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Metti una sera a Rimini con Sergio Zavoli

Arriva camminando lentamente al Fulgor poco dopo le 21.00 al braccio di Nando Piccari. “Sono stanchissimo”, premette, prima dei baci, dei riconoscimenti, dei dolci sorrisi. In apparenza è invecchiato Sergio Zavoli, uno dei pochi grandi vecchi che ci sono rimasti, ma finisce di raccontarci i suoi pensieri poetici sulla vita vera, alle 24 già scoccate, e infine, quando mi congratulo per la mente lucida con la quale aveva battezzato Rimini, il sindaco, Miro Gori, Mirco Rocchi e anche la politica. In una chiacchierata finale di un’oretta seduto in cima alla pedana, ripete: “Mi sento stanchissimo” Alla faccia dei sui 94 suonati.

Come sempre per quello sto tranquillo” anche negli spezzoni promo dell’intervista che Mirco Rocchi per la produzione dal basso, ben intitolata “il Confidente dei Sogni” che ha iniziato a girare nella sua casa di Roma… “Quale presunzione – si è detto poi da solo colui il quale ha fatto la parte il bravo presentatore sul palco – come ho osato io pensare di intervistare lui su Federico Fellini? Si è intervistato da solo”.

Così come ha detto Piero Meldini, ha fatto lui la regia anche della serata al Fulgor. Ha deciso, e Miro Gori ha detto obbedisco, venisse esaurito tutto il resto prima, per tenersi a conto lui nella chiusura. Dopo la presentazione, l’intervista, il suo documentario sui funerali di Federico, a Roma e a Rimini. Insieme ai personaggi dello spettacolo, da Mastroianni e Antonioni alla Ekberg e la Milo, si rivedono tanti visi scomparsi e cari, Tonino Guerra, Maddalena Fellini.

I commenti. Tutti toccati, commossi. Anche di chi, come Francesca Fabbri Fellini, giustamente ammette: “Non avrei voluto rivederlo perché mi fa male al cuore. La mamma, zia Giulietta..”.

E’ stata una delle loro ultime apparizioni in pubblico. E Andrea Gnassi:Dovrebbe solamente seguire il silenzio delle parole non dette.

E anche Piero Meldini è con la sua abituale profondità in questa direzione. Amore profondo di un pubblico prevalentemente grigio. Amore profondo di un uomo di grande valore per la città che fin dalla gioventù, anche nei suoi libri come ricorda Miro Gori nell’intervista, ha eletto quale propria patria con la mente e con il cuore. Nella quale gli amici, la varia umanità, le prime esperienze giornalistiche (fu l’inventore del Publiphono “con la ph”, come precisa) hanno indicato la strada da vivere. Umanità, la parola chiave, che egli anima come un ventriloquo attraverso le parole dei personaggi grafici di Mirco Rocchi, con una autenticità magnifica, il porto, gli scogli (che altro non erano che pezzi finti dalla tecnologia che arrugginiva, dice, ma non per noi) la ruvidezza calda dei romagnoli.

Infine, quale autorevole maestro i cui studi e la sapienza hanno reso un po’ curvo e imbiancato, si siede sul ciglio della pedana, con i suoi discepoli intorno che lo venerano e ascoltano in attento silenzio, come merita.

E allora: “Ogni volta che ritorno e poi vado, ho il desiderio di ritornare sempre più presto. Rimini è più bella, come fate ad avere un Sindaco che fa e riesce anche ad avere un pensiero così lungo e fine, mentre agisce con tanta decisiva capacità? E’ un’abilità che pochi hanno”.

Si intuisce che Sergio Zavoli ritiene Andrea Gnassi un suo figlioccio elettivo, che certamente ha le qualità che lui sa riconoscere e stimare (insieme a qualche inevitabile difetto, forse). E la politica: “Ci sono sempre stato, per ogni anno, e in ogni passaggio. Credo mi manchi solamente quest’ultima tessera, poiché non mi va di fare ciò che non capisco, di essere portato supinamente dove non voglio andare”.

Manuela Fabbri

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