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PICCARI: “LE MICRO AREE PER I NOMADI POTRANNO ESSERE PIU’ DI TRE”

Ieri, dopo qualche discussione dai toni “vivaci”, i gruppi consiliari di maggioranza hanno raggiunto un accordo sulla questione dei nomadi. Avanti con lo smantellamento del campo di Via Islanda, avanti con le micro aree dove le 11 famiglie Sinti sarebbero suddivise. Ma, anche dopo le proteste dei residenti della Grotta Rossa e della Gaiofana, dove dovrebbero essere approntate due delle tre aree previste, e delle perplessità della Comunità Papa Giovanni XXIII, che è arrivata a ipotizzare “14-15 insediamenti”, il progetto cambia fisionomia.

Gli ultimi sviluppi ce li spiega Enrico Piccari, Capogruppo Pd in consiglio comunale.

Siete preoccupati per il passaggio della questione dei nomadi in consiglio comunale?

“No, perché ieri abbiamo raggiunto un accordo di maggioranza e procediamo su quella base. La risposta della Regione al nostro progetto che partecipa al bando dovrebbe arrivare fra fine settembre e primi di ottobre. Nel frattempo come maggioranza ci siamo impegnati a trovare il percorso più efficace e più condiviso. Sull’obbiettivo di superare il campo di via Islanda non ci sono discussioni. Sulle soluzioni, potranno essere diversificate. Alcuni Sinti sono pronti, per esempio, a fare domanda per le case popolari o altre soluzioni abitative. Non dimentichiamo che qui parliamo non solo di cittadini italiani a tutti gli effetti, ma di in alcuni casi di famiglie riminesi da tre e più generazioni. Alcuni di loro hanno un lavoro regolare e un buon livello di integrazione. Chi invece non vorrà rinunciare al proprio modello culturale, potrà sottoscrivere dei patti per collocarsi in bungalow, case mobili, camper o roulotte. Questi stazioneranno nelle micro aree, che potranno essere anche di più di quelle già individuate”.

L’Associazione Papa Giovanni XIII ha ipotizzato 14-15 aree. Si va in quella direzione?

“14-15 sono anche più delle famiglie in questione, che sono 11 per 41 persone. Magari 14 non servono. Però è possibile realizzare un numero maggiore di aree, mentre alcune famiglie nell’arco di due, tre anni, potrebbero trovare sistemazione in alloggi popolari convenzionati”.

Fino a quante micro aree potrebbero essere realizzate?

“Le aree sarebbero già sette, volendone individuare una per ogni nucleo famigliare che non andrebbe in un’abitazione. Ora non siamo in grado di fare numeri precisi, ma da tre aree potrebbero essere un po’ di più, in maniera tale che, ovviamente, ogni zona sarebbe più controllata, l’impatto sarebbe ridotto e l’integrazione più agevole: noi metteremo in campo mediatori culturali e progetti. Intanto, però, il concetto stesso di ‘campo nomadi’ verrebbe superato e si saprebbe sempre chi entra e chi esce, situazioni di transito e di ordine pubblico fuori controllo”.

Le reazioni dei residenti dei quartieri interessati non sono state certo molto positive. Cosa andrete a dir loro?

“In qualsiasi zona le reazioni sarebbero state identiche. E’ anche vero che questa cosa è passata come se noi andassimo a creare altre tre campi nomadi e altrettante zone di transito. Non è così. Sono proprio quei problemi che vogliamo superare. Certo, le paure sulle prime resteranno, ma l’amministrazione intende mettere in regola una situazione ora in regola non è. Una volta che si responsabilizzano i capi famiglia Sinti, si chiedono impegni a pagare le utenze e gli affitti, mandare i bambini a scuola, non commettere reati e osservare le buone regole di vicinato, è molto più facile che tutto ciò avvenga quando su di un’area ci sono solo uno o due nuclei famigliari, piuttosto che in assembramenti con una dozzina di famiglie. E se ci fossero problemi sarà anche più facile individuare le responsabilità e intervenire”.

E se qualcuno questi impegni non li dovesse rispettare?

“Quando qualcuno ottiene un alloggio popolare deve rispettare determinate condizioni, che non sono solo quelle del reddito. Ci si impegna a pagare l’affitto, le utenze e a rispettare le regole di normale e civile convivenza: chi non rispetta tutte queste condizioni perde il diritto a stare in quegli alloggi. Qui succederebbe la stessa cosa: gli impegni saranno monitorati dai Servizi sociali e chi non li rispetta perde il diritto a usufruire delle convenzioni. Dopo di che, si fa anche fatica a dire: se sgarrano se ne ritornino a casa loro. Casa loro è Rimini, c’è poco da fare. Però il diritto a usufruire delle condizioni offerte, di stare in quell’area o in quell’abitazione, penso proprio che lo perderebbero”.

Stefano Cicchetti

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