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MEGLIO OGGI “LA SINISTRA COME SI PUO’” CHE LA SINISTRA PERFETTA MAI

Caro Giuseppe,
l’annuncio che dopo un anno sabbatico ti iscriverai nuovamente al PD ha contribuito a dare uno scrollone ai miei tentennamenti, col risultato che così saremo in due a tornare sui nostri passi, pur con qualche non piccola differenza di motivazione.
Tu ci tieni a ricordare di essere un socio fondatore del PD, il quale oggi elenca le ragioni di una delusione che l’aveva indotto ad interromperne l’adesione. Anche se non tutte, condivido molte di quelle ragioni; vivendole, però, più come la conferma di una facile previsione che come motivo di delusione. Io, al contrario, nel 2007 fui fra quanti tentarono inutilmente di contrastare non la nascita del PD, ma l’illusione che essa potesse avvenire per burocratica “fusione a freddo” di DS e Margherita, anziché per l’effetto di un indispensabile processo politico necessitante di tempi e di passaggi dovuti: quello stesso processo politico a cui non si era stati in grado di dare compimento per trasformare “L’Ulivo” da mero contenitore elettorale a soggetto politico unificante del centrosinistra. Insomma, far nascere il PD in quel modo fu un po’ come dire: “Visto che non siamo riusciti a fidanzarci, proviamo a sposarci direttamente”.
L’odierna evanescenza del PD è in massima parte frutto di quell’iniziale anomalia, certo aggravata da ulteriori limiti ed errori aggiuntisi nel tempo, primo fra tutti la defenestrazione da segretario di Veltroni, più di altri in grado di favorire la sintesi politica “a posteriori” di quel disordinato assemblaggio di iniziali distanze culturali. Le quali, con l’andar del tempo, si sono invece cristallizzate in “correnti a vicolo cieco”, chiuse in se stesse e in competizione fra di loro, convergenti solo nel far passare per “innovazione” l’idea che un partito della sinistra riformista possa ridursi a diventare poco più di un’agenzia che cura l’immagine, fa buona comunicazione e all’occorrenza organizza campagne elettorali o altri eventi. Di qui l’assurdità del “partito leggero” – per qualcuno addirittura “liquido” – che si compiace di primarie dalle regole stravaganti ed il cui gruppo dirigente, quando non twitta, si divide fra chi enfatizza e chi demonizza il leaderismo solitario del capo del Governo che nei ritagli di tempo funge – anzi finge – pure da segretario, perché “è quello che succede in quasi tutta Europa” (“e chi se ne frega” si può dire?).
Come vedi, a me delude più “cos’è” oggi il PD di “cosa fa” il suo governo, perché nell’azione di governo vi è molto di contingente, mentre la natura del partito costituisce un dato strutturale. Pur non essendo “un renziano”, riconosco a Renzi l’attenuante di non essere stato lui a creare il PD così com’è. Viceversa, è il PD così com’è ad aver creato Renzi, il quale è essenzialmente “l’utilizzatore finale” di quanto hanno costruito altri; compreso Bersani, cui continuo a volere bene anche se capisco sempre di meno sia lui che quelli della cosiddetta minoranza.
Trattando, per esempio, di assetto istituzionale e di sistema elettorale, come si fa a mistificare un dato banalissimo della realtà: non esiste cioè un sistema assoluto o perfetto, ma possono esservi svariate soluzioni tutte “parziali e relative”, ancorché compatibili con la democrazia. E se in Parlamento l’intero PD ha votato una di queste soluzioni, la quale per diventare operante dovrà ora ricevere la maggioranza dei SÌ al prossimo referendum, come può Cuperlo pretendere che le Feste de l’Unità «non diventino comitati per il SÌ»? O Speranza proporre in Direzione un comico ordine del giorno per chiedere che il PD si mantenga di fatto equidistante fra il SÌ e il NO?
Per non parlare dell’inconsolabile D’Alema, che una volta – prendendo a prestito “Us dis isé” di Tiziano Arlotti – era sì simpatico «cumè un gat tached s’agl’iongi ti marum», ma almeno diceva cose intelligenti. Leggendo la sua recente intervista a “La Stampa”, più che il vinaiolo di fama che è diventato sembra uno un po’ alticcio che sproloqui di politica al bar. Questo un campione delle sue perle di sciocchezza: «Se vincerà il No, dopo di lui (Renzi) non ci sarà il diluvio, semmai il buonsenso (…)e a quel punto si potrebbe fare una riforma condivisa, chiara e rapida.(…) Una riforma approvabile dai due terzi dei parlamentari, che si può fare in sei mesi.»
Eh, no! Piaccia o non piaccia Renzi, lo si sia scelto o solo subìto, lui è al momento l’ultima spiaggia di una “sinistra possibile”, a meno che non si voglia contrabbandare per “sinistra” il relegarsi in un angolo a sbraitare alla luna mentre si agita la bandierina rossa. Lo sanno pure i sassi: dopo di lui, un fasci-grillume da far rimpiangere perfino Berlusconi!
Io però, caro Beppe, rientro nel PD con intento molto meno “belligerante” di quello che mi è parso tu abbia annunciato. In altri tempi avrei detto “per dare il mio piccolo contributo”; oggi so invece che se ne può benissimo fare a meno.
Una di queste volte mi piacerebbe però trovarci e scambiare qualche impressione; magari seduti in quella metaforica “panchina da pensionati” su cui – ricordi? – ci demmo appuntamento vent’anni fa – tu sindaco ed io vicepresidente della provincia – per continuare un simpatico battibecco a proposito della ricollocazione della statua di Giulio Cesare in Piazza Tre Martiri. Anche se allora non ce lo dicemmo, era forse implicito pensare a quella panchina come ad una sorta di tribuna, se non “d’onore”, almeno “riservata” a quanti un giorno sarebbero stati riconosciuti come “vecchie glorie” della sinistra riminese. Oggi mi basterebbe che quella panchina non fosse a Ca’ Baldacci.

Nando Piccari

 

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