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Molestata e punita, condannato Comune del Riminese

“Le molestie sessuali come discriminazione, anche questa è una forma di violenza”.  Con questa premessa Adriana Ventura, consigliera di parità della Provincia di Rimini, ha preso in carico il caso di una dipendente di un Comune della Provincia di Rimini e oggi, 10 novembre, il giudice del lavoro del Tribunale di Rimini ha accolto il ricorso presentato dalla  consigliera di parità, assistita  dall’avvocata Francesca Introna con studio a Milano,  ad adiuvandum nel ricorso presentato dalle  Avv. Tatiana Biagioni e Avv. Anna Danesi con studio a Milano che assistevano la lavoratrice, condannando il Comune al  risarcimento della somma di 15 mila euro  alla lavoratrice vittima di molestie sessuali ad opera di un collega di lavoro nel luogo di lavoro.

La dipendente era stata molestata da un altro dipendente del Comune che si era spogliato in sua presenza offendendola. Il ricorso era stato presentato nell’estate del 2021 (i fatti risalgono all’ottobre del 2020) e la donna aveva subito un provvedimento disciplinare dall’ente in questione in questione. Il giudice ha dunque imposto anche il reintegro della dipendente, che nel frattempo aveva chiesto la mobilità vers un altro Comune.

Ecco la lettera che aveva scritto.

“Mi chiamo Sara. Questo non è il mio nome vero, lo userò per ragioni di opportunità perché la mia vicenda è oggetto di indagine della Magistratura e mai nella mia vita avrei immaginato di trovarmi in una situazione dolorosa per me e per la mia famiglia e le persone che amo.
Sono stata vittima di molestie sessuali da parte di un collega sul posto di lavoro che per me rappresentava il luogo più sicuro dopo la mia abitazione, luogo nel quale svolgo quotidianamente la “mission” di difesa del territorio e dei cittadini, proprio lì mi sono sentita indifesa, umiliata e mortificata, mentre incredula non riuscivo a realizzare ciò che stava facendo il mio collega nei miei confronti.

Anche quando la molestia sessuale non lascia segni sul corpo, le conseguenze sono come uno stupro psicologico nell’anima che genera vere e proprie patologie che si manifestano in tutto il suo buio, la depressione e stai male, resti a letto guardando nel vuoto per giorni. Poi torni al lavoro e i colleghi ti evitano come se tu fossi un untore, sfuggono il tuo sguardo, scappano come se tutti avessero una gran fretta, i capannelli alla macchinetta del caffè, con il loro mormorio sommesso si eclissa al tuo apparire. Allora realizzi che la tua solitudine è dentro e fuori di te, che la solidarietà e l’empatia dei tuoi colleghi è tarpata dalla paura di “starti accanto”, quando l’Amministrazione vuole a tutti i costi minimizzare l’accaduto.

Poi arriva anche un provvedimento disciplinare perché si spera di intimorirti, di farti tacere; un comportamento omertoso che ti abbandona a te stessa e ti spinge in un baratro mentre ti chiedi: Perché proprio a me???!!
Poi decidi di rialzarti, drizzi la schiena e ti affidi alla giustizia, cambi lavoro e ricominci a sperare che la verità emerga e rimetta in ordine ogni cosa e la tua vita. Lo faccio per me, per ogni altra Sara dopo di me, perché nessuno resti impunito se ha violato la tua dignità,
perché il mio ex datore di lavoro metta in protezione le mie colleghe, perché da ogni mia sofferenza patita in questi mesi nasca qualcosa di buono. Grazie anche a voi. Sara”. 

In tema di molestie e parità di trattamento deve innanzitutto richiamarsi la Raccomandazione 92/131/CEE della Commissione CEE sulla tutale della dignità delle donne e degli uomini sul lavoro, all’interno della quale per la prima volta (per quanto solo con uno strumento di soft law) viene in rilievo l’argomento.

