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Montegridolfo: rileggere San Rocco in un dipinto del Cinquecento

Da tempo ho tra le bozze questo articolo e, anche se non è finito, oggi è stata una giornata speciale. E’ allora giusto festeggiare, magari non ancora con l’abito delle grandi occasioni, ma oggi, 4 maggio, per l’Italia inizia la Fase 2 e a Montegridolfo, tutti i pazienti da Covid-19 sono guariti. Allora, festeggiamo con qualcosa che parte dal nostro passato (la nostra Chiesa di San Rocco) per guardare al futuro (il prestito di un piccolo quadro per una esposizione temporanea, già programmata per l’estate 2020 a Montegridolfo), perché #LACULTURANONSIFERMA

Tra le tante opere che Don Alfio Rossi ha amorevolmente raccolto nel Museo d’Arte Sacra nella Basilica a Bagno di Romagna, c’è un piccolo quadretto: è una tavola del Cinquecento, probabile scomparto della predella di un polittico ignoto. La didascalia reca l’attribuzione a Bartolomeo Coda e quale titolo “Il cane porta il pane a San Rocco”.

In questo tempo sospeso, ripensare a quel dipinto fa scoprire alcuni segni, che diventano simboli e poi, significati.

Probabilmente questa formella raccontava con altre, le storie di San Rocco e non è neppure da escludere che il suo dossale centrale, lo rappresentasse secondo l’iconografia canonica: un giovane bello, con i capelli rossicci, avvolto in tabarro col cappello a tesa larga, il bastone con la borraccia e la conchiglia del pellegrino, probabilmente rivolto verso la Madonna col Bambino. Tuttavia una rappresentazione come questa potrebbe essere ricondotta anche ad altri santi: San Giacomo il Maggiore, San Pellegrino delle Alpi, Santo Amato Ronconi per citarne alcuni. Esistono delle caratteristiche che però distinguono in maniera univoca San Rocco: la vistosa piaga che emerge dalla gamba denudata, una Croce sul petto e la presenza di un cane. Questi elementi che diventano i veri e propri attributi iconografici del Santo, raccontano la sua vita.

Rocco da Montpellier nacque tra il 1345 e il 1350, negli anni della peste nera. Probabilmente la sua era una famiglia importante, i de la Croix. La ricchezza però non gli impedì di essere devoto a San Francesco di Assisi, anzi Rocco quasi seguì le sue orme. Aveva circa vent’anni quando morirono uno dopo l’altro entrambi i genitori. Si mise allora in cammino, in pellegrinaggio verso Roma. Era tra il 1367 e il 1368 e l’Ytalia (così come l’aveva chiamata Cimabue nelle antiche vele della Basilica di Assisi) era attraversata dalla peste. Durante il viaggio Rocco prestava soccorso agli ammalati e giunto ad Acquapendente, il gesto della sua benedizione portava gli appestati a guarire. Mutò il suo percorso e dalla Tuscia venne in Romagna, a Cesena, perché anche lì c’era la peste da guarire. Poi si rimise in cammino e stavolta arrivò a Roma. Nell’Ospedale dello Spirito Santo continuò ad assistere gli ammalati e tra loro, uno era un cardinale. Guarì anche l’alto prelato, il quale volle presentare Rocco al Pontefice Urbano V. Di lì a poco si congedò dal suolo petrino per tornare verso casa. Dopo Assisi tornò in Romagna, forse proprio a Rimini, Cesena, Forlì e poi ancora l’Emilia, Bologna, Modena, Parma, fino a Piacenza. Ancora una volta Rocco si fermò perché a Piacenza dilagava la peste e si mise a curare gli ammalati. Stavolta però, venne contagiato anche lui. Come i medici colpiti dal Covid-19 si dovette ritirare per il bene di tutti. Si rifugiò in una grotta in Val Trebbia, lontano dagli occhi di tutti. Ormai sembrava dovesse essere sopraffatto dalla fame, proprio lui che aveva fatto del bene per gli altri. Forse la presenza di una persona così sofferente, poteva sfuggire agli occhi degli uomini, non però a quelli di un cane. Quel piccolo animale probabilmente un bastardo, ricambiò a Rocco quel bene: ogni giorno (forse di nascosto) gli portava un tozzo di pane (quasi fosse uno dei nostri buoni spesa). Rocco riprese le forze e si rimise subito ad aiutare gli ammalati, tornò in corsia a Piacenza. Poi quasi trasfigurato riprese il viaggio verso casa. Ma a Voghera quel giovane una volta bello, apparve come un ladro, un delinquente o una spia. I signori della città erano dei lontani parenti ma non si accorsero di aver segregato in carcere uno di loro. Rocco non si rivelò, accettò questo supplizio in obbedienza. Nella notte tra il 15 e il 16 agosto di un anno imprecisato, morì in quella prigione. Solo quando il suo corpo venne spogliato, si scoprì sul petto la Croce simbolo della sua nobiltà e della sua Fede.

In questo tempo sospeso tante volte ho rivisto nella tavoletta delle analogie con il momento che stiamo vivendo, fosse soltanto per i luoghi e la missione del Santo. Ho cercato di capire a quale polittico la formella fosse associata. E’ noto che nella Chiesa di San Rocco a Pesaro, su «L’Altar maggiore à un bellissimo quadro in tavola. Nel piedestallo ove sta la Vergine Santissima in mezzo ai Ss. Sebastiano e Rocco, leggasi come in una specie di Bullettino Bartholomaeus …..nsis . 1528». Ecco probabilmente è quel Bartolomeo Ariminensis, Bartolomeo Coda figlio ed erede della bottega di Benedetto.

Chissà, magari è un altro di quei legami strani che non si riesce a spiegare ma è così bello poterli pensare. A Montegridolfo, nella Chiesa di San Rocco c’è un affresco su un impaginato ogivale, con San Rocco e San Sebastiano che invocano la Madonna col Bambino dal tratto raffaellesco; io lì, in quei santi, ci vedo la mano di Benedetto e forse anche di Bartolomeo Coda. Gli anni sono quelli, lo stile è il loro. Tuttavia c’è una domanda che colpisce ancor di più: perché a Montegridolfo è diffusa la devozione a San Rocco? Perché San Rocco è divenuto il Patrono di questa Comunità? Mi piacerebbe pensare che quel giovane dai capelli rossastri proveniente da Roma avesse preso la Flaminia e poi verso Urbino, passare dal nostro Castello per proseguire a Rimini e infine a Piacenza.

Forse non è così, ma almeno per questa sera (4 maggio), in cui non ci sono ammalati da Covid-19 a Montegridolfo, guardiamo quella tavoletta, guardiamo in nostri affreschi dedicati a San Rocco e alla pala del Cagnacci.. e, pensiamo al futuro… con prudenza e pazienza.

Marco Musmeci, assessore alla Cultura di Montegridolfo

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