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Per potersi dire o no riminesi ci vuole il test di Bonizzato

Giuliano Bonizzato: “Il sorriso della motociclista. Cronache di Rimini e della Romagna” – Il Ponte Vecchio.

“Quando l’Italia era quasi fatta e mancavano soltanto gli Italiani, in compenso c’erano i romagnoli, una razza doc, rivoluzionari e patriottica, rissosa e mazziniana distribuita su un territorio omogeneo, ben caratterizzato tra ‘Il Po il Monte, la Marina e il Reno’. Come da definizione del Sommo Padre Dante. Che di solito ci azzeccava”. Ma al momento dell’Unità d’Italia “così fregarono la Romagna” i Farini, i D’Azeglio, i Cavour, Vittorio Emanuele III: “’Quando il vino è troppo robusto l’oste lo mescola con l’acqua’, disse Luigi Carlo [Farini]. ‘Pensate a quanto son sempre stati tranquilli i Ducati di Modena, di Parma, di Piacenza, per non parlare delle legazioni Pontificie di Bologna e Ferrara. Non hanno mai dato fastidio a nessuno, sembravano sempre addormentati. Quando è successo del casino mazziniano o garibaldino che fosse, state certi che c’era sempre di mezzo un romagnolo …”. Incorporiamo dunque la Romagna all’Emilia. Commento finale di Bonizzato: “Già. Ci hanno fregato così”.

In questo nuovo, ed ennesimo libro, dell’avvocato Giuliano Bonizzato, una delle penne satiriche più caustiche e sardoniche di Rimini, l’Autore sceglie invece di non essere cattivo con nessuno (oddio, forse con l’amico Ferruccio Farina e la sua fisima per Francesca), non maltratta un politico, non cita una volta il Sindaco Andrea Gnassi. Insomma sembra voglia ricordare soltanto, in modo ironico, alcuni fatti della sua gioventù (le “terribili” battaglie fra quelli di Via Carso e quelli dell’Oratorio dei Salesiani di Piazza Tripoli, pardon di Piazza Marvelli), l’invasione dei goliardi bolognesi di San Marino, spigolature su Federico Fellini e il suo rapporto con Rimini, la nostalgia per la rassegna jazz a Rimini, ancora sulla saga dei vitelloni.

In mezzo però inserisce alcuni cammei splendidi: su cosa Lui intenda per “malatestiani”, cioè i riminesi doc, quelli di Città e della Marina (non tutta); sul significato dei “quattro Osta”; sui “Temi identitari”,

Sono “malatestiani” quelli che rispondono a circa 25 requisiti che Lui elenca. Fra questi scegliamo quelli che ci sembrano più caratterizzanti: “Sarà perché ad ogni iniziativa nasce subito un comitato contro”; “Sarà perché andiamo a Messa in un Tempio che faceva arrabbiare il Papa”; “Sarà perché prima o poi ci vediamo tutti sulla spiaggia in mutande”; “Sarà perché quando ci gira storto diamo la colpa al garbino”; “Sarà perché facciamo le pernacchie agli sburoni”; “Sarà perché ogni giorno passiamo sotto un Arco o sopra un Ponte romano”; “Sarà perché quando veniva Fellini gli domandavamo cosa facesse a Roma”; “Sarà per tutte queste cose insieme ma, fateci caso, succede tutto prima qui”.

“La parola ‘Osta’ assume da noi i significati più diversi a seconda del tono con cui viene pronunciata”. Bonizzato ne riepiloga quattro usi: “Osta!” semplice esclamazione di sincero stupore; “Osta, te!”, amichevole avvertimento a non montasi la testa, tipo quello inviato da Fellini a Zavoli quando divenne Presidente della Rai o quello di Titta Benzi a Fellini quando vinse l’Oscar; “Osta che …” che si accompagna volentieri a termini quali palle, dolore, male, patacata; “Osta, il …” che è la versione più riminese, “il vero marchio di fabbrica della malatestianità”, ironica, sarcastica, beffarda che “esprime tutta la nostra rimin’essenza dissacratoria”.

L’esempio che cita a questo proposito Bonizzato fa parte della storia riminese. A Rimini si sparse la voce che Fellini, per la prima in Città del suo film “E la nave va” sarebbe arrivato a bordo di un panfilo, a vele spiegate, accolto sul molo dalle autorità in pompa magna. “Dai borghi e dalla palata si levò un vero e proprio coro di “Osta, il paaanfiiilooo …”. “Naturalmente Federico dribblò abilmente la sburonesca esibizione portuale affermando che avrebbe accettato, ma a patto che sulla vela campeggiasse la scritta ‘Viva la f…’”. Non è difficile immaginare che “il malatestianissimo Regista abbia mugugnato, tra sé, pensando al Panfilo: ‘Osta, che patacata!”.

Sarebbe bello che qualche preside, pardon dirigente scolastico, suggerisse al Ministro della Pubblica Istruzione per Rimini questi possibili temi per la prova scritta d’italiano all’esame di maturità: “Analizzate i possibili effetti del garbino, della piadina con la rucola e del volo dei gabbiani sulla creatività dei riminesi”, oppure “Quelli di Marina e quelli di Città. Differenza tra birro e vitellone”, o ancora “Definizione di Felliniano, Fellinista, Fellinesco”. Ma Bonizzato ne suggerisce anche altri.

Bonizzato ha da ridire qualcosa anche ai membri dell’Accademia degli Invorniti di Forlì, preferendo di gran lunga l’appartenenza al Club Riminese dei Pataca. “Se pataca si può diventare, invorniti si nasce. Con la non lieve differenza che l’invornitaggine è incurabile, mentre la patacaggine si può manifestare anche saltuariamente”.  Dunque “il mio consiglio ai suddetti accademici sarebbe pertanto quello di riconoscersi non invorniti, che tanto, considerato lo spessore dei personaggi, non ci crede nessuno, ma (come da noi a Rimini) semplicemente e umilmente pataca”.

Infine, per motivi personali come si suol dire, non posso non citare dal pezzo “Rimini com’era dov’era” un ironico futuro per l’area dove c’è oggi il CEIS. “Basti dire che dopo il trasferimento dell’Asilo Svizzero nel Parco Marecchia, l’Anfiteatro è stato totalmente riedificato in falso antico seguendo l’esempio vincente del Teatro Galli e ospita ora, per tutto l’anno, corse delle bighe e finti combattimenti tra lottatori di wrestling travestiti da gladiatori”. E’ giusto ironizzare, ma purtroppo è una questione seria quella a cui Bonizzato accenna.

Paolo Zaghini

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