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Centrodestra: Che botta. E che nervi scoperti. Centrosinistra: il nodo non è chi guida, ma dove si va. La crisi dei sondaggi


Moschea a Rimini: Sadegholvaad fa politica, il centrodestra fa rumore


29 Marzo 2026 / Maurizio Melucci

Moschea a Rimini: Sadegholvaad fa politica, il centrodestra fa rumore

A Rimini, sulla moschea, si era aperto uno spiraglio raro: la politica che prova a fare la politica. È durato poco.

Il sindaco Jamil Sadegholvaad aveva messo sul tavolo una proposta quasi scandalosa per certi ambienti: discutere seriamente, trovare una soluzione, assumersi una responsabilità. Non un comizio, non un post indignato, ma lavoro vero. Una roba che, evidentemente, mette in difficoltà chi da anni vive benissimo di sola protesta.

Perché il centrodestra riminese è ormai una macchina perfetta (si fa per dire): individua, raramente, problemi reali ma li usa come soprammobili. Li espone, li agita, li lucida… guai però a risolverli. Lì finisce la magia.

La sede di via Giovanni XXIII è inadeguata? Certo. Lo dicono da anni, ad iniziare dal consigliere Gioenzo Renzi: spazi insufficienti, criticità per residenti e fedeli. Tutto giusto. Poi però arriva la domanda fatale: “Bene, dove la facciamo una struttura adeguata?”

E lì scatta il capolavoro. No a qualsiasi cosa abbia anche solo lontanamente l’odore di una soluzione.

A questo punto non è più una posizione politica, è una forma d’arte: il rifiuto sistematico elevato a metodo. Una specie di yoga del “no”, praticato con disciplina.

Poi arriva Matteo Zoccarato e decide di fare quello che in fondo tutti si aspettavano: far saltare il tavolo. Con tanto di dichiarazione solenne, come se stesse compiendo un atto di coraggio, quando in realtà sta solo evitando il rischio più grande per certa politica: dover decidere qualcosa.

Il messaggio è chiarissimo: il problema esiste, è “vergognoso”, va denunciato… ma guai a chi prova a risolverlo davvero. Perché risolvere significa esporsi, scegliere, prendersi critiche. Molto meglio restare nella comfort zone dell’indignazione permanente.

Nel frattempo, la realtà — quella noiosa, concreta — resta lì. Una comunità che ha bisogno di un luogo di culto dignitoso. Un quartiere che vive tensioni. Un equilibrio da costruire. Tutte cose che richiedono serietà, non slogan.

Il sindaco, nel chiedere “ok, adesso ditemi come”, ha semplicemente tolto il giocattolo preferito al centrodestra: lamentarsi senza conseguenze.

E infatti il tavolo è saltato.

Non per mancanza di problemi, ma per eccesso di “no”.

A questo punto la domanda è inevitabile: il centrodestra vuole davvero risolvere la questione, o preferisce tenerla lì, irrisolta, pronta all’uso per la prossima polemica?

Perché una cosa è ormai evidente: governare è difficile. Dire sempre “no”, invece, riesce benissimo. La soluzione la dovrà trovare, come per tutti gli altri problemi la giunta di Rimini.

 

Dopo il referendum

Centrodestra: Che botta. E che nervi scoperti.

La reazione di Giorgia Meloni è stata rapida, ma tutt’altro che rassicurante: più contenimento che guida. Via il sottosegretario alla Giustizia, pressione su Daniela Santanchè. Non gestione politica, ma riflesso difensivo. Segno che il colpo è arrivato forte.

E infatti Santanchè non si limita a uscire di scena: lascia un messaggio preciso. Quando rivendica il proprio “certificato penale immacolato” e dice di aver “pagato anche i conti degli altri”, sta parlando alla maggioranza. Non è uno sfogo, è un avvertimento. Dentro Fratelli d’Italia si apre una crepa.

Nel frattempo, Forza Italia si muove.  E lo fa alla sua maniera: Marina Berlusconi interviene direttamente e cambia i vertici. Gasparri fuori, Craxi dentro. Non è maquillage, è un tentativo di rimettere il partito in piedi, fuori dall’ombra di Meloni.

La linea è chiara: meno subalternità, più identità. Ma questo significa una cosa sola — tensioni.

La Lega osserva, per ora. Salvini resta prudente, ma difficilmente starà fermo a lungo. Quando si aprono spazi, li occupa.

Morale: altro che centrodestra compatto. È un sistema sotto stress, dove ognuno inizia a muoversi per conto proprio.

Meloni regge, ma non controlla più tutto. E si vede.

 

Centrosinistra: il nodo non è chi guida, ma dove si va

Se a destra si aprono crepe, a sinistra il rischio è non accorgersene — o peggio, non saperle interpretare.

Continuare a discutere di leadership, di primarie sì o primarie no, è fuori tempo massimo. Non perché il tema non conti, ma perché non è la priorità. Il punto è un altro: l’assenza di una proposta politica riconoscibile sui temi che strutturano la vita materiale delle persone.

Lavoro, salari, casa, sicurezza, sanità, politica estera. Qui si gioca la partita. E qui il centrosinistra deve dimostrare di saper tenere insieme ciò che oggi appare diviso: lavoro dipendente, lavoro autonomo, sistema delle imprese.

Il problema non è solo programmatico, ma di metodo. Servono competenza e capacità di sintesi. Non la somma di posizioni identitarie, ma una costruzione politica che tenga insieme interessi diversi senza appiattirli.

È un lavoro complesso, che richiede tempo, classe dirigente e chiarezza di linea. Ma è anche inevitabile.

Perché mentre il centrodestra si muove — tra contraddizioni e conflitti —, il centrosinistra rischia  di restare fermo.

E, in politica, restare fermi equivale a perdere.

 

La crisi dei sondaggi e il ritorno al Paese reale

Lo dico senza giri di parole: sui sondaggi, oggi, è difficile non essere diffidenti. E non è una posizione ideologica, ma una constatazione. Negli ultimi anni gli errori si sono accumulati, spesso macroscopici. Anche sul referendum appena passato non è stato tanto il risultato a sorprendere, quanto la teoria che lo accompagnava: più partecipazione uguale vittoria del Sì. È accaduto l’opposto. E questo dovrebbe far riflettere.

Perché se saltano le chiavi di lettura, allora il problema è più profondo dei singoli numeri. Davvero il 18% degli elettori di Forza Italia avrebbe votato No? Possibile, ma poco convincente. Così come appare fragile l’idea che certi comportamenti elettorali siano così lineari e prevedibili. L’unico dato solido, quasi “visibile”, è stato l’aumento della partecipazione giovanile. Il resto resta nel campo delle ricostruzioni, spesso poco verificabili.

Il punto, però, è un altro. In Italia sembra essersi consolidato un circuito chiuso di sondaggi che tendono a riprodurre sempre gli stessi equilibri, più che a interpretarli davvero. Strumenti utili, certo. Ma sempre meno affidabili se usati come bussola esclusiva. Le forze politiche continueranno — giustamente — a utilizzarli. Ma forse è arrivato il momento di riequilibrare l’ascolto. Meno dipendenza dai numeri, più attenzione al Paese reale. Perché quando la distanza tra percezione e realtà cresce, il rischio non è solo sbagliare analisi. È non capire più cosa sta succedendo davvero.

Maurizio Melucci