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Quando Paolo Arata era commissario contro la mucillagine

Esattamente trent’anni fa ho conosciuto Paolo Arata, nominato Commissario per l’Alto Adriatico per combattere la mucillagine del 1989. Oggi Arata sale agli onori delle cronache per la vicenda dell’eolico e del coinvolgimento, secondo l’ipotesi di reato, del Sottosegretario della Lega Armando Siri.

Il 1989 fu un anno terribile. Mi trovavo allora a svolgere il ruolo di Assessore Regionale al Turismo e al Commercio, dopo quasi sette anni di Assessorato all’Ambiente e alla Difesa del Suolo. Cito questo percorso perché il compianto Luciano Guerzoni, arrivato nel 1987 alla Presidenza dell’Emilia-Romagna, conoscendo i drammatici problemi del mare Adriatico di quegli anni, mi volle in un ruolo più vicino all’economia turistica. Negli anni precedenti avevo lavorato a fondo sul problema dell’eutrofizzazione del mare, con risultati che oggi credo siano riscontrabili.

Ai primi di luglio dell’89, un fenomeno apparentemente nuovo sconvolse l’economia turistica e della pesca nel tratto di mare dal Friuli-Venezia Giulia alle Marche. Dico “apparentemente” perché poi la ricerca storica trovò precedenti risalenti addirittura al XVIII secolo, in epoca pre-industriale. Dico “nuovo” perché la memoria recente non segnalava nulla di simile a quello strato di gelatina marrone, formata da polisaccaridi, che improvvisamente coprì l’Adriatico da Trieste a Pescara.

Tutt’altra cosa era il fenomeno eutrofico che aveva colpito periodicamente il mare negli anni precedenti, frutto di apporti di sostanze concimanti provenienti dalle attività antropiche nella valle del Po. Tutti ricorderanno la legge che eliminò il fosforo dai detersivi domestici (17 anni prima dell’Unione Europea!) o l’avviamento della depurazione di città come Milano e Torino o il rinnovo dei depuratori delle città costiere (fra cui Rimini S.Giustina) con un investimento di 2600 miliardi di lire stanziati dal Governo Craxi. Quel fenomeno era stato studiato e si era capito che poteva essere governato attaccando il “fattore limitante”, cioè il fosforo.

La mucillagine era invece sconosciuta. A testimoniare lo sconcerto di quei giorni, resta il Bollettino Daphne dell’8 luglio che recitava: ”Il Mare Adriatico è oggi oggettivamente impraticabile per la balneazione”.

Il Ministro per l’Ambiente Giolitti chiese consigli all’ICRAM, l’istituto di ricerche sul mare, allora presieduto da un giovanissimo Paolo Arata. L’unica idea che saltò fuori fu quella delle “panne” galleggianti, una tecnologia usata per il contenimento degli sversamenti in mare di petrolio. Furono stanziati 40 miliardi di lire per costruire alcuni prototipi lungo le coste, Rimini compresa.

Era però una tecnologia inadatta alle mucillagini che salgono dal fondo e solo dopo la risalita galleggiano in superfice. Le “panne” fermavano la schiuma galleggiante mentre l’altra saliva sulla colonna d’acqua anche al di là della barriera.

Nonostante questi dubbi accettammo la sperimentazione soltanto per avere qualcosa da raccontare agli operatori turistici d’Europa. Forse va ricordato che la vicenda delle mucillagini ci fece perdere quasi il 50% del mercato estero.

Paolo Arata, devo dire, fu molto disponibile e insieme organizzammo conferenze stampa nelle principali fiere turistiche dei primi mesi del 1990. Credo però che più efficace sia stata la ”sincerità” del Bollettino Daphne dell’8 luglio perché fummo creduti quando, pochi giorni dopo, grazie ad una potente mareggiata, fu possibile dire a tutta l’Europa che il mare era tornato libero.

Naturalmente fu apprestata anche una risposta strutturale al problema grazie alla legge Carraro-Vizzini che finanziò interventi sulle strutture ricettive e di qualificazione del territorio. Una strategia che fu messa a punto nella conferenza Regionale sul Turismo del dicembre ’89 nella quale la Regione lanciò l’obiettivo della “destagionalizzazione”.

Giuseppe Chicchi

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