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E il Museo di Rimini diventa un casinò: per difendersi dal gioco

In questi giorni Chiamamicitta.it ha avuto il piacere di ospitare alcuni studenti impegnati in un progetto di alternanza scuola-lavoro. Questo è il loro secondo articolo.

“Ho molta curiosità nella cocaina ma non mi sono drogato perché avevo paura. Di giocare non avevo paura”. (Vito, 52 anni)

Il museo della città di Rimini come un casinò, ma per svelare come l’azzardo funziona davvero. Da sabato 19 gennaio fino a domenica 17 febbraio, la mostra “Fate il nostro gioco” spiega tutto quel che bisogna sapere sui meccanismi che stanno dietro alla dipendenza dal gioco.

L’ultima indagine parla di ben 102 miliardi di euro spesi nel gioco d’azzardo in Italia solo nel 2017. Di questi, 19 miliardi sono stati persi dai giocatori per finire nelle casse delle filiere dell’azzardo.

La dea bendata affascina le più disparate fasce d’età. Recenti studi hanno dimostrato che sono i giovani e gli anziani ad essere i più coinvolti dal fenomeno, diffuso ormai in modo capillare.

Acquistare un Gratta e vinci è diventata un’azione quotidiana per tantissimi. Ma quanti sono a conoscenza delle concrete probabilità di vincere? E dei rischi di diventare dipendenti dal gioco? Ora esiste un nuovo approccio matematico e psicologico che porta nei retroscena delle scommesse.

Il gioco delle tre porte

Il primo esperimento che viene presentato alla mostra di Rimini ha lo scopo di dimostrare quanto sentimenti ed emozioni ci influenzano anche nel gioco. E non ci permettono di ragionare lucidamente sulle nostre vere probabilità di vincere.

Il candidato viene messo davanti a tre porte: ha una probabilità su tre di indovinare dietro quale si trova la macchina da sogno che potrà vincere. Successivamente, sarà aperta una delle due porte perdenti e al giocatore verrà chiesto: “Resti con la prima scelta o cambi?”.

Tutti noi penseremmo che le probabilità di vincere stiano a 50 – 50. In realtà, sono le stesse di quando abbiamo iniziato a giocare: una su tre di vincere, due su tre di perdere. Ma la maggior parte di noi decide di rimanere coerente con la prima scelta per ragioni psicologiche.

Davanti a noi si aprono due scenari. O perdere confermando la scelta, e sentire rimpianto. Oppure perdere cambiandola, ed ecco il rimorso.

È scientificamente dimostrato che la nostra mente eviterà a tutti i costi il rimorso, che ritiene più doloroso del rimpianto. Ma la nostra mente non sa nulla di statistica, che invece dimostra: su un totale di 205 giocatori, dei 142 che hanno confermato la porta 95 hanno perso, mentre dei 63 che hanno cambiato, 43 hanno vinto.

Se davanti a scelte di questo tipo siamo così irrazionali e prevedibili, diventiamo facilmente manovrabili. E chi crea e gestisce i giochi d’azzardo lo sa benissimo, usando a suo vantaggio proprio quei principi della psicologia e i meccanismi delle emozioni. E perfino un abile pallinaro può portarci via i nostri soldi senza neppure dover barare.

Siamo irrazionali anche nel calcolo delle probabilità: puntiamo sugli eventi che nella nostra testa hanno un’immagine più vivida.

Questo è un errore cognitivo: sottostimiamo la probabilità che qualcosa di lontano da noi possa succedere. E viceversa, sovrastimiamo ciò che ci sta più vicino. Risultato, un asteroide ha più probabilità di cadere sulla Terra rispetto a quelle di un singolo giocatore di indovinare tutti e sei i numeri vincenti del Superenalotto.

La roulette francese

Sfidare la sorte senza sapere quali saranno gli esiti della partita affascina e intriga. Le scommesse funzionano così. La differenza è che caso e fortuna non sono costanti: è possibile vincere, ma non è possibile farlo in maniera continua e stabile.

In media, ogni 100 giocate i partecipanti notano un bilancio in equilibrio tra vincite e perdite, ma su larga scala non è così. Le statistiche riportano i dati di mille e 10 mila giocate: più i numeri diventano grandi, più a dominare sono le perdite.

