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Poesia in dialetto a San Clemente: aria pura e non nostalgia

Cumited “Com una volta”: San Clemente 27. Concorso di poesia dialettale “Giustiniano Villa” (2019) – La Piazza.

Dunque, abbiamo un Cumited “Com una volta”, che gestisce da 27 anni un premio letterario per la poesia dialettale dedicato a Giustiniano Villa (1842-1919), con il sostegno dell’Amministrazione Comunale di San Clemente (città d’origine di Villa). Abbiamo un patron del premio, sin dalla sua prima edizione nel 1992, che si chiama Claudio Casadei, poeta dialettale a sua volta e influente opinionista nella sua Città. E una giuria importante e qualificata, presieduta da Piero Meldini, composta da Grazia Bravetti, Luciano Guidi, Maria Pia Rinaldi, Angelo Chiaretti, Oreste Pecci, Maurizio Casadei, Davide Pioggia e dallo stesso Claudio Casadei.

Personalmente considero, ma assieme a tanti altri cultori del dialetto romagnolo, il Premio Giustiniano Villa il concorso per poeti in dialetto romagnolo più importante nella Provincia di Rimini e tra quelli più significativi in Romagna (ho recensito in passato i volumi del 24° e del 25° Concorso) . Ma ho avuto netta l’impressione di una edizione, quella di quest’anno, sottotono, priva di qualsiasi ritorno sulla stampa locale e nei siti online (anche sulla pagina fb di Claudio Casadei, che pure è ricchissima e ben fatta).

Complice forse il fatto che la premiazione dei testi della 27.a edizione, avvenuta sabato 1 giugno presso il Teatro “Villa” a Sant’Andrea in Casale, era a pochi giorni dalla tornata elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale e l’elezione del Sindaco (il 26 maggio). Farei mio, se il vulcanico amico scultore Umberto Corsucci me lo permette, il suo auspicio espresso su fb: “Secondo me quel premio andrebbe riportato ai vecchi splendori! Intanto è grazie a te Claudio che ancora naviga, in acque non facili. Complimenti!”.

Il Premio Giustiniano Villa consta attualmente di quattro Sezioni: una per la poesia, una per le zirudele, una Sezione Dantesca, una sezione dei ragazzi. Alla edizione 2019 hanno partecipato poeti dialettali con 46 poesie, 18 zirudele, 7 nella Sezione Dantesca.

Ha scritto Casadei nella presentazione: “Il nostro Premio ha saputo ritagliarsi il proprio spazio ed arrivare ad oggi vivo e pimpante come dimostrano le numerose opere pervenute. Da Imola a Portico di Romagna, da Cattolica e Riccione al Cesenate, da Forlì a Rimini e Ravenna ogni zona può trovare nelle opere inviate al nostro concorso un linguaggio vicino e comprensibile, un accento amico. Ora ci sarebbe bisogno di crescere”. E concludendo la sua presentazione: “in troppi predicano da tempo immemore la fine certa del dialetto che a loro dire è una lingua chiaramente morta. Beh, San Clemente dimostra che forse avrà qualche acciacco” ma Casadei pensa “che qualcuno si sta sbagliando, e non siamo certo noi”.

Il Sindaco Mirna Cecchini pone nel suo saluto l’accento su una realtà sempre più drammatica: “In tempi di dispersione della memoria, di allontanamento dalla matrice di civile convivenza in favore di linguaggi che della parola fanno un uso di brutale irruenza sociale, la schiettezza e la genuinità del dialetto suonano come monito per un fondamentale recupero della nostra storia di comunità”. E “non si tratta di nostalgia dei tempi andati”.

La Giuria ha assegnato il 1° Premio per la poesia dialettale al ferrarese Bruno Zannoni con “Un ètar mònd” (Un altro mondo), il 2° a Franco Ponseggi di Bagnacavallo (Ravenna) con “Ca vècia” (Casa vecchia), il 3° al cesenate Gianfranco Rossi con “E’ cuntrat” (Il contratto).

Per le zirudele la Giuria ha premiato Loretta Olivucci di Massa Castello (Ravenna) con “Da e’ dintista” (Dal dentista). Per la Sezione Dantesca ancora Bruno Zannoni di Ferrara con “Falseri” (Falsari).

Della lunga poesia vincitrice di Bruno Zannoni che parla dell’arrivo delle nuove trebbiatrici in campagna e della rivoluzione che queste hanno provocato riporto le ultime strofe di “Un ètar mònd”:

Eh së! L’è stêda, in cl’ân, la fên d’un mónd:
cla màchina magn fén’ l’ùtma spìga;
piò zig ad dònn, e piò inciôn ch’l’arspónd,
mó nênca mânc sudór e mânc fadiga.

Parò e’ prugrës l’è sênza sentimênt:
cun la fadìga, acsé, l’à purtê véja
nênc la prufónda umanitê d’cla žênt
e l’amicézia tra ógni faméja.

(Eh sì! E’ stata in quell’anno, la fine di un mondo: / quella macchina mangiava fin l’ultima spiga; / più grida di donne e più nessuno che risponde, / ma anche meno sudore e meno fatica.

Però il progresso è senza sentimenti: / con la fatica, così, ha portato via / anche la profonda umanità di quella gente / e l’amicizia fra tutte le famiglie.)

Angelo Chiaretti commenta così questi testi dialettali presentati al Concorso: “questo fenomeno letterario corrisponde ad un’atavica (anarchica) esigenza di libertà, di aria pura, che consenta a ciascun individuo, ormai divenuto cittadino, di sopportare pazientemente le regole che un linguaggio unitario nazionale impone. Ben vengano, dunque, poesie e zirudele, poiché sanno garantire a ciascuno di noi di essere felici, in quanto legati da un contratto sociale, e contemporaneamente individui liberi di volare là dove ci porta il cuore!”.

Paolo Zaghini

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