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Non vedremo più con gli stessi occhi nemmeno il nostro Ponte di Tiberio

Non è più possibile guardare con gli stessi occhi il ponte di Tiberio, al suo posto e perfettamente efficiente oggi come duemila anni fa.

Non è più possibile, quando ancora abbiamo negli occhi – e ci rimarrà per un pezzo – la morte in diretta del ponte Morandi, un’opera quasi nostra coetanea, nata audace e moderna ma invecchiata presto e male, trascinando nella sua fine decine di vite.

Per noi che abbiamo il privilegio quotidiano di vedere e usare un manufatto bimillenario e ancora funzionale, oltre che bello, in grado di resistere a terremoti, inondazioni, guerre e traffico di automezzi ogni tipo, oltre che all’usura del vento e del mare, è meno credibile un ponte che dura solo mezzo secolo di uno che regge da venti.

L‘eternità e la durata sembrano scontate, quando si vive in una città costruita lungo il tracciato di una strada romana, dove anche i ruderi antichi non hanno l’aria di spoglie di una lotta perduta contro il tempo: semplicemente, le architetture antiche, con un atto generoso, si sono fatte da parte, lasciandosi volontariamente rimpicciolire e sbriciolare, per fare posto agli edifici successivi senza far loro troppo pesare la manifesta superiorità dell’ingegneria romana.

E che i ponti, in particolare, nell’antica Roma fossero una cosa molto seria lo dice il fatto che il sommo sacerdote era appunto il «costruttore di ponti», il pontefice, in quanto custode dei collegamenti fra le due rive dell’essere, quella umana e quella divina.

I ponti che i genieri di Cesare costruivano in pochi giorni spaventavano i barbari quasi più della potenza delle legioni, perché annullavano barriere naturali che sembravano invalicabili.

Cambiano le architetture, i materiali e le tecniche di costruzione, ma fra tutte le opere pubbliche i ponti sono quelle più delicate e, in un certo senso, commoventi e umane. Non sono una sfida arrogante al cielo, come le torri. Sono il tentativo di superare gli ostacoli naturali che dividono i popoli e ne intralciano i movimenti e la comunicazione, per renderli più vicini, più liberi.

Ci vuole fiducia e speranza per costruirli, oltre che sapienza e competenza. Ma anche percorrerli o passarci sotto è sempre un atto di fiducia: la nostra vita dipende da quanto sono solide quelle arcate, da quanto siano stabili quei tiranti. Per questo la manutenzione dev’essere continua, e a volte nemmeno quella basta, come nel caso del viadotto crollato a Genova, che a quanto pare era monitorato da almeno vent’anni.

Che sia romano o del dopoguerra, di pietra o di legno, che guardi su un fiume o su una strada, ridotto ai minimi termini ogni ponte è una corda tesa sull’abisso, e ogni volta che lo attraversiamo siamo dei funamboli. E solo quando raggiungiamo la sponda opposta ci rendiamo conto che fino a quel momento avevamo trattenuto un poco il respiro.

Lia Celi www.liaceli.it

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