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Matteo Giordani, la dura vita del ricercatore

La ricerca ha compiuto passi da giganti negli ultimi anni. In Italia, però, i nostri giovani ricercatori sono costretti a fare le capriole per sbarcare il lunario. Potenzialmente potremmo far mangiare la polvere ai ricercatori di mezza Europa e perché no anche agli americani, ma la realtà dei fatti è che non riusciamo neanche a gettare le basi per una ricerca seria.

Ma, come sempre, esiste un eccezione alla regola e questa eccezione si chiama Matteo Giordani, ha 27 anni e viene da Novafeltria. Giordani, quando era ancora un Dottorando in Scienze della Terra, all’Università di Urbino, ha ricevuto il premio Poster Prize al Congresso dell’Emu (European Mineralogical Union), tenuto lo scorso anno al Palacongressi di Rimini, riguardo le sue ricerche sul problema per l’ambiente e la salute umana rappresentato dalla presenza ed utilizzo di rocce che potrebbero contenere minerali altamente cancerogeni.

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Giordani, lei è uno dei pochi cervelli che non è ancora fuggito dall’Italia, come mai?

«In realtà anche per me è arrivato il momento di scegliere. Fino a pochi mesi fa la borsa di dottorato di ricerca mi ha permesso di rimanere qui, ma ora che i tre anni del dottorato sono terminati, ed essendoci scarsissime possibilità di continuare a lavorare all’Università di Urbino, devo per forza di cose, guardarmi attorno».

Quando è nata la sua passione per i minerali?

«E’ una passione che ho da quando ero piccolo. Sono sempre stato affascinato da questo strano mondo. Durante gli studi, però, il mio interesse si è concentrato sui minerali pericolosi per l’uomo, in particolare verso i minerali fibrosi. Durante gli anni di studio e soprattutto durante il dottorato di ricerca, ho lavorato al Dipartimento di Scienze Pure e Applicate dell’Università di Urbino “Carlo Bo”, dove sto ancora collaborando, a titolo gratuito, per portare avanti le ricerche del nostro gruppo. Oltre ai famosi minerali del gruppo degli amianti, mi occupo in particolare di due zeoliti fibrose, che nulla hanno da spartire con gli amianti se non la morfologia fibrosa e la pericolosità. Si chiamano erionite ed offretite, e sono presenti, in quantità molto basse, anche in alcune aree italiane. Il primo minerale è stato recentemente classificato come il più pericoloso al mondo dall’Organizzazione Mondiale sulla Sanità, ed è quasi mille volte più cancerogeno degli amianti, mentre per l’offretite le informazioni disponibili sono ancora molto poche».

Quanto lavoro c’è dietro a una scoperta?

«Il lavoro è sempre moltissimo, anche nei casi più fortunati. Dietro ad ogni scoperta ci sono mesi o anche anni di lavoro nei laboratori, per l’analisi dei dati e infine per la preparazione delle pubblicazioni scientifiche».

La ricerca italiana è ancora all’altezza di quella di altri paesi? Si investe abbastanza?

«In Italia ci sono delle menti veramente eccezionali, ma ci sono anche delle ‘zavorre’, da anni improduttive, e sono un enorme peso per i dipartimenti. E’ solo grazie ai primi, che si fanno carico di tutto, se la ricerca in Italia è ancora ad alto livello. Per quanto riguarda gli investimenti, la risposta è nettamente NO, non si investe abbastanza. E’ per questo motivo che non ci sono opportunità per i giovani (ma anche meno giovani) di fare ricerca in Italia».

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E sul livello locale invece?

«No, non si investe abbastanza nemmeno a livello locale, anche se il problema principale resta di carattere nazionale. Per proseguire queste ricerche sto cercando fondi anche a livello locale, bussando ad aziende, enti pubblici e di ricerca, ed anche ad associazioni varie, ma per ora i risultati sono stati insufficienti».

Ci sono molti giovani, anche a livello locale, come lei, che si danno da fare in ambito scientifico e non vengono presi in considerazione o sottovalutati?

Sì, di giovani, come dicevo prima, ce ne sono molti, ed in gamba, ma il problema rimane quello dei fondi per la ricerca. Si è costretti a scegliere tra la strada del precariato per decine di anni, oppure tentare all’estero, o addirittura trovare un altro lavoro abbandonando la ricerca, e questi ultimi sono davvero tantissimi».

Lei, invece, ha continuato ed è stato premiato in tutti i sensi vero? Si sarebbe mai aspettato di ricevere un riconoscimento così importante per le sue ricerche?

«No, a dire la verità non me lo sarei mai aspettato. Devo ammettere che è stata una piacevolissima sorpresa e mi ha dato la forza di continuare a lavorare ancora un po’ in questo difficile mondo».

Attualmente sta lavorando a qualche altra importante ricerca?

«Sto continuando a lavorare su minerali fibrosi pericolosi, principalmente zeoliti ma non solo. Stiamo terminando una serie di studi di interazione tra fibre minerali/cellule umane che, almeno in via preliminare, ci stanno dando informazioni importanti. C’è ancora un mondo da scoprire, e nuovi scenari di rischio potrebbero aprirsi in futuro, visto che le zeoliti naturali sono utilizzate in tantissimi processi industriali e non solo».

Nicola Luccarelli

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