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ONFERNO, CHE MERITA IL PARCO DANTESCO

Dante Alighieri nel suo peregrinare per l’Italia ha più volte attraversato e sostato sui nostri territori. A testimoniarlo, con dovizia di particolari, il libro di Angelo Chiaretti “Dante Alighieri primo turista in Romagna” – (Editrice Pliniana 2013).

Dante sarebbe stato quindi l’antesignano del turista amante della Romagna e di quel modo di fare turismo che poi negli anni ha prodotto successo e prosperità. Si legge nel libro di Chiaretti: «Una brigata godereccia e spendereccia di giovani fiorentini benestanti ed acculturati decide di sciamare periodicamente in Romagna attraverso passi appenninici attratta da quel che resta dell’antica Roma (Romagna=Romania=Piccola Roma), ma anche dal binomio amore-gastronomia, da sempre celebre nelle nostre terre… Uno di loro, dante Alighieri, ne resta così folgorato da proiettarsi completamente nello spirito romagnolo, dicendo di sé Florentinus natione non morbus (fiorentino di nascita ma non di costumi».

Oggi Dante Alighieri ha nel professor Angelo Chiaretti un cultore ed un estimatore d’eccezione che nel nome, e nelle vesti, del sommo poeta richiama turisti da ogni parte del mondo. Il professor Chiaretti offre testimonianze e suggestioni sul legame fra Dante e le nostre terre, ed in particolare le Grotte ipogee di “Inferno”, nel comune di Gemmano.

Racconta infatti Chiaretti che «nel 1810 la località di Inferno in Gemmano viene ribattezzata Onferno dal Vescovo Gualfardo di Rimini che non voleva avere nella propria Diocesi una località che rimandasse al terribile luogo infernale». In effetti la tradizione spiega che Dante si sia ispirato a queste grotte carsiche per costruire il progetto di una parte della suo Primo Canto dell’Inferno, che non a caso dedicò ad Uguccione della Faggiola, il celebre condottiero, romagnolo e  ghibellino, in cui Dante per un certo periodo confidò, tanto che secondo alcuni sarebbe lui il misterioso “Veltro”.

Dante – racconta sempre il Professor Chiaretti – avrebbe consegnato il manoscritto dell’Inferno a frate Ilario del Corvo, che lo portò a Monte Cerignone, allora castello di Uguccione. Fra l’altro, proprio in quei luoghi ha vissuto Umberto Eco.

Le Grotte di Onferno sono quindi straordinariamente dantesche in quanto «percorrendole dall’alto al basso – sono sempre parole di Chiaretti – si può respirare la celebre massima dantesca “lasciate ogni speranza voi che entrate”», poi si scende e si incontra il trono di Minosse, il vento in faccia che sale dal basso che ricorda il vento del lussuriosi, e quindi Paolo e Francesca; poi le arpie del Canto tredicesimo, le viscere sanguinanti di Maometto, il cranio del Conte Ugolino che viene eroso dall’Arcivescovo Ruggieri nella ghiaccia infernale, infine le ali di Lucifero che sul fondo delle grotte con migliaia e migliaia di pipistrelli si porge ai visitatori invitandoli ad uscire “a riveder le stelle”.

Le grotte di Onferno hanno avuto in arte un riscontro documentario in opere antichissime. Pensiamo agli affreschi di Montefiore Conca dipinti da Giovanni Santi, il padre di Raffaello Sanzio, che rappresenta la montagna di Onferno, dalla parte destra sanguinante e antropomorfa, per descrivere l’ingresso nell’Inferno e nella parte sinistra invece verdeggiante e lussureggiante come la “divina foresta spessa e viva” del Purgatorio, per rappresentare la via verso il Paradiso.

«Mi sono divertito a contare i passi – rivela il professore – dalle grotte di “Inferno” al castello di Monte Cerignone, dove esiste la statua di Uguccione della Faggiola, e in effetti sono gli stessi 40 mila passi che separano la città di Gerusalemme dall’ingresso dell’Inferno, come diceva Dante».

