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Perchè rileggere “Il nome della Rosa”

Per molti bagnanti, ogni anno si pone il grande dilemma di quali libri portare sotto l’ombrellone in spiaggia. Esiste una diffusa opinione circa il tempo dell’ozio vacanziero, che non può essere in alcun modo turbato o appesantito da sovraccarichi neuronali. Per cui tra una spalmata di crema abbronzante e un tuffo in mare aperto, i libri che accompagnano il relax devono avere la stessa consistenza di un morbido materassino, la stessa sofficità delle piccole dune di sabbia del lungomare riminese.

Il disimpegno lavorativo non tollera impegno. Ma questo proviamo a relegarlo al mondo – come era una volta – prima del Covid. Se è vero che questo tempo pandemico ha sollecitato una colletiva riflessione sugli usi e costumi dei cittadini, non è vano sperare che sia mutato anche l’atteggiamento nei confronti di ciò che abominevolmente definiamo ‘tempo libero’. Tutto il tempo che abbiamo avuto in sorte è un tempo libero, perché a braccetto con il presente cammina sempre ‘l’adesso’. E se nel presente quotidiano si affastella una sequenza di istanti scanditi dagli orologi, nell’adesso si aprono gli sconfinati spazi dell’immaginazione, della fantasia, della visionarietà, del sogno, dell’utopia. Leggere è un gesto che sta sulla soglia tra questi due mondi: radicati nel presente – con il corpo assiso e un libro aperto tra le mani e allo stesso tempo in volo pindarico tra i cieli immensi della fantasticazione.

Fatta questa doverosa premessa, con quale libro recarsi in spiaggia in questo fine settimana di luglio? Io suggerirei di partire con un testo-mondo. Il nome della rosa, scritto da Umberto Eco nel 1980, avente un successo planetario incredibile. Tradotto in più di cinquanta paesi. Più di sessanta milioni di copie vendute. A dimostrazione che anche ad un best seller si addice la definizione di capolavoro.

Ne ho avuta testimonianza diretta della portata universale di questo testo immenso. Una quindicina di anni fa, mi trovavo nel deserto del Wadi Rum, la Valle della Luna nel sud della Giordania; un cielo che stava volgendo al crepuscolo; il silenzio assordante e solenne che si percepisce solo al cospetto di un immoto mare di sabbia. Quando – saltellando tra piccole dune di sabbia rossa – incontro un ragazzo canadese nato a Hong Kong che era assorto in una lettura. Dal volto scorgevo un’esaltazione muta. Gli stessi occhi di un bambino che assiste a uno spettacolo pirotecnico o ai gorgheggi volanti di un trapezista. Cosa stai leggendo, chiedo? The name of the rose, mi risponde. Il nome della rosa. Così ci sedemmo fianco a fianco a parlare – fino allo scolare della luce nell’imbuto della notte – di questa intrigante narrazione, scritta più di quarant’anni fa.

Cosa racconta questo romanzo storico, poliziesco, metafisico, antropologico, magico, realistico, avventuroso, allegorico, così profondamente umano? Racconta, appunto, dell’uomo e delle sue inquietudini di sempre. Racconta il subbuglio della memoria che si ostina a ricordare cosa sia stata la vita. Di cosa accade nella mente e nel cuore di un anziano monaco nel ripensare ai tempi della sua formazione e alla fortuna di avere incontrato nella sua gioventù un grande maestro, che inquisisce con i lumi dell’intelletto e con le intuizioni del sesto senso i delitti che si perpetuano all’interno di un’abbazia.

In questa prima opera letteraria, Umberto Eco si è concesso il lusso di attingere a tutta la sua erudizione. Di filosofo della medioevalità. Di semiotico della contemporaneità. Di studioso del tempo e di cultore degli spazi – in cui l’uomo si barcamena alla ricerca di un senso, dai primordi a oggi. Umberto Eco – nella sua lunghissima carriera – ha contribuito alla radicale metamorfosi della cultura novecentesca, facendo crollare le colonne di marmo che separavano il mondo iperuranio delle idee da quello paludoso della materia.

Scrivendo un saggio di pionerismo culturale: Fenomenologia di Mike Bongiorno. Criteri speculativi applicati alla banalità (dove per banale non si intende un giudizio di valore scadente ma semplicemente un fatto di costume sotto gli occhi di tutti, tali e quali sono state le trasmissioni di Mike Bongiorno). Umberto Eco ne Il nome della rosa si è divertito a tradurre la sua erudizione in un’affabulazione divertita e feroce. Componendo una narrazione fatta di saliscendi e di scatole cinesi per depistare, scudisciare, innervosire, intrigare, stupire, solleticare, impaurire, esaltare, sollecitare il lettore ‘ingenuo’ a trasformarsi pagina dopo pagina in un lettore ‘modello’, cioè in qualcuno/ a che gioca a nascondino con il testo, pieno di rimandi, invenzioni, intuizioni, tradizioni e tradimenti.

E tanta ironia: l’arte che rende leggero ogni fardello culturale. Questo libro è l’attraversamento di un labirinto attraverso il fiuto dell’analisi razionale e il cortocircuito dell’intuizione metafisica. Fino alla rivelazione finale. La catarsi dopo la tragedia. A partire dalla prima pagina, questo testo fantasmagorico dispensa pepite lessicali che stimolano l’immaginario del lettore. Espressioni come: “la luce inconversevole delle intelligenze angeliche” ci sospingono oltre il primo orizzonte, alla ricerca del mistero. Il nome della rosa indaga, infatti, il mistero della conoscenza; di segni che attendono decifrazioni; di sentimenti che permangono ingovernabili; della vertigine indotta dalla visione della bellezza; dell’ostinazione a cercare la verità; del mostruoso che alberga nell’umano; dei maestri che ci accompagnano fino alla morte; del disordine che prevale sull’ordine; della memoria che è fatta della stessa sostanza dell’uomo.

Di questo libro si trovano ancora le prime edizioni Bompiani, che in rete non superano i cinque euro di costo, e che ben si adattano a infiltrazioni di sabbia tra le pagine e a strisciate di crema sulla copertina morbida. E allora non mi resta che augurarvi una buona (e prima consigliata) lettura estiva.

Paolo Vachino

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