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Non ci resta che l’agave

Via gli innaffiatoi, fuori i contagocce, prati all’inglese irrigati con il favore delle tenebre, boom negli acquisti di piante grasse.

I pollici verdi riminesi si preparano a fare i conti con la siccità e l’inevitabile razionamento idrico che limiterà l’impiego dell’acqua per usi non domestici, in primis il giardinaggio. La restrizione più sopportabile sarebbe il coprifuoco, o meglio, copriacqua, tra le otto del mattino e le ventuno, orario nel sarà proibito innaffiare. In estate lo facciamo praticamente tutti la sera, perché il sole non dissecchi subito il terreno, e del resto non è detto che un po’ di sete faccia male alle piante: anzi, come ci dicono tutti i tutorial su YouTube, rischiano più spesso di morire per annegamento piuttosto che di sete, perché il giardiniere inesperto (uno a caso: io) tende ad abbeverarle manco fossero mucche da latte, magari con acqua bella fresca, sommando l’eccesso idrico allo shock termico.

L’ideale, consigliano gli esperti, sarebbe infilare un dito non guantato nel terreno per sentire se è secco o umido, e regolarsi di conseguenza. Insomma, con la maggior parte dei nostri coinquilini vegetali si può venire a patti su orari ed entità dell’innaffiatura quotidiana. Ma c’è sempre qualche ingordo che non si adegua e ti fa capire che vuole di più. Il basilico, ad esempio. Non so se i basilichi sbevazzoni capitano tutti a me, ma quelli che arrivano in casa mia pretendono sempre acqua due volte al giorno, se no mi fanno il muso – a modo loro, cioè accogliendomi con le foglie mosce tipo cane triste e praticamente inodori. Stesso discorso per il plumbago, che dev’essere imparentato con una mangrovia perché lo innaffio al mattino e già a mezzogiorno ha le foglie a mezz’asta, mentre la morigerata rosa nel vaso lì vicino lo guarda scandalizzata. E mica posso mostrargli l’orologio e dirgli che deve resistere fino alle nove di sera.

E dire che uno dei pochi aspetti positivi del mio lockdown era che per la prima volta nella vita avevo riempito il balcone di piante e riuscivo a farne sopravvivere almeno la metà. Era uno dei pochi passatempi innocui e gratificanti: il giardinaggio non faceva male a nessuno, le piante mica dovevi portarle a passeggio e con i loro cicli davano grandi lezioni di vita: le foglie cadono e si rinnovano, l’arbusto secco e sfiorito al momento giusto si ricopre di boccioli, eccetera.

Ma ecco che nel giro di pochi mesi l’emergenza sanitaria lascia il posto a quella idrica, e queste presenze silenziose e consolatrici diventano parassiti di lusso, vampiri vegetali che esigono acqua dolce e potabile, non quella demineralizzata che producono il condizionatore e l’asciugatrice o quella salata che cade dallo scolapasta. E il più ingordo è anche il più insignificante, l’erba del prato, alias Poa pratensis, che per non diventare paglia richiede cospicue innaffiature (nel Nord Italia in estate circa 30 litri a settimana per metro quadro), possibilmente distribuite da appositi impianti. Negli Stati Uniti, dove il prato all’inglese davanti a casa è uno status symbol malgrado le perduranti siccità, è attivo da tempo il movimento Food not Lawns (“cibo, non prati”), che promuove la sostituzione dell’erba con ortaggi: pure loro richiedono acqua ma almeno producono qualcosa di commestibile.

Ma da noi, se continua così, pure zucchine e pomodori diventeranno insostenibili e potremo permetterci solo i fichi d’India. Oppure l’agave, da cui si ricava praticamente di tutto, dai tessuti allo sciroppo fino, udite udite, alla tequila. Vabbè, se dovremo rinunciare alle margherite potremo rifarci con i margaritas. Sperando che prima o poi venga ad annacquarceli una sana e provvidenziale pioggia.

Lia Celi

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