Forse non tutti sanno che, in determinate ricorrenze, le statue della nostra città prendono vita e, scese dai loro piedistalli, se ne vanno in libera uscita. A Giulio Cesare è capitato così spesso che, nel dopoguerra, per tenerlo fermo, l’hanno dovuto sotterrare due volte. Non parliamo di quella scostumata della Vittoria di Piazza Ferrari che, in occasione del suo Anniversario, si fece trovare all’alba (per anni e anni prima della copertura!) china sul parapetto della Casa del Chirurgo, fingendo di ammirare il mosaico d’Orfeo… E vengo al dunque.
L’altro giorno, passando in bicicletta alle sette del mattino per la via Destra del Porto e accertato che il piedistallo di Giuseppe Giulietti era vuoto, mi sono ricordato, in un lampo, dell’anniversario della sua nascita (21 maggio 1879). Colto da una felice intuizione, mi sono allora diretto verso la punta del molo. Qui, manco a dirlo, ho trovato il Comandante seduto tranquillamente sugli scalini del Faro, folta capigliatura al vento, baffo alla Clark Gable, occhi scintillanti e fiocco nero repubblicano al collo. Ed ecco l’intervista.
Capitan Giulietti, il Dizionario degli Italiani della Treccani le ha dedicato ben tre pagine. Lei, come si definirebbe, invece, in poche parole?
Un “purtlot de borg d’mareina”, che divenuto, da mozzo, capitano, riuscì a dare unità e dignità alla Gente del Mare.
Comandante, com’era, ai primi del novecento, la vita nei porti e sulle navi?
Un inferno, a causa del lavoro precario, la mancanza di assistenza e previdenza, lo sfruttamento della mano d’opera da parte di sensali senza scrupoli, che reclutavano i marinai nelle osterie per pochi soldi approfittando di una offerta sempre superiore alla richiesta e della miseria nera delle famiglie. Quelle, come la mia, di pescatori, che per riscaldarsi d’inverno andavano a “batecchi” sulla spiaggia…
Come nacque la Federazione Lavoratori del Mare, da Lei fondata?
Dopo aver studiato all’Istituto Nautico di Rimini, grazie ai sacrifici dei miei genitori, iniziai da Genova la mia carriera imbarcandomi su numerosi velieri e piroscafi. Nel 1907, a ventotto anni, ero stato già proposto come Comandante del Transatlantico Umberto I. Agli armatori, però, non era andato a genio un mio libretto, pubblicato e diffuso soprattutto tra la marineria, molto polemico circa le miserevoli condizioni della categoria…
E gliela fecero pagare ostacolando la sua nomina!
Proprio così. Fu a questo punto che maturai la mia decisione. Quella di “sbarcare” a Genova per restarci e dedicarmi corpo ed anima alla lotta per i diritti della gente di mare…
Eliminando, tanto per cominciare, lo spirito di casta tra ufficiali ed equipaggio…
Sì, e per questo venni preso pure per i fondelli dai vecchi sindacalisti che mi consideravano un ingenuo. Ma si sbagliavano. Per vincere bisognava essere uniti, “dal Comandante al mozzo”. E questo fu appunto il motto della “Federazione Italiana Lavoratori del Mare” che costituii nel 1909. I risultati si videro subito quando organizzai, tre anni dopo, il “fermo” nei porti di tutte le navi mercantili Italiane per ottenere le Pensioni Marinare. Roba da galera (e per un po’ mi ci misero pure) perché lo sciopero allora, anche se sacrosanto, non era ancora un diritto… Seguirono l’istituzione di regolari Uffici di collocamento presso le Capitanerie di Porto, le leggi sull’indennità di disoccupazione, il divieto per i minori di quattordici anni di far parte dell’equipaggio, il controllo delle condizioni igieniche e sanitarie della navi… Riuscii a realizzare infine il mio più grande sogno: l’autogestione delle navi da parte degli stessi lavoratori, attraverso la Cooperativa Garibaldi, fatto che destò l’entusiasmo di tutte le marinerie europee che cercarono, poi, di imitare il nostro modello.
