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Meglio il Paese delle banane che quello della Meloni

A voler chiamare le cose con il loro nome, si può ben dire che l’esordio governativo del Signor Presidente Giorgia Meloni sia avvenuto all’insegna di una ostentata “velleità marchettara”, caratterizzata tuttavia da un’evidente approssimazione nel saperla svolgere. Tranne quella che eleva l’uso del contante per favorire gli evasori, le altre marchette denotano infatti un’ignoranza delle leggi e della Costituzione stessa, tale da suscitare ilarità e indignazioni.

Prendiamo la marchetta-premio alla cialtroneria no-vax, emblematica del fatto che se avesse governato la destra fin dall’inizio della pandemia, il numero dei morti per covid sarebbe triplicato. Non pago di riammettere in servizio anzitempo la marmaglia di medici e paramedici no-vax, il Governo annuncia che la sua scriteriata amnistia cancellerà loro anche la sanzione pecuniaria. Salvo poi scoprire un “inghippo” che non sarebbe sfuggito neppure ad uno studentello di Giurisprudenza che ha la media del 18. Infatti lo Stato ha l’obbligo di garantire conformità di trattamento verso i cittadini, cosicché per condonare chi non ha ancora pagato la sanzione dovrebbe rimborsare coloro che invece l’hanno già fatto, dando al suo provvedimento un effetto retroattivo non consentito.

Ma questo è ancora niente rispetto alla pericolosa trombonaggine del “decreto anti rave”, la perla d’esordio del neo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il sodale dell’altro Matteo al Viminale, noto finora come il Prefetto di Roma che, contrariamente a quanto ha fatto in altri casi, non ha trovato il tempo di cacciare i nazifascisti di Casa Pound dal palazzone che occupano abusivamente dal 2003, con un procurato danno all’Erario che la Corte dei Conti ha quantificato in 4,6 milioni.

Per le baggianate che contiene e che neppure lo studentello di cui sopra si sarebbe sognato di mettere nero su bianco, il testo di quel decreto ha scandalizzato una moltitudine di increduli giuristi anche di fama internazionale. Qualcuno di costoro lo ha addirittura definito “Un delirio anticostituzionale, peggiore del codice Rocco”.

Innanzitutto perché non cita neppure una volta il termine “rave” per il quale è stato fatto nascere, potendo per questo venire esteso ad occupazioni nelle scuole e a tante altre manifestazioni a cui partecipino almeno cinquanta persone. Mettendo così a rischio la libertà di riunione, per il cui esercizio la Costituzione non richiede alcuna autorizzazione, ma nel caso in cui la riunione si tenga in luogo pubblico soltanto un preavviso, la cui mancanza non provoca tuttavia lo scioglimento della riunione stessa.

Nel testo sono previste pene da 3 a 6 anni, dunque superiori a molte efferatezze delittuose, per chi organizzi non meglio precisati «raduni pericolosi per l’ordine pubblico, l’incolumità e la salute pubblica»: due generici profili, questi ultimi, estranei alla norma costituzionale.

Un decreto che può pertanto prestarsi ad ogni sorta di “uso e consumo”. Da quello dello zelante funzionario di Polizia Giudiziaria che ritenendo pericoloso per l’ordine pubblico, o l’incolumità pubblica, o la salute pubblica, il rumoroso festeggiamento in piazza di un lieto evento da parte di cinquanta giovani, autorizzi i suoi uomini ad intervenire pesantemente. Sarà esaltato dall’irrefrenabile Indino, il cui più recente pugnettone trasuda gioia e gratitudine perché finalmente la polizia potrà reprimere le feste di compleanno in cui si danzi senza licenza.

Inizialmente il Signor Presidente del Consiglio assicurava che il decreto non sarebbe cambiato di una virgola, perché “non siamo il Paese delle banane”. S’è poi resa conto di non poter continuare a preoccupare e al tempo stesso far ridere mezzo mondo, per cui consentirà che in Parlamento qualche ritocchino possa esserci.

