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Non si uccidono così anche le oche?

Non c’è bisogno di essere animalisti della LIPU per aver provato rabbia ed emozione leggendo di quel ripugnante idiota che il 10 marzo s’è divertito a prendere a bastonate una stupenda oca che era diventata, al pari della sorella, la simpatica mascotte del Parco Fluviale del Marano. Dove veniva coccolata dai frequentatori di quell’angolo di verde, in particolare dai più piccoli, giocando con i quali regalava e riceveva dolcezza e allegria.

Massacrata dalle randellate che le avevano provocato gravi deficit neurologici, dopo alcuni giorni di agonia la poverina non ce l’ha fatta a sopravvivere. C’è da immaginare con grande gioia del suo disgustoso carnefice, che quel giorno non aveva potuto portare a termine “il lavoro” perché costretto a darsela a gambe dalle urla di chi assisteva alla sua odiosa esibizione.

Certo, particolarmente in questi giorni assistiamo a ben più terribili atrocità di quella messa in atto da questo ignobile imbecille. Ma si può scommettere che la differenza fra lui e i massacratori di esseri umani sia solo dovuta alle circostanze e alle occasioni. In altre parole, non è azzardato pensare che se quello squallido individuo si trovasse ad avere in mano un mitra anziché un bastone, e gli fosse garantita “l’impunità del combattente”, sparerebbe volentieri a dei bersagli umani, non solo “per dovere” ma più ancora per il macabro godimento che la cosa gli procurerebbe.

Insomma, per dirla con una non più usata espressione dialettale un tempo in auge nella “Romagna riminese”, “quel che counta l’è l’infezna”: quello che conta è l’impronta, la predisposizione interiore, la tendenza innata. Componenti esistenziali, queste, che nel suo caso sono riassumibili e unificabili nella definizione di “uno di animo cattivo”.

Complimenti, dunque, al testimone oculare che l’ha denunciato, come pure alla Polizia Municipale di Riccione che, ricevuta la notizia di quell’azione crudele, s’è attivata per individuarne l’autore e denunciarlo a sua volta alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Rimini, per il reato previsto all’articolo 544 bis del Codice Penale: «Uccisione di animali. Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni».

Sono certo che a questo punto ogni persona dotata di un briciolo di sensibilità auspichi il pronto rinvio a giudizio del lurido figuro. Che nell’attesa del processo, onde fugare il rischio di reiterazione del reato a danno dell’oca superstite, sarebbe bene venisse se non posto agli arresti domiciliari, quanto meno colpito dalla diffida ad avvicinarsi a quel parco.
Insieme alla speranza che al processo venga poi condannato al massimo della pena, preferibilmente senza sospensione condizionale.

Nando Piccari

Post Scriptum 1
Se alla fine risultasse confermato che il Capo di Stato della Repubblica di San Marino accusato di molestie sessuali a danno di una sua collaboratrice, si fosse effettivamente esibito nella “prestazione machista” di spogliarsi in ufficio davanti a lei, verrebbe spontaneo chiedersi: “Ma chi si credeva di essere, Putin?”

Post Scriptum 2
Ma come ha potuto la Fiera (io continuo a chiamarla in italiano) trattare in quel modo l’oligarca del caffè che le stava facendo l’onore di partecipare al recente Sigep? Solo perché sprovvisto di green pass, l’hanno tenuto fuori dalla porta come fosse un no-vax qualsiasi, quando invece lui è sì un no-vax ma di pura “razza padrona”, che non si vaccina perché «la Costituzione dice che il corpo è inviolabile». E che c’è da presumere neppure si allacci la cintura in auto, visto che la Costituzione non dice che uno debba correre il rischio di strangolarsi per assecondare le manie repressive di vigili e poliziotti.
Chi mi ha deluso è il Presidente Cagnoni. Venuto a conoscenza del sopruso che si stava consumando, ha fatto finta di niente anziché precipitarsi all’ingresso, a redarguire con uno sdegnato “con voi i conti li faccio dopo” chi, «in nome di una falsa tutela collettiva», stava impedendo l’ingresso ad «un imprenditore stimato e sempre propositivo». Al quale sarebbe stato auspicabile si rivolgesse poi in questo modo: ”Le chiedo scusa a nome mio e della società. Ma ora entri con me, che per farmi perdonare le offro un caffè”.

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