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MEDICINA, MA QUANTO MI COSTI?

CERTI FARMACI VALGONO IL LORO ALTISSIMO PREZZO?

Si assiste da alcuni anni ormai in tutto il mondo all’aumento vertiginoso dei farmaci nuovi e in particolare di quelli più innovativi.
La concentrazione del mercato del farmaco in aziende di grandi dimensioni – come la Pfizer americana che fattura circa 160 bilioni di dollari all’anno, circa un decimo del pil dell’Italia o la Novartis svizzera con 51 bilioni di dollari – e di tante altre aziende di dimensioni similari o solo lievemente inferiori, ci fa comprendere quale grandi scommesse dobbiamo affrontare nel prossimo futuro.
Da una parte, quindi, l’immissione nel mercato di numerosi nuovi farmaci innovativi nei principali settori della medicina – dall’Oncologia all’Ematologia, dalla cura delle patologie cardiologiche, in particolare nei settori dell’ipertensione e dei farmaci vascolari anti-piastrinici e anti-dislipemici, a quelle più propriamente degenerative come le patologie neurologiche (SM, SLA ecc.), alla psoriasi e al lungo elenco delle patologie genetiche nei bambini;- tanto che si può parlare sempre più di “medicina personalizzata”.
Ma queste innovazioni vengono immesse nel mercato sempre a un prezzo sempre più ‘caro’ per i pazienti e per i Sistemi sanitari nazionali Europei e del nord America.
Si pensi, ad esempio, che il costo del Glivec, il farmaco che ‘guarisce’ la Leucemia Mieloide cronica del giovane adulto (circa 10 mila pazienti in Italia) è di circa 30 mila euro all’anno. Da parte sua il Sofosbuvir, il farmaco che elimina il virus dell’epatite C, ha un costo per paziente di circa 45 mila euro anno; e per questa malattia in paziente in Italia sono circa un milione.
Evidentemente, sono cifre insostenibili da tutti i Sistemi sanitari nazionali, tant’è che L’Agenzia italiana del farmaco ha comunicato nel 2015 un costo annuo per la spesa farmaceutica in Italia di 29 miliardi di euro, di cui il 76% rimborsati dal Servizio sanitario nazionale, con un incremento del 25% nella spesa, per la maggior parte dedicato all’immissione di nuovi farmaci e farmaci innovativi (nel 2015 molta della spesa è stata dedicata proprio al farmaco contro il virus dell’epatite C). Nonostante questo sforzo, si è verificata una notevole lentezza nella immissione delle nuove molecole, quelle veramente innovative, la cui latenza può essere anche di oltre un anno e oltre per giungere a disposizione del paziente.
Tempi inaccettabili in paesi moderni.

LA SOLUZIONE INDIANA
In alcuni Paesi dell’Asia, e in particolare in India, con alcuni artifizi chimici e giuridici, si è cercato di superare il problema facendo produrre alle industrie nazionali una parte importante d stessi farmaci, aggirando in questi modi le legislazioni sui brevetti (la cui durata è mediamente di circa 10 anni) e facendo in tale maniera crollare vertiginosamente il costo dei farmaci stessi. Molti Paesi del terzo mondo acquistano così in India i farmaci innovativi a prezzi inferiori.
Ma questi artifizi hanno sollevato una serie infinita di contenziosi giuridici, la cui soluzione in definitiva è stata affidata ad accordi di tipo politico fra le stesse industrie e i governi dei Paesi del terzo mondo.

UNA SOLUZIONE EUROPEA E NORD AMERICANA
Credo che il problema non possa continuare in questo modo molto più a lungo.
In primo luogo, in quanto le innovazioni non possono tardare più di tanto ad arrivare ‘al letto’ dei pazienti, che nel frattempo sono costretti ad adottare terapie datate e più aggressive. In seconda istanza, in quanto questo clima di incertezza pone dei freni alla ricerca e alla sua rapida evoluzione.
Ma la soluzione non può essere nazionale, dell’Italia o della stessa Germania.Troppo deboli sono i governi nazionali, perfino quello tedesco, in confronto a questi colossi multinazionali.
Si pensi ad esempio che la Pfizer americana ha spostata la sua sede operativa nell’Irlanda del Nord, per passare dal 25% di tassazione americana al 15% dell’Irlanda stessa. E Obama ha protestato, o ha fatto finta di farlo, ma nulla ha potuto sul piano strettamente giuridico.
Occorre una soluzione europea, meglio ancora con l’aggiunta degli USA, per contrattare i costi direttamente con le aziende.
E nel fare questo si deve andare con precisione dentro le informazioni della ricerca: ma sono veramente e sempre giustificati questi prezzi così alti? Personalmente ritengo di no: dietro ai listini vi è molta speculazione e anche del profitto ingiusto.
Dobbiamo ben valutare i costi della ricerca e stabilire per i farmaci un giusto prezzo.
Non possono i vari Paesi, e in fondo i cittadini, remunerare i progressi della conoscenza biologica, che è frutto non solo delle aziende farmaceutiche, ma di tutto il corpo sociale nel suo complesso.
Da ultimo,dobbiamo apprendere qualcosa dagli Inglesi (poco per la verità dopo la Brexit). Se un farmaco appare essere poco innovativo – e vi sono molti farmaci di questo tipo – il prezzo deve essere radicalmente ridotto, previa la esclusione dal Prontuario nazionale del Regno Unito. Succede infatti che fra farmaci veramente innovativi ve ne siano altri che di innovativo hanno soprattutto la confezione e non meritano una remunerazione così elevata.
Una strada che potrebbe essere adottato da tutti i maggiori Paesi occidentali, affidandone il compito al Corpo Sanitario e a consulenti indipendenti al di fuori del Sistema di Controllo Regionale o Nazionale.

 

Alberto Ravaioli

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