Dove invece Meloni ha perso del tutto la faccia e mostrato la sua nullità di statista, è sulla vicenda immigrati, giocata con sadico calcolo politico ai limiti della disumanità. C’era chi sperava in un allentamento della “sovranistica” fobia anti immigrazione, dopo il mancato ritorno al Viminale di Salvini col suo osceno godimento («é finita la pacchia») per il dramma di donne, uomini e bambini disperati. Ma pur avendolo il Presidente Meloni relegato al ruolo di Ministro alle Infrastrutture d’inverno e Ministro alle infradito d’estate al Papeete, per di più mettendogli alle costole il suo fedele camerata Bignami, è ancora Salvini il primattore nella difesa dei confini della Patria.

Due foto della manica sinistra del camerata Viceministro Galeazzo Bignami. In una porta la svastica nazista, nell’altra riceve la cameratesca carezza di Giorgia Meloni

 

Quei confini raggiunti e attraversati ogni giorno da decine di migranti, che sbarcano indisturbati da motoscafi, barche private o addirittura imbarcazioni della Guardia Costiera che li ha presi a bordo. L’importante è che non facciano parte di quel 16% di migranti salvati dalle “Organizzazioni Non Governative”, le famigerate ONG, bersaglio dell’odio viscerale di Salvini per essere stato da loro portato in Tribunale.

Certo, dovrebbe essere l’Europa a farsi carico dei migranti che inevitabilmente arrivano via mare soprattutto in Italia e un po’ in altri Stati costieri. Ma Meloni e Salvini, nel mentre sbraitano contro “l’assenza dell’Europa” fingono di dimenticare che a impedirle un’equa distribuzione dei migranti è il veto del repellente Orban e degli altri loro amici fascistoidi del “Gruppo di Visegrad”, altrimenti detto “Gruppo di Visdecaz”.

I medici volontari che nei giorni scorsi si sono presi cura dei migranti “sequestrati in mare”, hanno continuamente segnalato una generalizzata criticità psicofisica riscontrata sulle imbarcazioni, invocando lo sbarco dei poveretti che le ONG avevano portato in salvo. Ma inutilmente: la Meloni, supportata dai due Matteo, contrapponeva un virile rifiuto.
Finché ad un certo punto il governo ha cominciato a cogliere il peso dello sputtanamento che stava procurandogli la sua vergognosa condotta. Ha così attivato un’infame procedura di selezione dei corpi: quelli “fragili” potevano scendere, gli altri crepassero pure sulle navi.

Senonché alla fine, vuoi per lo sdegno suscitato in tutta l’Europa democratica, vuoi per la preoccupazione di vedere aggiunti altri nomi di imputati a quello di Salvini, la Meloni e Piantedosi si sono inventati la sceneggiata di un’ulteriore “visita fiscale” generalizzata, il cui responso ha esteso la qualifica di “fragili”, autorizzati a sbarcare, anche a quella moltitudine di esseri umani in precedenza vilipesi dalla raccapricciante disumanità di un’espressione uscita dalla bocca del Ministro dell’Interno, che non si era vergognato a definirli «il carico residuale».

Post Scriptum
In una recente intervista Ignazio Benito La Russa ha dichiarato: «Io non festeggio il 25 Aprile». Il 25 Aprile lo ringrazia.

Purtroppo, dato il suo attuale ruolo, non ha potuto adeguatamente festeggiare neppure il centenario della Marcia su Roma. Mica come le migliaia di pagliacci accorsi a Predappio, fra i quali anche il Consigliere leghista di Ferrara, Alcide Mosso.

Alcide Mosso

La Meloni s’è affrettata a definirla «una cosa distante da me». Però quel giorno non la pensava così il capo di quel mondezzaio, che se n’è uscito a dire: «Molti qui presenti hanno votato per la Meloni». «La frase della Meloni sulle leggi razziali e su nessuna simpatia per il fascismo? Frasi che si debbono dire».
A Predappio c’erano anche dei genitori cretini, oltre che fascisti, i quali avevano mascherato i figlioli da Balilla. E che magari alla sera li addormentano con questa filastrocca:
“Su dormite, bei bambini, sognerete Mussolini e magari anche Salvini. Fate i bravi, siate buoni, date un bacio alla Meloni. E se siete un po’ coglioni, pure uno a Berlusconi”.

Nando Piccari

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