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“Orecchini? Solo di perle”: precarie di Rimini fra dress code, discriminazioni e sfruttamento

Retribuzione più bassa, discriminazioni che sfociano nelle molestie e anche ricatti contrattuali. Lavoro in somministrazione non fa rima con diritti, pari opportunità e parità di genere in provincia di Rimini. E le cose non vanno molto diversamente nei territori di Ravenna e di Reggio-Emilia.

A fotografare una situazione “molto preoccupante” è un’indagine affidata dalla Nidil-Cgil e dalle consigliere di pari opportunità delle tre province all’Università di Urbino e a Ires Emilia-Romagna. E a essere particolarmente vessate sarebbero, guarda caso, le donne. Sugli ex interinali, cui si affida in particolare le metalmeccanica e la grande manifattura in generale, oltre ai servizi, illustra la prima parte della ricerca alla stampa la segretaria generale della Nidil-Cgil di Rimini, Alessandra Gori, “non c’è letteratura” e le pieghe di regolamenti e leggi nascondono ampie zone grigie.

Dall’indagine che ha coinvolto per ora 400 persone, sottolinea, emerge da un lato che “la somministrazione è uno strumento di precarietà delle aziende per avere personale qualificato just time”, che “tocca più le donne” e indirizza verso una “flessibilità estrema”. Dall’altro lato una grande mole di disparità di trattamento e discriminazioni, sulla retribuzione, sui ritmi di lavoro “più intensi”, su mancati rinnovi per maternità, anziani o disabili a carico, sul tempo indeterminato o per permessi di lavori chiesti per sostenere concorsi pubblici. Più nel dettaglio dei dati entra la consigliera provinciale delle Pari opportunità Adriana Ventura, che sta seguendo in particolare due casi di molestie su donne. E avverte su nuove tendenze quali il “dress code” richiesto da alcune aziende, che per esempio prescrvono la lunghezza delle basette per gli uomini e il tipo di orecchini per le donne: c’è anche una catena commerciale che li ammette solo di perle.

Tra le tendenze “sconcertanti” che balzano agli occhi la richiesta a metà delle donne da parte delle agenzie di informazioni sulla condizioni familiari e sulla fertilità; al 42% sulle prospettive di carriera, per gli uomini si scende al 23%; ad oltre l’80% di flessibilità e lavori straordinari, circa il 30% poi dichiara di avere subito violenze, molestie, ricatti o discriminazioni.

Dati alla mano, a Rimini si stimano per il 2020 1.456 lavoratori in somministrazione, di cui il 38,5% donne, a Reggio Emilia 9.932, il 39,7% donne, e 3.208 a Ravenna, il 29,6% donne. Con un calo registrato del lavoro in somministrazione rispettivamente del 13,4%, si sale a 13,7% per le donne, del 9,2% a Reggio Emilia, 3,3% per le donne, e del 12,9% a Ravenna, 13,3% per le donne.

Sul fronte del part-time, prosegue, quasi il 60% per le donne nel riminese sono in sommistrazione, 43% gli uomini; per Ravenna il 51,2% a fronte del 15,4% maschile, a Reggio Emilia il 40,9% a fronte del 15,2%. Ancora: un contratto di somministrazione “solo raramente porta a un contratto stabile e, nel caso, è più probabile che accada se il lavoratore è maschio”. A Rimini avviene circa nel 12% dei casi, 9,6% per le donne; a Ravenna nel 14,7%, il 14,1% per le donne; a Reggio Emilia rispettivamente 14,7% e 13,1%. La retribuzione media annua lorda risulta inferiore di oltre il 60%, anche per una retribuzione lorda giornaliera più bassa del 13,8%.

Più precisamente a Rimini le donne in somministrazione, rispetto agli uomini lavorano il 20% delle giornate in meno, hanno una retribuzione lorda annua del 27,8% in meno e una retribuzione giornaliera del 9,1% in meno. A Reggio Emilia lavorano il 17,7% delle giornate in meno, hanno una retribuzione lorda annua del 29,9% in meno e una retribuzione giornaliera del 14,4% in meno; a Ravenna le percentuali negatie sono rispettivamente del 24,6%, del 33,4% e del l’11,7%.

Oltre il 60% degli uomini e il 63% delle donne lavora in somministrazione per impossibilità di trovare un lavoro alle dipendenze della impresa utilizzatrice. Mentre il 26% degli uomini e il 21% delle donne vede nel lavoro in somministrazione una opportunità di accesso al mercato del lavoro. “Raramente” ai lavoratori in somministrazione viene proposta la stabilizzazione e “ancor più raramente” alle donne: 22% e 13% delle donne.

Insomma, tirano le somme sindacalista e consigliera, il divario di genere “necessità interventi” perché la condizione femminile troppe volte si associa a “esclusione dai diritti”. Una mano la potrà sara la legge 162 che prevede la parità salariale, un aumento dello spettro delle ipotesi di discriminazione e maggiore trasparenza da parte delle aziende. E proprio le imprese, così come le agenzie di somministrazone, vengono richiamate a un “atto di responsabilità”. Occorre inoltre capire, concludono, quanto influiscono maternità e congedi parentali sul mantenimento del contratto. “Il diritto non è neutro e siamo molto preoccupate perché si toglie alle donne la possibilità di essere autonome”.

Qui tutti i dati nel testo integrale dell’indagine

(Agenzia DIRE)

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