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Marco Spadazzi, il portiere senza tempo

Una vita da portiere. No, non quello d’albergo, ma nel calcio. A difendere quei due pali dai tiri degli attaccanti. Per il riminese Marco Spadazzi, questo gioco è stato e continua a essere molto importante. Infatti, è uno dei portieri piu ‘anziani’, ancora in attività. A 47 anni suonati (Spadazzi è nato nel 1970), difende la porta del Pietracuta,  che milita in Promozione. Per lui il tempo sembra non passare mai, perché la voglia di giocare e di buttarsi è ancora quella di un ragazzino.

Spadazzi, quando ha iniziato a giocare a calcio?

«Avevo circa 10 anni. Andavo con gli amici di scuola al campetto della Parrocchia di San Michele al pomeriggio e ci rimanevamo fino a sera. Mi piaceva molto giocare sulla fascia sinistra, ero veloce e avevo un buon tiro. Ricordo ancora, come se fosse ieri, una finale vinta per 3-1, all’età di 12 anni, e in quell’occasione ero riuscito a segnare ben tre gol con il mio potente mancino. Poi, visto che di correre non mi andava più tanto, il mister mi ha messo in porta».

Com’è stato questo passaggio?

«Beh, all’inizio disastroso, non credevo di farcela. Successivamente, però, mio cugino Franco Spadazzi è venuto in mio aiuto, portandomi a giocare al Poggio Berni, in Terza categoria. Devo dire che mi insegnò tantissimo e ancora adesso, quando mi trovo in difficoltà, penso a lui e ai suoi preziosi consigli».

Che cosa la spinge, a 47 anni suonati, a giocare ancora?

«Mi spinge una grande passione per questo sport e per questo ruolo bellissimo che sa regalare emozioni incredibili».

Conosce qualche altro giocatore ultraquarantenne che continua a correre sul rettangolo verde come lei?

«Sì, un certo Casadei Parlanti detto ‘Rella’, che ha molti più anni di me ed è ancora in attività. Milita nell’Alfero, in Terza categoria».

Ha sempre giocato nel Pietracuta?

«Ho giocato anche in altre squadre della Valmarecchia: Secchiano, Novafeltria e Poggio Berni appunto. Tanti anni di calcio, ma poche squadre».

Si ricorda quanti gol ha subito in carriera, più o meno?

«Non saprei, non ho mai pensato di segnarli su un taccuino. Per me, quando inizia una stagione, si riparte da capo e si azzera tutto».

Ha mai fatto un gol?

«No, non ho mai segnato. Però, una volta, ho effettuato un lungo rinvio, e l’attaccante, calciando al volo, è riuscito a segnare».

Si ricorda, invece, quanti rigori è riuscito a parare?

«Beh, diciamo che più è lunga una carriera e più probabilità ci sono di pararne qualcuno. Tra le altre cose, ho vinto la Coppa Città di Rimini, disputata al “Romeo Neri” contro il Superga di Cattolica, parando tre rigori. E’ stata una serata indimenticabile».

Oltre a difendere i pali del Pietracuta, che cosa fa nella vita?

«Lavoro in un’azienda di Villa Verucchio, che costruisce macchine per imballaggio».

Ha dei figli che vogliono intraprendere la sua stessa carriera?

«No, non ho figli e a chi mi chiede se ne ho, gli rispondo che sono io il bimbo di casa».

Ha mai pensato di smettere con il calcio?

«Molte volte. Saranno almeno 10 anni che dico che voglio smettere, ma sono ancora qua».

E invece a cambiare ruolo?

«Non sia mai! Amo il mio ruolo, nel bene e nel male, per tutto quello che mi ha regalato in tutti questi anni di calcio. Fino a che il fisico reggerà, cercherò sempre di farmi trovare pronto. Poi, un giorno, chissà, magari potrei insegnare ai giovani portieri come comportarsi dentro e fuori dal campo. Nello spogliatoio, prima di tutto, bisogna creare un’amicizia vera, solo così puoi avere la certezza che, in campo, il tuo compagno farà di tutto per aiutarti, come tu farai lo stesso per lui».

E un futuro da allenatore?

«Ho sempre rispettato gli allenatori, ma io non indosserò mai quei panni. Secondo me, è molto dura prendere certe decisioni, come mandare in panchina e in tribuna i giocatori, soprattutto in queste categorie, dove prima di tutto viene il divertimento. Mi sento ancora un giocatore, un portiere. E continuerò a giocare fino a che potrò».

Nicola Luccarelli

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