Non possiamo poi dimenticare la presenza di Dante sulle nostre terre all’indomani del 1302. Egli in quell’anno venne condannato a morte in contumacia e si salvò in Casentino presso i Conti Guidi, potenti ghibellini romagnoli, per poi vagare da esule per l’Italia e finire i suoi giorni di nuovo in Romagna.

Romagna che, conservandone anche le spoglie a Ravenna, a buon titolo può essere considerata la seconda patria dell’Alighieri. Estimatore di Guido da Montefeltro (trionfatore nel “sanguinoso mucchio” di Forlì), ospite fino alla morte dei Da Polenta di Ravenna (la famiglia di Francesca “da Rimini”), nemico giurato dei Malatesta (guelfi di primo piano, il cui patriarca Malatesta I detto il “Mastino” contribuì in prima persona, ancorché ottuagenario, alla disfatta dei Ghibellini e dei fuorusciti fiorentini “Bianchi” nel Casentino), Dante nella Divina Commedia dimostra di conoscere a menadito luoghi e vicende di casa nostra: il vento di Focara, il Mastin Vecchio e il Nuovo da Verucchio, il “tradimento di un tiranno fello” (Malatestino “dall’Occhio”) consumato “presso la Cattolica” sui notabili di Fano, il Conte Guido di Carpegna e gli altri “cavalieri cortesi” di Bertinoro. Fino allo stesso Guido da Montefeltro, che chiede, e gli viene risposto, la situazione politica della Romagna città per città quale era nel 1300. Per non dire del verso in assoluto più celebre della Commedia, il 103 del V Canto dell’Inferno: “amor c’a nulla amato amar perdona”, dove si racconta, senza mai nominare i protagonisti, della tragedia di Paolo e Francesca; episodio svelato per la prima volta in assoluto proprio da Dante.

Andando per la valle del fiume Conca verso Carpegna (Mons Maius, Mons Olympus)  , si deve passare per queste incredibili grotte ipogee dalle quali in estate possono uscire veri fiumi di vapore, a causa della condensa che si crea all’interno. Insieme alla suggestione del luogo, una vallata brulla e profonda, semi nascosta dalle alture circostanti, questi fenomeni hanno fatto facilmente pensare ai fuochi dell’inferno, come testimonia lo stesso nome del luogo, “Castrum Inferni”, attestato almeno dal  1231. E ancora di più lo avrà pensato chi si è infilato in queste grotte, e al lume della torcia ha costruito il suo mondo ultraterreno, come Dante molto probabilmente ha fatto.

Dai miei colloqui con il professor Chiaretti, dal fascino dei suoi racconti e delle sue suggestioni, ho preso spunto nel 2013, all’inizio del mio mandato di Sindaco del piccolo paese di Gemmano, per fare la proposta di realizzazione di un Parco letterario dedicato a Dante e alla Divina Commedia.

Un vero e proprio parco tematico alternativo, che si sviluppa sul territorio di Gemmano, dalle Grotte di Onferno, l’Inferno, per arrivare, percorrendo i sentieri della Riserva Naturale, al Purgatorio, che si colloca nella chiesa sconsacrata di Farneto, per poi attraversando le campagne approdare in Paradiso, raffigurato nella piazza del centro storico di Gemmano, conosciuta anche come “balcone dell’Adriatico”.

Nel 2013 le Grotte erano ancora chiuse al pubblico per problemi strutturali interni. Oggi quei problemi sono stati risolti, tanto che le Grotte da diversi mesi sono aperte al pubblico e affollate di turisti. Qualche settimana fa una scolaresca del bolognese ha svolto nella grotta una lezione con recita dantesca molto bella e suggestiva. Chissà che non sia stata l’anteprima del parco letterario “Divina Gemma”.

Riziero Santi

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