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Piazza Malatesta o dell’oblio: Protagonismo riminese o protagonismo individuale?

L’architetto Giulio Gherardo Starnini, ex consigliere comunale di Rimini, ci ha inviato una lettera di commento su Piazza Malatesta

“E’ vera o vana gloria quella raccolta con ogni mezzo a reti unificate sulle emittenti televisive italiane ed europee dal sindaco Gnassi e dalla nostra amministrazione in relazione ai lavori rivoluzionari svolti nella piazza Malatesta e in particolare nel castello felliniano?

Avendo la stessa amministrazione per volontà dello stesso sindaco instaurato una commissione di lavoro per portare avanti Rimini quale candidata a capitale della cultura italiana, la risposta a questa domanda non è rinviabile.

Quale riminese con radici familiari nei secoli passati, tantopiù discendente da diverse di quelle persone che hanno generato molti dei luoghi o dei richiami storici della città di Rimini, di cui si dovrebbe proporre la candidatura, nonchè come sostenitore della prima ora di quell’idea di teatro com’era e dov’era che ho contribuito con il mio voto in Consiglio Comunale ad approvare nel primo decennio del secolo, e che ha dato il via alla discussa riproposizione della piazza, non accettando per risposte serie ed adeguate alla discussione pubblica le improvvisate esternazioni di personaggi della cultura nazionale catapultati come Sgarbi o della politica come tanti scrittori faziosi del buon governo cittadino o della curia romana, vorrei far conoscere la mia opinione.

Poichè il castello insiste sulla piazza da seicento anni non da solo quale polarità della stessa, ma come gioiello architettonico di maggior rilevanza giunto dal passato con le sue fattezze originali e la sua storia, trovo concettualmente e culturalmente sbagliata l’idea che in quel luogo si sia fatto un sostanziale e formale cambio di destinazione e di semantica visiva. Se consideriamo poi i miei ripetuti inviti fatti ormai da decenni all’amministrazione per eliminare gli elementi deturpanti non solo il castello (una bella trave in cemento armato in vista di chi giunge dalla piazza d’acqua, come di chi giunge dalla rotonda di via Valturio) ma anche l’altro grande prezioso relitto architettonico del 1200, il campanile della vecchia cattedrale di Santa Colomba (oltre che destinato a tutt’oggi ignominiosamente ad appartamenti, anche attraversato sulla facciata da insopportabili cavi dell’energia elettrica deturpanti la vista della pietra dell’opera romanica), allora si può iniziare a ben capire che forse non tutto ciò che ci è stato mostrato esteriormente ha in realtà una solida e ben referenziabile qualità progettuale estetica e culturale.

Lo stesso Fellini, regista invicto da Mosca a Hollywood, passando per tutte le grandi capitali della cultura cinematografica mondiale e non solo, è divenuto tale grazie primariamente ad Amarcord, dove a differenza di quanto pensano e dicono spesso tanti riminesi, non ha reso celebre e ironizzato lo spirito riminese e la sua città. ma la provincia italiana di quegli anni attraverso la nostra, che è cosa ben diversa. Lo stesso Fellini, quindi, non sarebbe voluto essere trattato da animale da baraccone utile a far cambiare la locandina d’ingresso al castello malatestiano, e probabilmente avrebbe sorriso nel riscontrare quella provincialità che lui tanto bene aveva descritto in Amarcord ancora oggi elemento qualificante dell’operato e della presenza stessa di molti politici attuali.

Anche turisticamente, nonostante tutte le fanfare che hanno accompagnato quest’intervento, in realtà si è proposta come soluzione innovativa, quella della piazza d’acqua, ormai opera standard in qualunque contesto mondiale realizzata, da Rotterdam a Singapore, da Copenaghen a New Orleans e in tanti altri luoghi diversi tra loro nel mondo, bisognosi di interventi qualificanti quei luoghi privi di segni tangibili della loro storia. E noi, che come tante città italiane, abbiamo piazze con quantità di opere qualificanti uniche e irripetibili da far impallidire il mondo, ci siamo andati a fare quello che ci fanno gli altri che non hanno la nostra fortuna!

Mi fermo qui, ci sarebbe molto altro da dire, ma a onor del vero, almeno quanto sopra scritto, è giusto che venga pubblicato, per il mio avo Andrea Lettimi e la sua esperienza carceraria in quel castello a seguito dei moti risorgimentali di cui fu mente e condottiero, che fecero conoscere il caso della schiavitù italiana nel 1845 in tutta Europa tramite Massimo D’Azeglio, e che oggi, con questi interventi si chiude dentro un sepolcro di profonda ignoranza. Così per tutta la vicenda della persecuzione e tradizione ebraica riminese rinvenuta da via Poletti fino a alla via Sigismondo, che lì presentava una delle più importanti sinagoghe d’Italia e che nonostante la preesistenza alla cattedrale di S.Colomba, al Palazzo Comunale, al Castello e al Teatro, non ha più neanche una pietra d’inciampo a ricordarne la grande storia che ci ha lasciato ormai solo nei reperti documentali. E per gli storici riminesi Gobbi e Sica, che, nella loro storia di Rimini, ben fecero intendere cosa fu la distruzione della Cattedrale romanica ad opera delle truppe napoleoniche (finanziamenti europei ante litteram…) e dei riminesi (in misura prevalente ai francesi) che ora come allora, furono presi da una smania di protagonismo distruttivo della testimonianza storica dei luoghi, non giustificabile neanche con le brame immobiliari che tante ferite hanno lasciato alla nostra città.

Attenzione, questo scritto non è un giudizio sull’operato generale del sindaco uscente, che non foss’altro per la messa a sistema dell’impianto fognario e della ottima balneazione conseguita gli andrebbe fatto un monumento, ne tantomeno un fazioso tentativo di entrare nella campagna elettorale, ma come sopra espresso, solo per un’esigenza irrefrenabile di parlare per spirito di giustizia di questi interventi fatti sulla carne viva della nostra storia.”

Giulio Gherardo Starnini

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