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Pietre de Veijeli “Il melograno” (Capitani Editore)

È una storia contadina, come afferma Sergio Zavoli nella sua prefazione. “Una storia ambientata durante le lotte agrarie dopo la Seconda Guerra Mondiale, con le promesse a lungo mancate dal dover cedere alla realtà fino a quando i proprietari terrieri si troveranno di fronte le risolute e legittime richieste contadine per una diversa ripartizione dei raccolti e quindi con il dovuto miglioramento delle condizioni di vita”. 

Il racconto è situato nella provincia di Ascoli Piceno e nei comuni del suo entroterra collinare (Castignano, Montedinove, Montalto, Offida, Ripatransone). Prendendo in mano il romanzo di Pietroneno Capitani (che si firma con il suo soprannome in dialetto ascolano) in queste ore terribili in cui un terremoto devastante ha colpito le province di Rieti e di Ascoli Piceno e che le immagini televisive ci portano in tempo reale a vedere (e a condividere emotivamente) i disastri distruttivi provocati in quei territori abbarbicati sulle colline appenniniche, suscita ancor più attenzione.

Al di là della storia dell’amore fra il giovane contadino Filippo e la figlia del padrone Annamaria, nel libro ci sono belle pagine di descrizione di questa terra aspra e dura da coltivare, ma ricca di storia e di una popolazione partecipe e attiva ai cambiamenti.

Capitani si è avvalso sicuramente in questa sua prima opera narrativa del grande lavoro di ricerca compiuto per scrivere il suo precedente libro “Bussavamo con i piedi. Dall’entroterra ascolano alla Romagna. Appunti e immagini di una migrazione” (2006) in cui raccontava gli esiti delle lotte contadine degli anni ‘50 e della necessità per molti di quei contadini di lasciare le loro case ed emigrare in Romagna per trovare un futuro.

La formula narrativa consente a Capitani di ricostruire quel mondo contadino: le case, i rapporti familiari, l’iniquità dei rapporti fra padroni e fittavoli, la durezza delle lotte per la rivendicazione dei giusti diritti, il ruolo dei parroci, le divisioni sociali. È un vasto affresco sociale quello che le pagine del romanzo di Capitani delineano.

Giovanni, il padre di Filippo, “pur avendo poca cultura e avendo fatto a malapena la prima elementare, si impegnava con il Partito Socialista a difendere i diritti dei contadini. Non era un personaggio facile, ma fondamentalmente buono e onesto e, per questo, tutti lo stimavano, si fidavano di lui”. Del resto “la condizione dei mezzadri era talmente succube del volere dei proprietari terrieri che l’ingiustizia si palpava”. Ecco, Giovanni è il filo narrante del romanzo, l’uomo concreto, solidale, civile che non indietreggia nel chiedere rispetto e giustizia, sociale ed economica. Ma spesso la risposta dei ”proprietari terrieri era la disdetta, la cacciata dal fondo. La disdetta rappresentava per il mezzadro non solo la perdita di ogni probabilità di lavoro e quindi di sostentamento, ma anche la perdita della casa. Rappresentava la mancanza di ogni prospettiva”.

In questo scenario si dipanano le vicende amorose di Filippo e Annamaria: dai primi sguardi alla fuga per sposarsi, al matrimonio, alla trasformazione di Filippo da contadino a padrone, sino alla riscoperta da parte sua delle radici di provenienza e al recupero dell’affetto della moglie.

Ed infine il titolo del libro, il melograno. Nelle scene finali Filippo e Giovanni si ritrovano e il figlio porge al padre un frutto di melograno. “Quel frutto, per come sono disposti i chicchi, ha un significato preciso, l’unione, la solidarietà. Significa condivisione di idee, di propositi, di responsabilità”.
Non sempre il registro del racconto funziona a puntino, ma la scrittura di Capitani prende il lettore e lo porta a concludere la lettura con la convinzione finale di aver letto un bel libro.

Paolo Zaghini

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