Nelle premesse di tale Raccomandazione si legge che: “ogni comportamento indesiderato a connotazione sessuale o qualsiasi altro tipo di comportamento basato sul sesso, compreso quello  dei superiori e colleghi, che offenda la dignità degli uomini e delle donne sul lavoro è inammissibile e in determinate circostanze può essere contrario al principio di parità di trattamento ai sensi degli articoli 3, 4 e 5 della direttiva 76/207/CEE del Consiglio, del 9 febbraio 1976, relativa alla attuazione del principio di parità di trattamento fra le donne e gli uomini per quanto riguarda l’accesso al lavoro, la formazione e la promozione professionali e le condizioni di lavoro”.

Sono considerate come discriminazioni anche le molestie, ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violazione della dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo. Sono, altresì, considerate come discriminazioni le molestie sessuali, ovvero quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.

Questa definizione equipara le molestie (sessuali e non) alla discriminazione, identificando gli elementi principali della fattispecie (il comportamento indesiderato, la violazione della dignità come scopo o effetto e il clima derivante dal comportamento).

Da ultimo è stata recentemente promulgata la L. n. 4 del 15 gennaio 2021, “Ratifica ed esecuzione della Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del lavoro n. 190 sull’eliminazione della violenza e delle molestie sul  luogo di lavoro”, adottata a Ginevra il 21 giugno 2019 nel corso della 108ª sessione della Conferenza generale della medesima Organizzazione, che costituisce un ulteriore impulso alla lotta alle discriminazioni e alle molestie, riconoscendo il diritto di tutti ad un mondo del lavoro libero dalla violenza e dalle molestie, ivi  compresi la violenza e le molestie di genere, riconoscendo che la violenza e le molestie nel mondo del lavoro possono:

  • costituire un abuso o una violazione dei diritti umani, e che la violenza e le molestie rappresentano una minaccia alle pari opportunità e che sono inaccettabili e incompatibili con il lavoro dignitoso, riconoscendo l’importanza di una cultura del  lavoro basata sul rispetto reciproco e sulla dignità dell’essere umano ai fini della prevenzione della violenza e delle molestie; ricordando che gli  Stati membri  hanno l’importante responsabilità di promuovere un ambiente generale di tolleranza zero nei  confronti della violenza e delle molestie al fine di agevolare la prevenzione di tali comportamenti e pratiche e che tutti gli attori del mondo del lavoro devono astenersi da molestie e violenze, prevenirle e combatterle;
  • riconoscendo che la violenza e le molestie nel mondo del lavoro hanno ripercussioni sulla salute psicologica, fisica e sessuale, sulla dignità e sull’ambiente familiare e sociale della persona;
  • riconoscendo che la violenza e le molestie influiscono anche sulla qualità dei servizi pubblici e privati e possono impedire che le persone, in particolare le donne, entrino, rimangano e progrediscano nel mercato del lavoro;
  • rilevando come la violenza e le molestie siano incompatibili con lo sviluppo di imprese sostenibili e abbiano un impatto negativo sull’organizzazione del lavoro, sui rapporti nei luoghi di lavoro, sulla partecipazione dei lavoratori, sulla reputazione delle imprese e sulla produttività; riconoscendo che le molestie e la violenza di genere colpiscono sproporzionatamente donne e ragazze e riconoscendo che un approccio inclusivo, integrato e in una prospettiva  di genere, che intervenga sulle cause all’origine e sui fattori di rischio, ivi compresi stereotipi di genere, forme di discriminazione multiple e interconnesse e squilibri nei rapporti di potere dovuti al genere, si rivela essenziale per porre fine alla violenza e alle molestie nel mondo del lavoro.

“Con l’approssimarsi del 25 novembre, giornata  mondiale contro la violenza sulle donne, la vittoria del ricorso rappresenta un tassello importante per perseguire la prevenzione di ogni tipo di violenza contro le donne che soprattutto nel mondo del lavoro subiscono una doppia vittimizzazione poiché  spesso avere il coraggio di denunciare significa mettere in gioco la propria occupazione, la serenità familiare, il giudizio dei colleghi, della gente che mormora….”, commenta Adriana Ventura.

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