Home > Ultima ora economia e lavoro > Nuovo Dpcm, Indino (Confcommercio): “Una mazzata, ora aspettiamo al varco lo Stato”

Nuovo Dpcm, Indino (Confcommercio): “Una mazzata, ora aspettiamo al varco lo Stato”

In un comunicato diffuso a mezzo stampa il presidente di Confcommercio della Provincia di Rimini Gianni Indino ha attaccato il Governo per le misure entrate in vigore oggi.

“I pubblici esercizi volevano solo poter lavorare e hanno investito per adeguarsi ai protocolli, ma il governo ha fatto un’altra scelta. Dopo questa ennesima mazzata aspettiamo al varco lo Stato con i ristori promessi, che devono essere congrui e veloci. Chiusure e campagna mediatica terrorizzante affossano anche il commercio. Non è più tollerabile che vengano demandate ad un gruppo di scienziati, seppur autorevolissimo, decisioni politiche i cui riflessi impattano sul futuro del Paese: competenze, sensibilità e soprattutto responsabilità sono e rimangono della politica”.

“Il governo ha fatto la sua scelta. Ha scelto di chiuderci ancora una volta, perché decidere di fermare l’attività dei pubblici esercizi alle ore 18 – spiega il presidente di Confcommercio della provincia di Rimini, Gianni Indino – equivale a tutti gli effetti ad una nuova chiusura per la maggior parte di essi. Avevamo già chiesto con forza i ristori durante l’incontro dei giorni scorsi con il premier Conte. Li avevamo chiesti perché le piccole imprese del settore, che hanno dietro persone e famiglie, già non avevano più la forza di sostenersi senza aiuti. Ora che a maggior ragione rischiano di non sopravvivere a questa ennesima mazzata, aspettiamo al varco lo Stato con i ristori promessi questa volta anche in diretta tv. Dovranno esserci indennizzi a fondo perduto proporzionati alle perdite subite, crediti d’imposta per le locazioni commerciali e gli affitti d’azienda, ma anche nuove moratorie fiscali e creditizie, il prolungamento degli ammortizzatori sociali e altri provvedimenti di sostegno sulla tassazione locale. E tutto deve essere erogato in fretta, già ora. E questa volta deve essere congruo alle gravi perdite delle imprese del settore.

Siamo arrivati a questo punto, purtroppo. Ma non erano sgravi e sussidi che volevamo.  Volevamo continuare a rimboccarci le maniche e a lavorare. Non comprendiamo davvero la ratio di questo provvedimento, con locali che a un determinato orario sono in regola e poi non più. Con questo Dpcm si va a colpire nuovamente il settore dei pubblici esercizi che nella stragrande maggioranza dei casi stava dimostrando molta responsabilità nel rispettare rigorosamente i protocolli sanitari imposti e che per farlo ha investito tanto denaro, oltre a rivoluzionare il proprio modo di lavorare. Una situazione che suona come una condanna a morte per migliaia di imprese. Ora basta! Non si possono far ricadere le responsabilità del ritorno dell’epidemia sul nostro comparto e se ci sono state imprese che non hanno rispettato gli obblighi, andavano controllate, sanzionate ed eventualmente chiuse.

Così si manda in malora un settore intero su cui, sarebbe bene ricordarlo, si poggia una parte importante del nostro Paese. Sono altri i fattori che hanno purtroppo causato una nuova emergenza, basta guardare la situazione in cui verte il trasporto pubblico, ma si è fatto finta di non vedere. Ancora una volta i soli responsabili sembriamo noi e pochi altri. Per mandare avanti alcuni comparti da sempre sostenuti si sacrificano sull’altare della pandemia le micro e piccole imprese: non è questo che serve al Paese e anzi, così si apre una pericolosa crepa nel tessuto sociale. I lavori hanno pari dignità, così come i lavoratori: va tenuto bene in mente quando si parla di cassa integrazione, perché troppi ancora hanno visto solo una parte di ciò di cui avevano diritto.

Se poi ai provvedimenti di legge aggiungiamo una campagna mediatica terrorizzante e sensazionalistica che impatta sull’opinione pubblica svuotando le strade e facendo contrarre fiducia e consumi, si capisce come insieme alle imprese colpite direttamente come quelle dei servizi, stiano affondando anche altri comparti, in primis il commercio. Non ci possiamo permettere di andare avanti ancora così. La misura è colma. E’ ora che la politica si riappropri della guida della nazione e che torni a dettare l’agenda del Paese. Non è più tollerabile che vengano demandate ad un gruppo di scienziati, seppur autorevolissimo, decisioni politiche i cui riflessi impattano sul futuro del Paese non solo da un punto di vista sanitario. Ai virologi si lasci fare il proprio lavoro che è già incredibilmente difficile: cercare una soluzione scientifica, una cura, un vaccino per questo virus. I medici possono aiutare ad avere un quadro della situazione, certo, ma competenze, sensibilità e soprattutto responsabilità sono e rimangono della politica. La pandemia va gestita con attenzione sicuramente alla salute, ma anche riscontrando le aspettative e le esigenze del settore che il governo conosce perfettamente perché Fipe le ha trasferite nelle varie occasioni di confronto istituzionale”.

Scroll Up