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Parte da Santarcangelo “La Luna”: progetto di inclusione sociale e lavorativa per giovani disabili

Taglio del nastro nella mattina di venerdì 20 settembre per “La Luna”, un nuovo e inedito servizio educativo territoriale che nasce dalla collaborazione tra i Comuni del Distretto socio sanitario di Rimini nord e la Cooperativa Sociale La Fraternità, in partnership con l’associazione comunità Papa Giovanni XXIII e l’associazione Men On the MOON.

Il nuovo servizio si rivolge allo sviluppo del progetto di vita di alcuni giovani ragazzi e ragazze con disabilità: una sfida che coinvolge famiglie, aziende, assistenti sociali, AUSL, amministrazioni locali, scuole e associazioni. Dare la possibilità a ragazzi e ragazze con disabilità di inserirsi nel tessuto locale attraverso il coinvolgimento delle reti informali, dei negozianti, degli artigiani. Un progetto di vita vero, nella città, tra la gente, e non in stanze chiuse e dedicate, isolati dal resto della città. Sono otto i giovani del territorio che partiranno inizialmente con questa sperimentazione, grazie a un investimento di 40.000 euro. C’è chi imparerà a rammendare e cucire capi dalle nostre sarte, chi si cimenterà con il taglio di capelli da barbieri e parrucchiere, ognuno con una esperienza diversa accomunata dall’essere non più in istituti separati da tutto ma, finalmente, dentro la città, insieme alla gente, nel lavoro e nelle relazioni di tutti giorni.

Il nuovo servizio ha sede a Santarcangelo di Romagna, in via Sancisi 4, ma è aperto a tutti i cittadini residenti nei Comuni compresi nel territorio di Rimini nord. In loro rappresentanza erano presenti questa mattina il presidente del distretto socio sanitario di Rimini nord, il Vicesindaco di Rimini Gloria Lisi, il Sindaco di Santarcangelo di Romagna Alice Parma insieme all’assessore ai servizi sociali Danilo Rinaldi.

 “Come il primo passo sulla lunahanno commentato Gloria Lisi ed Alice Parmaanche quello di questa mattina a Santarcangelo è stato un grande passo, se non per l’umanità sicuramente per la nostra comunità. Fare entrare i nostri ragazzi nelle relazioni vive delle città, dei paesi, dei quartieri non significa solo favorire la domiciliarietà, ma soprattutto fare incontrare i ragazzi con le botteghe, con gli artigiani, con chi può insegnare loro un lavoro, un’attività che poi può diventare per loro qualcosa di più che un semplice passatempo. Una sperimentazione che è frutto della collaborazione tra pubblico e associazionismo, che seguiremo da vicino per migliorarla e, questa è la nostra speranza, farla crescere e allargarla”.

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