Allo scoppio della Grande Guerra, la Federazione dei Lavoratori del Mare da Lei presieduta era diventata una potenza…
Vero. Tanto che mi dichiarai disposto a costituire, come scrissi al Ministro della Marina, “una forte e numerosa legione di marinai”.
Socialista e, nello stesso tempo, interventista?
Le due cose, nell’Italia di allora pervasa dalle teorie “violente” di Sorel e Labriola dalle quali, è bene ricordarlo, nacquero sia il sindacalismo rivoluzionario che il fascismo, non erano affatto inconciliabili. Eravamo, è vero, per la rivoluzione! Però c’era anche la necessità di lottare per l’indipendenza dei popoli minacciata dalla prepotenza austro-germanica… E così mi arruolai come Ufficiale nella Regia Marina Italiana. E poi le ricordo che fui eletto deputato in liste socialiste e repubblicane, ma sempre come indipendente…

Comandante, mi parli dell’Impresa di Fiume e di quando Lei, come se niente fosse, dirottò due navi cariche di armi per rifornire Gabriele D’Annunzio…
Fiume fu il simbolo della nostra dignità nazionale e internazionale, calpestata dalle Grandi Potenze… Il Governo condannò ufficialmente l’impresa del Poeta che però, sottobanco, non ostacolava. Il dirottamento delle navi fa parte di un discorso molto più complesso. Avevo convinto Gabriele a unire i suoi legionari libertari ai socialisti di Niccolò Bombacci, agli anarchici di Errico Malatesta (un riminese purosangue come me) e agli studenti universitari che accorrevano a Fiume da tutte le parti come ai tempi di Garibaldi, per marciare da lì su Roma e fare finalmente la Repubblica di Mazzini…
Però vi siete fatti fregare da un ex socialista, che la marcia su Roma la fece lui, due anni dopo, con l’appoggio dei conservatori…
Col senno di poi non poteva che finire così. Menotti Serrati, il Direttore dell’Avanti si mise di traverso e poi molti temevano che l’alleanza di D’Annunzio con gli anarchici e i socialisti provocasse la reazione dell’Esercito.
E Lei finì col pagare di persona diventando un personaggio scomodo sia per i socialisti che per i fascisti. E una volta al potere Mussolini la sbattè al confino in Sardegna… E pensare che a suo tempo lo aveva difeso quando fu espulso dai socialisti! E che mi dice di quando i ‘compagni’ l’accusarono, nel ’45, di connivenza col fascismo?
Dico che mi fu rinfacciato il fatto di ricevere un sussidio e che Mussolini di sua iniziativa mi mandava al confino per non farmi morire di fame… e che fui pienamente assolto dopo 4 mesi di reclusione. Nel 1948 fui eletto deputato tra i repubblicani… E poi dopo cinque anni… la campana suonò anche per me…
Mi accorgo, a questo punto, che il viso del Comandante si sta facendo sempre più diafano e trasparente. Il tempo concessogli sta evidentemente per scadere. Un attimo dopo è scomparso. Rimonto in sella, percorrendo a tutta birra i quattrocento metri che separano la “palata” dal monumento e…
Eccolo là, il nostro Capitano. Tra le sue mani, le catene della schiavitù della gente del mare, da Lui spezzate. Le iscrizioni, ai quattro lati del monumento, mi saltano addosso con vivacità e freschezza inaspettate, alla faccia delle ideologie con le quali tentiamo sempre ed invano, di impacchettare la Grande Storia.
–Al Capitano Giuseppe Giulietti, la Marineria Italiana. (1962)
-Marinaro-da Rimini-redense gli schiavi del Mare.
-Dal Comandante al Mozzo.
-Viribus Unitis.
Da aggiungere, forse, in caratteri piccoli :
“Scomodo e dimenticato”.
Giuliano Bonizzato