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No-vax, no-mask, no-Fellini

A casa sua uno può fare l’idiota fin che gli pare. Può crogiolarsi nella superstizione, compiacersi della propria ignoranza, esibire a se stesso una ridicola presunzione. Queste sue doti, se proprio ci tiene, può perfino manifestarle pubblicamente, perché il bello della democrazia è che anche i coglioni possono dire la loro.

Ma al pari dei cittadini “cerebro-normodotati”, neppure a lui è consentito farlo a danno di altri ed in spregio a regole che valgano per tutti. Invece la cialtroneria no-vax, unita a quella di altrettante lugubri sigle, non si accontenta di mettere a rischio solo l’insulsa esistenza dei suoi adepti e, purtroppo, quella della loro incolpevole e disgraziata prole, ma pretende addirittura di contrabbandare come un diritto costituzionalmente garantito l’attentare alla salute, e perfino alla vita, degli estranei che abbiano la sfortuna di incappare accidentalmente nella loro imbecillità.

I loro spiriti-guida sono la Celentana figlia del gran pensatore Adriano, il farfugliatore di supercazzole pseudo-filosofiche Diego Fusaro e quel che resta di Enrico Montesano, che un’utilità sociale almeno ce l’ha: aiutarci a capire la differenza fra un comico e un buffone.

Dopo la criminogena adunata del 10 ottobre a Roma, sabato prossimo questo mix di neo-nazifascisti, disadattati sociali e potenziali killer dell’altrui salute s’è data convegno a Rimini, a lordare con la sua presenza Piazza Cavour.

Le persone perbene, oltre a riservare a costoro un meritato disprezzo, si aspettano che in ottemperanza alla direttiva emanata dalla Ministra dell’Interno e a quanto annunciato dal Capo della Polizia, sia previsto un adeguato schieramento di agenti (magari con l’ausilio di un po’ di esercito) che impediscano l’accesso in piazza a quanti si presentino senza mascherina. E che provvedano non dico a disperdere con gli idranti (anche se mi piacerebbe tanto…), ma a distanziare con le buone o con le cattive quei partecipanti alla “seduta spiritica no-vax” che se la dovessero poi togliere, o non mantenessero il cosiddetto “distanziamento sociale”, ponendo in stato di fermo i più riottosi

Encomiabile è la dichiarata avversione a quella pericolosa pagliacciata da parte del Sindaco di Rimini e della Presidente del Consiglio Regionale, cui è seguito il motivato allarme pubblicamente espresso dai Presidenti sia dell’Ordine dei Medici che dei Farmacisti.

Ampiamente giustificato è poi il disappunto che quello sgradito inquinamento di Piazza Cavour sta suscitando nei gestori di attività commerciali del Centro Storico. Un po’ meno l’ecumenica e malriposta ingenuità con cui l’accoglie il Presidente di Confcommercio: «…dipingere scenari apocalittici prima della manifestazione mi sembra fuori luogo (…). Sono convinto dell’educazione e dell’autocontrollo dei partecipanti (…). Un domani si guarderà a questo avvenimento come a una grande prova di civiltà e accoglienza, cose che Rimini ha sempre dimostrato».

L’unico a… “pisciare fuori dal vaso” è il titolare della Gelateria del Castello, convinto che la macabra stoltezza che sabato andrà per i fossi «esprime un giusto dissenso nei confronti di leggi che, limitando la libertà, sono anticostituzionali».

Credo che tanti suoi clienti, oltre al sottoscritto, saranno indotti a scegliere un’altra gelateria. Non tanto per la ripulsa verso quella cervellotica affermazione, ma nel timore di venire infettati da qualche no-mask che, per gratitudine, decida di andare lì, d’ora in avanti, a sorbirsi il gelato.

Ma ora basta con queste nefandezze, veniamo a cose più allegre. Per esempio il derby, tutto riminese, fra Federico Fellini e Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Fin dall’inizio quelli della minoranza consiliare non sapevano darsi pace: “Ma come, c’era un così bel parcheggio e invece quello sborone di Gnassi ci fa prima l’anfiteatro fighetto, poi arriva a rompere le balle ‘sto Fellini, e allora lui cosa s’inventa? Di fargli un museo. Per carità, in cento anni avrà anche fatto qualche film decente, ma ormai non se ne può più!”.

Alcuni di loro, più masochisti degli altri, passavano ore col naso attaccato alle paratoie che circondano gli scavi, a guardare attraverso le fessure ruspe, trattori, escavatrici e ad inveirvi contro sottovoce: “Guarda lì! Tanto casino per tirar fuori ‘sta mondezza di matonacci sbroccolati…”

Fino al giorno in cui Rufo Spina, che è un ragazzo acculturato, non li ha informati trattarsi di “reperti”. E quando uno di loro, che aveva capito “referti”, se ne uscì con “ma allora qui ci voleva il permesso dell’Autorità Sanitaria!”, il Consigliere non più di Forza Italia e non ancora di Fratelli d’Italia si vide costretto pure a spiegare il significato di quella parola.

È così che da “vedovi del parcheggio” sono diventati chi storico e chi archeologo, ben supportati da “Italia Loro” e furbetti aggregati, sempre pronti a spalleggiare certe “fobie repressive” della Sovrintendenza, salvo poi infamarla quando invece, come in questo caso, non asseconda le loro paturnie.

Fra i nemici più assatanati del Museo Fellini a Castel Sismondo ci sono i leghisti, che però si fermano alla polemica e questo francamente non lo capisco.

Se solo prendessero invece esempio dal salvinismo lombardo, potrebbero intestarsi una ben più prestigiosa alternativa: l’acquisto da parte di qualche commercialista della Lega di un capannone da tempo in disuso e perciò fatiscente, da rivendere poi a prezzo raddoppiato al Comune, perché vi faccia lì il Museo Fellini.

Ma c’è un’altra cosa che capisco ancora meno.
Il Consigliere Davide Frisoni, ieri solo di Patto Civico, oggi anche di Italia Viva e domani di chissà cos’altro ancora, è uno dei più affezionati fiancheggiatori del centro destra nella guerriglia contro Fellini (ma si fa fatica a definirla “intelligenza” col nemico).

Qualche settimana fa, per aiutarci a capirne la ragione, ha fatto conoscere un passaggio chiave del suo curriculum: «Da ragazzo andai a parlare con l’allora presidente della Fondazione Carim, l’avv. Massimo Pasquinelli, per raccontargli una visione che coinvolgeva il Teatro Galli (ancora da restaurare), il Castel Sismondo e Piazza Malatesta».

Se non è sbagliata l’informazione che ne dà il sito del Comune, Frisoni è nato nel 1965, mentre è certo che Pasquinelli abbia assunto quella presidenza nel 2010.

Passi per la visione, ma la mia domanda è: uno, a 45 anni, cosa aspetta a diventare grande?

Nando Piccari

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