fu fondato nel 1991 dall’on. Stefano Servadei di Forlì e da allora continua la sua battaglia. A raccontarci di più su questa realtà è il coordinatore regionale Samuele Albonetti, 49 anni, di Faenza, che fa parte del MAR dal 2007.

Samuele Albonetti

Albonetti, quante persone fanno parte di questo movimento?

«Il Mar conta 47 dirigenti che costituiscono il Comitato regionale, organo di guida, una sorta di segreteria, oltre a numerosi attivisti e simpatizzanti lungo tutta la Romagna, da Cattolica ad Imola. Il presidente è l’avv. Riccardo Chiesa di Cesena».

Ci sono diverse sezioni del Mar in Romagna, vero? Quante e quali sono?

«Vi sono sezioni in diversi comuni romagnoli che chiamiamo Comitati comunali. Sono gruppi di attivisti che operano e fungono da punti di riferimento sul territorio. Ve ne sono a Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini, Riccione, Imola, Faenza, Cesenatico, Cervia Milano Marittima, Bellaria Igea Marina, Cattolica, Misano Adriatico, Montecopiolo, Verucchio, Novafeltria, Savignano sul Rubicone, Bagnacavallo, Brisighella».

Perché la Romagna dovrebbe diventare una Regione autonoma e staccata dall’Emilia?

«Da un punto di vista storico, geografico e culturale, è innegabile che sia già una regione distinta dall’Emilia, non lo dice solo il MAR, basti ad esempio guardare la definizione di Romagna della Treccani. Noi siamo convinti che un’autonomia amministrativa dall’Emilia porterebbe giovamento alla Romagna: potremmo sfruttare al meglio le risorse e valorizzare le nostre peculiarità, avremmo una rappresentanza politica che conterebbe di più, rapportandosi direttamente con Roma e Bruxelles senza la intermediazione emiliana – bolognese e inoltre terminerebbe la iniqua spartizione delle risorse fra Emilia e Romagna a cui da sempre assistiamo».

Samuele Albonetti

I romagnoli sono consapevoli di questo? La vogliono questa secessione?

«Nell’arco della sua storia il MAR ha raccolto oltre 90.000 firme, concentrate negli anni a cavallo del 2000. Come ogni rivendicazione vi sono momenti di maggiore e di minore attenzione da parte delle popolazioni, mode diverse che si succedono e si alternano. Dopo alcuni anni di flessione e appannamento in seguito al referendum bocciato dagli italiani sulla Devolution, nel 2006, in cui era inserita una clausola favorevole alla Romagna autonoma, notiamo negli ultimi tempi un deciso ritorno della “questione romagnola” fra gli interessi dei nostri concittadini».

Secondo lei, il referendum sarà possibile farlo a breve?

«No, se per breve periodo si intende il prossimo lustro. La politica ha tempi lunghi e il Mar comunque lavora per accorciarli».

Il Mar continuerà la sua battaglia?
«Sicuramente sì. Riteniamo sia una battaglia moderna, una battaglia di libertà e giustizia che guarda al futuro e in particolare alle nuove generazioni».

A livello, politico, con chi vi schierate adesso: governo od opposizione? Per chi invitate a votare alle  europee o vi presentate anche voi? E alle prossime regionali?

«Il MAR è un movimento trasversale che raccoglie al proprio interno persone di diversa estrazione e orientamento politico, anche contrapposto. Tutti però accomunati dal desiderio di vedere la propria regione: la Romagna, autonoma dalla vicina Emilia all’interno di una Italia unita. Nel corso della sua storia, il MAR si è schierato con chi ha accolto le proprie istanze, dimostrandolo nei fatti. Ad esempio, il centrodestra per la Devolution del 2006, e il sindaco di Cesena Paolo Lucchi, del PD, quando con forza si è battuto per unire la Romagna in provincia unica. Non ne facciamo una questione di partiti. Per noi sono più importanti le persone e la dimostrazione da parte loro che veramente abbracciano la “questione romagnola”. Allle prossime elezioni, infatti, invitiamo a scegliere le persone che inseriscono nei loro programmi l’autonomia della Romagna. Noi monitoreremo perché poi lo dimostrino coi fatti. Infine, relativamente alla discesa in campo del MAR, l’articolo 5 del nostro statuto prevede che, in caso di ostruzionismo o insensibilità da parte delle forze politiche, il Movimento si vedrebbe costretto a scendere in campo. Personalmente ritengo che tale opzione si stia avvicinando».

E il passaggio da Marche a Emilia – Romagna è stato positivo per il Montefeltro?

«Sicuramente sì. Basti ascoltare le dichiarazioni del sindaco di Novafeltria, relative in particolare al mantenimento del proprio presidio ospedaliero, e vedere le iniziative turistiche sviluppate per Valmarecchia e Valconca».

Siamo sicuri che la Romagna sia così omogenea? Perché Ravenna non considera gli altri dei veri romagnoli?

«Ogni regione, al proprio interno, ha differenze, anche molto più marcate che in Romagna. Pensate, ad esempio, a mantovani e varesini, a pesaresi e piceni, agli abitanti di Alghero e di Cagliari, che parlano dialetti diversissimi nonostante si trovino nella stessa isola, e quindi teoricamente dovrebbero avere caratteri di omogeneità, e via dicendo lungo tutta l’Italia. In Romagna vi è un comune minimo denominatore che ci unisce da Cattolica a Imola e ci fa sentire tutti romagnoli. La Romagna è una sorta di “blocco monolitico” culturale da almeno 1300 anni. Basti ricordare che Richard Lassels, un viaggiatore, scrittore e geografo inglese noto all’epoca, nella sua opera “Voyage of Italy” pubblicata nel XXVII secolo individua la Romagna e l’Umbria come le due “regioni” più caratterizzate della penisola italica, come erede dell’esarcato di Ravenna la prima e come erede del ducato di Spoleto la seconda.
Riguardo a quel che si si direbbe a Ravenna, probabilmente la sua domanda si riferisce allo sketch di Ivano Marescotti: una bellissima parodia del grande attore romagnolo, non “romagnolista”, che non ha alcun riscontro reale se non l’obiettivo di sottolineare la spiccata individualità dei romagnoli. Al termine, nel monologo, Marescotti arriva a disconoscere perfino la romagnolità del proprio fratello! Nel MAR ci occupiamo di altre vicende, il teatro è bellissimo ma è altra cosa».

Anche nella stessa aPesaro c’è qualcuno che vorrebbe entrare in Romagna?

«Più che a Pesaro, penso in questa fase storica ai comuni oggi amministrati dalla provincia di Pesaro che però sono storicamente, geograficamente, culturalmente romagnoli, e che fanno da sempre riferimento a Riccione e a Rimini per ospedali, scuole, lavoro, servizi in genere. Penso in particolare a Montecopiolo e Sassofeltrio, il cui iter per ritornare alla “casa madre” sta procedendo in Parlamento. I sette comuni dell’Alta Valmarecchia già sono entrati in Romagna nel 2009».

Per ulteriori info: www.regioneromagna.org e pagina Fb del Movimento per l’autonomia della Romagna (MAR)

Nicola Luccarelli

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