È molto raro che un giocatore consideri il bilancio complessivo delle sue giocate, dando maggiore importanza alla vincita occasionale e ragionando solo sul breve periodo. Eppure, un grafico dimostra che il giocatore medio è una retta che cala in maniera costante e tutti gli altri, a lui legati, lo seguono nella progressiva discesa. È così che si arricchiscono i casinò, che ragionano sul lungo periodo e incassano grazie all’aumento proporzionale delle perdite dei loro clienti. Il banco non perde mai.

Tuttavia, quella singola vincita occasionale continua a tenerci incollati al tavolo da gioco. L’azzardo innesca inganni cognitivi che lo rendono accattivante e portano a volerne sempre di più, finché talvolta non diventa una patologia.

L’ambiente di gioco, in questo senso, acquista un’importanza fondamentale. “Semplicemente sostituendo le vecchie sedie tradizionali – racconta il titolare di un casinò – con delle sedute sistemate in uno schema che riporta automaticamente il giocatore di fronte al tavolo ogni volta che ruota a destra o a sinistra, il numero di partecipanti e di partite effettuate è aumentato considerevolmente”.

Il gratta e vinci

Un gratta e vinci su 4 in media è vincente, ma 8 vincite su 10 valgono dai 5 ai 10 euro, che coincidono con il prezzo d’acquisto del biglietto stesso e che vengono, quindi, spese nell’immediato per giocare ancora.

Si chiama “rinforzo positivo intermittente” e funziona esattamente come i croccantini che vengono dati in premio ai cani ubbidienti: creano abitudini e educano al comportamento.

In caso di perdita, però, non ci si scoraggia mai. Il concetto di “near miss” (mancato incidente) spiega cosa ci spinge a giocare ancora: grattare numeri sempre più vicini a quelli vincenti è uno stimolo a riprovare e un incentivo alla speranza in una prossima vincita.

Le slot machine

Circa il 50% del denaro speso per il gioco d’azzardo finisce nelle slot machine, mentre il restante 50% arricchisce casinò e altre filiere. Il successo di queste macchine è dovuto al nome che assumono i soldi una volta inseriti: diventano “crediti”. La smaterializzazione del denaro induce il giocatore alla perdita della percezione della somma spesa, che lo porterà a rigiocare anche tutte le vincite.

Se a questo si aggiunge il ritmo compulsivo di 3 giocate al secondo, l’ambiente solitamente buio e l’assenza di orologi, si innesca persino uno stato di alienazione e perdita della percezione del tempo. Ad influire sono anche le dimensioni della macchina: imponente e ad altezza uomo, contribuisce alla progressiva antropomorfizzazione della slot machine.

Perdita e vincita qui hanno un andamento algoritmico. La slot machine è dotata di un computer programmato per trattenere 8 su un totale di 100 euro inseriti e restituirne 92. Il processore non sa cosa succederà o quali saranno le combinazioni vincenti, tuttavia sa perfettamente quale risultato dovrà raggiungere.

Comunicare il denaro emesso piuttosto che quello incassato è una strategia vincente che non concede al giocatore superficiale di ragionare sul lungo periodo, preferendo focalizzarsi sulla vincita istantanea ma non costante, come accade per la roulette francese.

Ogni singolo particolare è studiato per essere attraente e per non permetterci di distogliere lo sguardo da questo gioco d’azzardo, nonché per spingerci a spendere sempre di più, aumentando così il rischio di dipendenza patologica.

Prendendo un campione di 100 persone, i giocatori che presentano problematiche di tipo patologico sono 8 per i gratta e vinci, 14 per le scommesse sportive e 32 per la video lottery. Da questi dati emerge l’importanza della sensibilità che ognuno di noi dovrebbe avere nei riguardi del gioco d’azzardo.

Altro che “giocate responsabilmente”, come ci dicono le pubblicità. La responsabilità non basta, se non sappiamo come il gioco funziona per davvero. Non serve neppure il terrorismo psicologico verso l’azzardo, ricorda la mostra, perché la ludopatia non è il risultato ovvio di chiunque decida di fare una scommessa.

Piuttosto, prestiamo attenzione a ciò che facciamo e informiamoci adeguatamente prima di giocare. Basta guardare sempre entrambe le facce della medaglia. O meglio, della moneta che stiamo per giocare.

Angela Sette, Alessia Tucciarelli (Liceo Giulio Cesare Manara Valgimigli, classe 4B economico-sociale)

 

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