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Qualcosa da incidere sulla sirena del mare tornata a Rimini

Lo so, è irriverente e presuntuoso fare certi paragoni. Ma nella settimana che ci ha visto tutti gli europei (o almeno, quelli cui sono rimasti un po’ di cuore e un po’ di testa) col cuore in gola davanti al rogo di Notre Dame, un simbolo dell’identità occidentale al di là del credo religioso, noi riminesi abbiamo avuto il consolante privilegio di veder rinascere un piccolo ma importante simbolo della nostra identità cittadina, il nautofono, che ieri ha fatto risentire il suo triplice ululato dal molo del porto.

Il dispositivo sta alle moderne apparecchiature nautiche come le campane delle cattedrali stanno alla sveglia digitale: è superato sia dal punto di vista tecnico che da quello funzionale, ma parla alla memoria e alle emozioni con forza possente, e non si può che essere riconoscenti alla Consulta del Porto e alla giunta per aver reso possibile, in concomitanza con la Pasqua, la sua attesa resurrezione.

I soliti brontoloni osserveranno che ci sono voluti sei anni per ricollocare al suo posto un semplice apparecchio, più o meno quelli previsti (seppur ottimisticamente) da Macron per le riparazioni di Notre Dame; ma si sa che in Italia per i tempi per il ripristino di qualunque bene pubblico, che sia la toilette di una scuola elementare o un monumento storico antico di secoli, valgono le unità di misura cosmiche e le stime valide per le ere geologiche, e un anno e un lustro per spostare un aggeggio cilindrico e infilare la spina nella presa sono veramente un battito di ciglia. Ci sarà sicuramente anche chi solleverà obiezioni analoghe a quelle registrate a proposito dell’ondata emotiva e alla mobilitazione benefica per la cattedrale parigina, per il cui restauro sono stati già raccolti fondi per quasi un miliardo di euro.

Perché non siamo altrettanto rapidi a metterci la mano sul cuore e nel portafogli quando si tratta di salvare esseri umani in pericolo di vita, in particolare quelli che ogni giorno la rischiano per attraversare il Mediterraneo?

Per poco che sia, il denaro impiegato per far rivivere la voce artificiale del nautofono poteva essere usato per aiutare gente in carne e ossa. Un appunto simile si sentì fare anche il celebre personaggio protagonista della giornata di oggi, quando una donna venne a lavargli i piedi e a ungergli il capo con un olio aromatico molto costoso. «Che spreco, potevi venderlo e dare il ricavato ai poveri» disse a Gesù uno dei presenti.

Secondo l’evangelista Giovanni il criticone era Giuda, e «non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro, e siccome teneva la cassa lucrava su quello che ci mettevano dentro». Senza tacciarli di furto, sarebbe bello sapere a quante associazioni caritatevoli hanno donato fondi coloro che si arrabbiano per la generosità pro-monumenti.

E anche qualora siano in buona fede, per loro c’è una bella notizia: una generosità non esclude l’altra, si può essere altruisti verso i derelitti e anche contribuire a salvare l’arte, la cultura e la memoria, compresa quella dei riminesi, di cui fa parte il nautofono del porto.

E comunque, «finché le mie debolezze mi dànno piacere ed emozioni, preferisco passare per stupido e illuso, che essere saggio e arrabbiato». Non è una citazione evangelica, ma del poeta latino Orazio. E forse andrebbe incisa anche sul redivivo nautofono.

Buona Pasqua a tutti!

Lia Celi

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