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Che peccato, Rimini regina dei congressi si è persa quello Mondiale delle Famiglie

Il famigerato Congresso Mondiale delle Famiglie ha almeno un lato positivo: non si svolge a Rimini. Fortunatamente la Grande Armée del generale Pillon ha scelto di acquartierarsi a Verona. Città con tante belle cose, dall’Arena al pandoro passando, ovviamente, per Catullo e Romeo e Giulietta, ma anche con qualcuna brutta o bruttissima: da Ordine nuovo al gruppo neonazista Ludwig, dall’organizzazione neofascista Rosa dei venti ai tifosi del Verona che impiccarono un manichino nero per protestare contro l’acquisto di un giocatore di colore, dalle Pasque veronesi, riti cattolico-integralisti, ai pestaggi omicidi di ragazzi di sinistra, e non dimentichiamo il lugubre processo di Verona con cui Mussolini nel 1944 si vendicò del «generissimo» Galeazzo Ciano e dei gerarchi che l’avevano sfiduciato il 25 luglio ‘43.

Oddio, a conti fatti le specialità veronesi brutte superano le belle, almeno negli ultimi cento anni; il risultato è che, oggi come oggi, organizzare a Verona un congresso omofobo e oscurantista è come organizzarne uno sul Gorgonzola a Gorgonzola e uno sul Parmareggio a Parma e Reggio Emilia: quasi una tautologia.

La nostra Rimini è già sede del Meeting di Cl, delle assise massoniche e ultimamente della kermesse attuale del MoVimento 5 Stelle, ma non è per la sua sovraesposizione congressuale che non è stata presa in considerazione dagli agit-prop del sesso a soli fini procreativi.

Dev’essere (o almeno mi piace pensarlo) per la sua vocazione godereccia ed epicurea che ben poco si addice al bacchettonismo di Pillon e compagni. Chi fra loro non sa, non può, non vuole risalire ai riccionesi “Occhiali d’oro” di Giorgio Bassani, ha pur ben presente il naturismo alla Woodsock della Bassona di Ravenna. Se anche mai sfiorerebbe Pier Vittorio Tondelli, ne sa quanto basta del genius loci, quel Fellini della “Sconcia vita”, come ebbe a sancire l’Osservatore Romano. Non a Verona, ma nella vicina Padova, nella Basilica di Sant’Antonio, dopo l’uscita della Dolce vita campeggiava la scritta “Preghiamo per il peccatore Fellini”.

La Riviera ha una vocazione aperta e inclusiva, qui c’è posto per tutti, dalle tante «famiglie tradizionali» che dagli anni Cinquanta l’hanno scelta come meta per le proprie vacanze alle altrettanto numerose coppie creative (i cui componenti quasi sempre hanno alle spalle una famiglia tradizionale, felicemente ignara, a parecchi chilometri di distanza) che affollano certi discretissimi club e motel dell’entroterra. Sotto il profilo arcobaleno abbiamo il Rimini Pride ma ci sono ampi margini di miglioramento.

D’altra parte «tradizionale» è una parola che fa battere il cuore a ogni riminese doc, ma più quando è applicata alla cucina che alla famiglia. Per quanto riguarda il mangiare siamo più tradizionalisti e integralisti di Massimo Gandolfini rispetto alla sessualità, e restiamo fermamente convinti che il veganesimo sia una malattia che si può curare – anzi, si deve, perché mina la cellula fondamentale della società, ossia il cappelletto in brodo.

A volte il tradizionalismo in cucina si intreccia con il conservatorismo pilloniano: la donna deve stare a casa a fare le tagliatelle, no alla sfoglia surrogata e al mattarello eterologo, e se la moglie non riesce a soddisfare ogni giorno certi appetiti, ogni tanto una crespella mercenaria in qualche trattoria in collina è un peccato veniale.

In questo senso lo chef Valerio Braschi – santarcangiolese cresciuto nella tradizione ma aperto alla fusion e a ingredienti esotici – per il gusto romagnolo è trasgressivo quanto Luxuria.

Ecco, se un Pillon dei fornelli proporrà un Congresso delle Cucine Molto, ma Molto Tradizionali, Rimini è la sede ideale. Già mi immagino le proteste degli attivisti salutisti che diffondono orribili fegati in gomma per mostrare come si riducono le viscere di chi mangia troppa piada col prosciutto.

Lia Celi

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