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Michele Marziani, lezioni di solitudine e di bella lingua

Michele Marziani: “Il suono della solitudine. Piccole storie da raccontare a te stesso” – Ediciclo.

Mi corre l’obbligo di una premessa. Alcuni mesi fa l’amico, e saltuario collaboratore di Chiamamicitta.it, Paolo Vachino inviò alla nostra redazione un testo, “Caro Michele: lettera aperta a un amico scrittore”, che venne pubblicata, in cui “recensiva” (ma non è il termine esatto: quello più giusto forse era “elucubrava”) l’ultima opera di Michele Marziani. In redazione, va detto, a costo di passare per un branco di ignoranti, non capimmo molto di ciò che Vachino aveva scritto, ma lo pubblicammo e il pezzo ebbe oltre un migliaio di lettori (sapete che in rete si “conta” tutto).

Ho già avuto occasione di scrivere che l’italiano è una lingua bellissima, ricca di termini e che, purtroppo, stiamo invece riducendola a poche centinaia di parole, quasi ci sentissimo in obbligo ormai di usare solo quelle essenziali necessarie per scrivere gli sms. E poi c’è un altro problema: questa ricchezza dell’italiano viene spesso usata da critici d’arte o letterari per scrivere pezzi incomprensibili ai più. Ma lo stesso potrebbe dirsi anche per l’italiano usato dalla burocrazia negli atti pubblici, per non parlare di quelli della giustizia. E tralasciando completamente ogni commento, perché italiano non è, quello usato da polizia, carabinieri, finanza in verbali, comunicati stampa.

Gli studiosi d’italiano sono ormai disperati, perché non vedono speranza alcuna di porre fine a questa dissoluzione dell’italiano scritto. E dalla scuola, da cui tutto dovrebbe avere inizio, linea piatta. Il problema sembra non esistere, ahimè!

Basta così. In ogni caso queste breve considerazioni mi servivano per dire che, diversamente da come lo ha scritto Vachino, in parole molto più semplici condivido anch’io una valutazione positiva di questo libro di Marziani. E’ scritto in un bellissimo italiano, che serve all’Autore per descrivere, anche attraverso tante piccole note autobiografiche, il suo estraniamento da questa società e dai suoi problemi. Chi conosce Marziani difficilmente potrà dire che esso è una persona empatica, e forse neanche simpatica. E sicuramente, avvicinandosi ai sessant’anni, non potrà certo migliorare il suo rapporto con la gente. Scrive: “il segreto non è piacere agli altri, ma vivere come piace a te”.

In questo piccolo, splendido, libro ci racconta questa sua “caduta” verso la solitudine “non come una nemica da combattere, ma come una coperta capace di proteggerci dal gelo dell’indifferenza”.

Eppure “Marziani legge. Scrive. Viaggia. In quest’ordine. Non ha mai fatto altro”. Ma “nei posti di lavoro non sai stare, perché nelle regole non sai vivere, perché tra le folle, nelle feste, alle presentazioni, ai meeting ti comporti come un animale rabbioso, sbavi cinismo, ostenti superiorità, mostri odio. In realtà sei solo un pulcino e hai paura del mondo”. Pensa di se stesso: “Sei sbagliato. Nella vita non sai fare nulla, se non mettere insieme parole stampate per un giorno e dimenticate per sempre. Non sai essere socievole (…) sfuggi con lo sguardo l’umanità giusta, quella capace, quella che sa stare insieme”.

Marziani è scrittore, editor, revisore di traduzioni dal francese e dall’inglese, insegnante in laboratori di narrativa e giornalista professionista (pentito). Ha pubblicato sette romanzi e tanti altri libri su pesca e alimentazione. Paga pegno: “Senza Pier Vittorio Tondelli non avrei mai immaginato di scrivere un libro. Cioè di fare la cosa che considero, assieme ai miei figli, la più importante della mia vita”.

“Leggere, camminare e cucinare sono i pilastri di una solitudine che incanta. La lettura è il modo di non essere soli mai, anche se si è compagnia di se stessi, di avere una finestra sempre aperta sul mondo, anche senza dover scendere in piazza”. “Non ci può essere solitudine senza cammino (…) la vita, è innegabile, va a passo d’uomo. Solo così ci si accorge del mondo, di quello intorno e di quello dentro. (…) Il camminatore, anche quando è frettoloso, vede molto più mondo di chiunque”.

Ed infine cucinare (solitamente per pochi ed eletti amici che rompono la solitudine): “Cucinare vuol dire prendersi del tempo per sé, essere al centro della propria vita. Significa occuparsi di raccogliere gli ingredienti, la materia prima, pulire, lavare, spazzolare, tagliare, grattare, sminuzzare, annusare, comprendere la freschezza, le differenze, cogliere i particolari, le sfumature, ascoltare il soffriggere dell’olio e il sobbollire delle zuppe, vedere le pietanze cambiare colore, consistenza, profumo, comprendere come basta poco, un’erbetta, una spezia, quasi un tocco di magia. Per rendere perfetto un piatto. Ecco, questo è il senso di stare ai fornelli. Ed è bello cucinare per te”.

Un percorso di vita fatto cambiando diverse volte il luogo di residenza: “dopo anni passati tra il Lago d’Orta, Rimini e Milano, oggi vive sulle Alpi, ai piedi del Monte Rosa, con qualche lunga incursione in Irlanda”. E in questo peregrinare per luoghi “da tutta la vita cerchi un sorso d’acqua pulita, un raggio di sole. Anche dov’è buio. Finora l’hai trovato sempre. Semplicemente perché c’è. Anche nei luoghi in cui sembra impossibile intravederlo. Più è buio, più bisogna immaginare la luce. Per questo gli inquieti, i malandati, i ciechi, gli storpi e i malati di solitudine sono da sempre i tuoi eroi. Perché quando incrociano la luce esprimono una forza tale da seppellirci tutti”.

E, alla faccia del pessimismo cosmico di cui Marziani spesso si riveste: “Accidenti, è così breve la vita che sprecarla sarebbe una vera follia”. Ma, riprendendo Fabrizio De Andrè: “Quando si muore si muore soli”.

Paolo Zaghini

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